“Identità”, sostantivo femminile. Ha a che fare con l’aggettivo “identico”. L’identità è l’essere identico, il restare uguale a sé stessi. “Identitario” è un altro aggettivo connesso con l’identità, ed è una parola giovane giovane. Ha poco più di una quindicina di anni e dice qualcosa a proposito del rapporto che uno ha con le proprie radici sociali e culturali. Quelle che ti rendono identico a qualcun altro; o che garantiscono che tu resti identico, se non le perdi di vista.
“Identità” è un nome che designa qualcosa che per gli esseri umani è sano e buono, perché presenta caratteristiche di stabilità e di costanza. L’identità di qualcuno è la sua personalità che ritroverai domani, e poi dopo domani e fra un mese e fra dieci anni. Coerente, riconoscibile, sempre quella: identificabile.
“Identitario” è un po’ più difficile da rendere, e non parliamo poi di trovarlo sui dizionari, così l’ho cercato un po’ in giro. E ho scoperto quanto segue.

La “cucina identitaria” è la cucina “etnica” vista dai padroni di casa: se dall’altra parte della strada uno sbatte un uovo è cucina etnica; se lo fai a casa tua è identitaria;

Il rock identitario è un genere musicale suonato in ambienti di destra più o meno maneschi. Perché identitario? In primo luogo perché i contenuti dei testi esaltano le buone tradizioni italiche, le radici, il “territorio”; poi per distinguersi nettamente da altri movimenti rock, ai quali gli identitari erano accomunati in passato dall’etichetta “rock alternativo”. È noto che l’appellativo “alternativo” rimanda (qualche anno fa soprattutto rimandava) a realtà più spostate a sinistra: darsi una qualifica differente ha soprattutto un senso identitario, appunto, un po’ come dire: “Siamo alternativi, ma non nel senso in cui sono alternativi quegli altri alternativi; anzi, per essere chiari, a quegli alternativi noi ci sentiamo alternativi; per cui, dal momento che quegli alternativi sono alternativi a noi, gradiremmo non essere confusi con gli alternativi agli alternativi agli alternativi. Così, meglio cambiare nome. Non c’è alternativa”.

I motori di ricerca sono un fiorire di “movimenti identitari”. Quelli che difendono l’identità meridionale (da che? Dalla “rassegnazione”); quelli che difendono l’identità cristiana (non i valori, i principi, il messaggio: l’identità; come se l’identità venisse prima di quelli, e non ne fosse invece costituita); quello che difende l’identità eurosiberiana, che va dalla Svizzera all’Ucraina passando per l’Albania e per l’allontanamento di tutti quelli che non hanno la pelle bianca: dopodiché, se gli resta una ventina di minuti, “annettiamo la Russia” (è tutto vero: non vi lascio i link perché non vorrei passare un guaio per un pingback, ma è tutto documentato); quello che vuole “un’Europa europea, un’Asia asiatica e un’Africa africana”: e quando gli domandano “ma lei è razzista?” risponde “chi, io? Io difendo solo la mia identità”. Alcuni di quei difensori rivendicano con orgoglio il diritto di passeggiare portando al guinzaglio un suino debole di vescica sui terreni destinati alla costruzione di una moschea. Dice che fa bene all’identità.

Vista così la faccenda, “identitario” sembra un aggettivo che si abbina a qualche specie di corpo contundente. Un manganello identitario, una clava identitaria.

L’ho usato anch’io l’aggettivo, da qualche parte, parlando della “tragedia sociale, culturale, identitaria” dell’Aquila. In quel caso ne rivendico l’opportunità: vedere i luoghi che sono stati punto di riferimento della tua vita quotidiana e della tua biografia smettere di essere dei luoghi è una prova dura per il tuo senso di te, per la continuità della tua autobiografia, per il rapporto con quello che sei stato fino a ieri in quei luoghi. Ho usato l’aggettivo e lo difendo, anche se oggi preferirei porre l’accento, più che sull’identità, sull’appartenenza: mi pare renda meglio l’idea. Perché se due persone (o una persona e una terra) si appartengono reciprocamente, quello che le unisce è anche un patto di disidentità, oltre che identità.
Non posso contare su di te e non sperimento nessuna appartenenza se ogni giorno hai un’opinione diversa, se prendi decisioni che contraddicono le precedenti, se non ho la ragionevole certezza che quello che mi dici oggi valga anche domani. Ma nemmeno se sei sempre uguale, sempre coerente e resistente al cambiamento. Perché le cose intorno cambiano, e le cose che ci erano necessarie ieri non sono per forza le stesse di cui abbiamo bisogno oggi. Insomma, se a trent’anni hai con tua madre un rapporto identico a quello che avevi a tre, la continuità è salva e la coerenza non corre nessun rischio, ma avete un problema.
Però ora sto divagando.

Una decina di giorni fa avevo sentito in TV Concita De Gregorio affermare che “L’Unità” è un giornale identitario. Da allora non sono più riuscito a comprarlo. Ma nella mia ricerca scopro che anche “La Gazzetta del Mezzogiorno” aspira allo stesso titolo, mentre Repubblica se l’è già guadagnato: però identitario “non in senso ideologico, ma culturale” sostiene l’ottimo Michele Serra. E grazie: perché, Borghezio direbbe qualcosa di diverso? “Ma certo che la mia battaglia identitaria è tutta ideologica. Cosa pensavate che fosse, culturale?”.

P.S.: sulle tracce di “identitario”, nel mio scaffale trovo un libro di un autore che fra i blogger conta un bel po’ di amici. Questo libro di Mario Galzigna davanti all’aggettivo “identitaria” ci mette il sostantivo “complessità”. L’identità è sempre declinata al plurale e si confronta con l'”urgenza del molteplice”. Capito?

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2 thoughts on “Identitario

  1. Molto interessante!!!
    La radice etimologica di identità è IDEM, pronome dimostrativo latino che vuol dire LO STESSO, IL MEDESIMO. E quel che affascina è che il concetto di identità è stato elaborato fin dall’antica speculazione dei Greci riguardo alla natura dei giudizi e dei processi mentali che ne sono alla base.
    Al concetto di IDENTITA’ si lega quello di INDIVIDUALITA’: l’essere IDENTICO a se stesso e diverso da tutto il resto caratterizza infatti un individuo all’interno di una categoria. In senso post moderno, credo, che la consapevolezza di sè, la profonda natura dell’individuo, spesso contaminata o soffocata dalle influenze esterne costituisca l’identità dell’individuo in senso psicologico e spirituale.
    Grazie Massimo, ciao 🙂

  2. Ciao Sonia, io penso certe volte che mettere l’accento sulla trasformazione sia altrettanto utile. Per fare un esempio nel quale possiamo riconoscere qualcosa di concreto sia io che te, pensare all’identità aquilana come a qualcosa da preservare identico a com’era sarebbe esiziale: “appartenere” a quei luoghi è un’esperienza che non si può più raccontare come una condizione, ma come una storia fatta di differenze, di prima e di dopo…

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