Arrivai a L’Aquila con mia moglie tre giorni dopo il terremoto di lunedì 6 aprile 2009. Era il giovedì prima di Pasqua. Raccontai qui quello che vedemmo e quello che sentimmo, ammesso che fosse qualcosa che si può raccontare: per quanto sia difficile rendere l’idea delle crepe e delle macerie, di una città in cui i soli esseri umani che si incontravano per strada erano quelli in divisa o gli ultimi abitanti che trascinavano i loro trolley verso la macchina per andarsene, non esiste la possibilità di raccontare il silenzio che circondava tutto. Si dice “irreale”, per rendere l’idea. Non la rende. Altro che irreale: è reale, concreto e pesante, è il silenzio delle pietre, e per attraversarlo devi tagliarlo, farti largo con le braccia.
Mi ricordo che, arrivati al limitare della gradinata di San Bernardino, alcuni militari ci fermarono e ci informarono, quasi scusandosi, che non era possibile inoltrarsi di là. “Non prima di mercoledì”, e allargarono le braccia. Non prima di mercoledì: così ci dissero. Tanto che interrogai mentalmente la mia agenda per sapere se gli impegni mi avrebbero permesso di tornare la settimana dopo e no, non avrei potuto.
Non ho contato con precisione quanti mercoledì sono passati da allora. A occhio e croce quasi un centinaio.
Durante questi cento mercoledì quella barriera si è persino allargata a rubare altri spazi alla memoria e alla vita delle persone. Restituendone un pezzettino ogni tanto: ora un pezzettino di Corso, ora metà Piazza del Mercato, ora un altro pezzettino di Corso, ora Piazza Palazzo (per darti un’idea, se non conosci la città: il Liceo Classico, il Convitto Nazionale, la Biblioteca, il negozio di dischi di Marcello, il Comune, la fontanella con l’acqua più ghiacciata che tu possa immaginare).

fortebraccio02Così le ultime volte che sono andato, ho preso un’abitudine che mi impegno a portare avanti in tutte le prossime occasioni. Vale a dire che, da solo o con altri cattivi soggetti, mentre passeggio per il corso, a un certo punto con aria indifferente svolto in uno dei vicoli e, giunto alle soglie della Terra del Silenzio, mi guardo indietro per essere sicuro di non essere visto; poi trattengo il respiro per farmi più sottile che posso e mi infilo fra le transenne.
So che non sono l’unico, che tanti lì lo fanno abitualmente. Il problema è che lo facciamo uno alla volta.
Ad ogni modo, è domenica mattina, il cielo è grigio e io sono solo. Il varco per il mondo parallelo è Piazzetta del Sole. Ritrovo, di là, quel silenzio che vi dicevo. Mi ritrovo in una delle parti più antiche e suggestive della città, che mi avevano precluso cento mercoledì fa. Percorro nel silenzio via Fortebraccio e parte delle vie che si aprono al lato di quella. Scatto fotografie e le posto su Facebook (le vedete anche in questa pagina); Adriano le vede e, praticamente in tempo reale, rilancia sul blog Versolaquila la cronaca del mio misfatto, che con la connivenza sua e di quanti lo leggono diventa un po’ meno individuale e isolato.
Proseguo verso Porta Bazzano e vedo in lontananza una camionetta dell’esercito. È accesa e si sente il suo motore, e non è più silenzio. Che faccio? Proseguo? Torno indietro? Sono pavido: risalgo per Via e Arco Ricci, passo sotto l’archetto e la fitta rete di tubi che lo sostengono e mi godo le vie parallele al Corso Vittorio Emanuele che portano a Piazza del Mercato. Tutti gli edifici fatiscenti sembrano messi in sicurezza. E allora perché tanta parte della città continua dopo cento mercoledì ad essere blindata e controllata dai militari? Forse per impedire ai malintenzionati di approfittare delle case squarciate e incustodite. Ma non ha senso: chi volesse abusare di quel poco che è rimasto non ha mai potuto muoversi così indisturbato come in quel deserto silenzioso.

Le transenne non servono a proteggere le nostre teste dai cornicioni né gliultimi soprammobili dai ladruncoli. Servono a proteggere i nostri occhi dallo scandalo più grande, altro che festini e donne perdute: su quelle pietre, sulla storia della gente, sull’arte dei secoli, ci cresce l’erba e ci pisciano i cani.
Guardare l’abbandono oltre quelle barriere lascia poca speranza. Capisci che fuori dalle mura nessuno ha intenzione di rendere una priorità una città d’arte e di storia che marcisce né quelle migliaia dei suoi abitanti che non riescono a tornare; e dentro, le divisioni, le diffidenze e chissà quali interessi insondabili contribuiscono alla paralisi.

Sono le dieci meno venti, fra un po’ ci si vede tutti a San Bernardino con quelli delle carriole: “Riabbracciamo la città”. Zappe, rastrelli, guanti da giardinaggio, si ripulisce dalle erbacce e dall’immondizia la gradinata, un tempo maestosa, che si apre di fronte alla chiesa e finisce con le transenne della Terra del Silenzio. Riemergo per andare a rendermi utile ai ramazzatori e agli amici che lavorano per la proposta di legge popolare che sono qui anche oggi, fra le carriole e i pochi inviati dell’informazione.
Si comincia in poche decine, olio di gomito. Insieme a noi, cronisti che ci fanno domande e cameramen che “stringono” impietosamente sulle nostre facce affaticate e sui mucchi di spazzatura che cominciano a prendere forma. Ad un tratto arriva un’ambulanza della Croce Bianca: come mai? Ne scendono gli operatori, coi giubbotti arancioni. Aprono il portellone posteriore, scaricano attrezzi e decespugliatori e si mettono anche loro al lavoro!
Cresce il numero dei volenterosi, altra gente si ferma in cima alla gradinata a dare un’occhiata.
Mentre ramazzo cicche e vetri per un attimo mi domando se tutto questo assomigli allo stare al capezzale di una persona che ami sapendo che, oltre che della pratica dei medici, la guarigione ha bisogno anche di presenza, di piccole cure e momenti buoni da ricordare, o piuttosto alle carezze pietose di chi saluta un moribondo. Me lo domando guardando in fondo, verso le transenne della Terra del Silenzio. Se lo domandano anche altri, lo so. Poi si imbraccia di nuovo il rastrello e di nuovo ci si china sui vetri, le cicche, le cartacce, le erbacce.
Verso l’ora di pranzo la gradinata ha un colore che forse non aveva nemmeno prima del terremoto.

 

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8 thoughts on “Cento mercoledì

  1. Sarà perché anche se non faccio il medico una laurea in medicina ce l’ho e comunque di medici, medicine e malati mi occupo, anche se indirettamente, ma ho trovato efficacissimo, anzi, in qualche modo tagliente, lacerante, quel parallelo con la cura al malato “caro”, offerta non con la mano esperta, ma con la mano che “cares”, usando quel magnifico verbo inglese che dice curare ma anche avere a cuore.

  2. Abbiamo lavorato con cura, con attenzione, con amore. Mettendo spesso via gli attrezzi e usando le mani per timore di ferire, di offendere quei sassi calpestati tante volte. Come al capezzale di un malato, è vero. Tracciando un percorso fatto di carezze, di sussurri e di ricordi, per arrivare al suo dolore.
    Grazie davvero.

  3. “La guarigione ha bisogno anche di presenza, di piccole cure e momenti buoni da ricordare”: ecco, una mattina dedicata a luoghi che sono pezzi di vita, non è come curare la nostra, individuale e collettiva guarigione spirituale e umana? Grazie, Massimo, di questi sguardi che danno voce alle infinite vibrazioni dell’anima.

  4. Pensate che quella parte dell’articolo l’avevo tagliata. L’ho ripristinata poco prima di pubblicare.
    Ero a L’Aquila perché mi avevano chiesto di tenere il giorno prima una conferenza: abbiamo parlato di cura e racconti, guardacaso. Dunque era inevitabile che la metafora rispuntasse da qualche parte.
    Mi sembrava mostruosa la sproporzione fra il piccolo gesto di strappare erbacce o raccogliere mozziconi e l’enormità degli ostacoli che si frappongono a qualcosa che possa chiamarsi ricostruzione e alla ripresa dell’Aquila. Ostacoli che, parlando con qualcuno degli amici che più si impegnano da quasi due anni, ho capito essere invisibili e misteriosi persino a loro.
    D’altra parte quello che si capiva domenica era che ci si stava prendendo cura non solo delle pietre, ma delle relazioni fra le persone: attraverso quel lavoro credo si tenesse accesa la speranza di salvaguardare una comunità, o per lo meno una comunanza di interessi.
    E poi, anche quando assistiamo a un forte mutamento climatico nel nostro emisfero, chi si ricorda mai di quella farfalla che sbatteva le ali nell’altro?
    Ciao, grazie a voi di leggere e di condividere con altri: spesso su Facebook qualcuno mi dice “se non leggessimo queste cose non avremmo idea…”.

  5. “…poi trattengo il respiro per farmi più sottile che posso e mi infilo fra le transenne….”
    …la stessa sensazione, la stessa stretta al cuore, quando sei davanti alla porta della stanza dove saluterai per l’ultima volta il tuo caro…

  6. caro max, vederti di nuovo all’opera, ormai da qualche mese a sta parte, per la tua città mi riempie di gioia. Un po’ per il valore aggiunto che una persona come te può portarle; un po’ perchè ricordo una nostra chiaccherata ad aprile dell’anno scorso, ho come l’impressione che qualcosa in te sia ripartito, ora puoi permetterti di ri-narrare storie interrote, portando a te e al mondo la tua preziosa testimonianza,
    con affetto,
    Guido.

  7. @ Adriano: la prossima volta nelle transenne ci infiliamo insieme, e facciamo pure la diretta via web 😉
    Sai, quando mi sono posto quella domanda, poi la risposta me la sono data…

    @ Guido: va così, ci sono quei momenti in cui tocca accettare che chi può fare qualcosa è chi sta dentro; così si tirano i remi in barca e ci si dedica alle implicazioni private, personali e familiari della vicenda.
    D’altra parte c’è stato un tempo in cui era importante raccontare, tenere sveglia l’attenzione. Ora il tempo è passato, l’opinione pubblica ha per la testa altre cose. Esce fuori da Wikileaks che anche gli americani hanno scoperto l’acqua calda, cioè che L’Aquila muore non solo per colpa del terremoto ma, ancora peggio, perché il G8 e la fasulla “ricostruzione” servivano al presidente del consiglio a mettere una pezza sui suoi guai personali. Ieri queste erano le maldicenze degli “ingrati” e dei “comunisti”, oggi sappiamo che era evidente anche all’amministrazione americana. Esce sui giornali ma ormai è roba vecchia, non si sa più nemmeno di cosa si stia parlando.
    Oggi quello che possiamo fare raccontando è poco, c’è da lavorare lì.
    Grazie per l’affetto che esprimi che, lo so, è anche per L’Aquila e la sua gente.

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