Ho fra le mani in questi giorni un librino del 2000 di Pierre Lévy, un autore di cui parlo ogni tanto perché gli attribuisco il merito di averci spiegato gli aspetti meno ovvi e più cruciali del virtuale e di averci dato una mano a pensarci come una grande rete.
Il librino è Il fuoco liberatore, scritto – lo spiega egli stesso nella prefazione – dopo un periodo di studio di diverse forme di spiritualità antica. Ripropone alcune delle sue idee più preziose in una prospettiva che si confronta col buddhismo e la Qabbalah.
La lettura riserva qualche brivido, perché ti sembra continuamente di essere in bilico fra un pensiero illuminante e la frase giusta da spammare su Facebook, e di lì cadere dall’altra parte è un attimo.
Questa ve la scrivo, decidete voi da che parte pende:

All’età di dieci anni andavo a scuola con la chiave di casa, perché tornavo prima dei miei genitori, che a volte lavoravano fino a tardi. Una sera d’inverno, arrivato davanti alla porta di casa, cercai la chiave senza trovarla. La casa era isolata. Scendeva la notte. Non avevo la chiave. Aspettai davanti alla porta. Un’ora, due ore, tre ore. I miei genitori non tornavano. Iniziai a pensare che non sarebbero mai più tornati. Mi misi a piangere. Mi sentivo molto solo, abbandonato, esiliato, sventurato. Alla fine arrivarono i miei genitori. “Perché piangi?, mi chiesero; siccome abbiamo visto che avevi dimenticato la chiave, abbiamo lasciato apposta la porta aperta”: Spinsi la porta. Era aperta. Non mi era nemmeno passato per la testa di provare ad aprirla senza la chiave.

Volevo raccontarti questa storia prima di cominciare, per dirti che so che tu non hai la chiave. Nessuno ha la chiave. Nessuno l’ha mai avuta. La chiave non serve. La porta è aperta. Entra in casa tua.

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6 thoughts on “Dov’è la chiave?

  1. Mi viene in mente quando ero una donna in carriera e mi toccavano i seminari del tipo “Leadership & motivation” o altre baggianate simili. Ci insegnavano, per esempio, che per risolvere i problemi, missione suprema del manager, spesso è necessario cambiare prospettiva, cambiare il percorso per giungere alla soluzione, abbandonare la via maestra, più diretta e scontata e percorrere viottoli impervi dai quali all’improvviso, da una visuale diversa, appare la soluzione del problema, semplice, addirittura banale. Come provare ad aprire la porta, anziché piangere e tremare dalla paura di fronte alla porta chiusa solo perché ti rendi conto di non avere la chiave in tasca.
    Mi è piaciuto questo scorcio del libro, hai fatto bene a farcelo leggere, lo trovo un interessante spunto su cui meditare. E poi che ricordi mi ha fatto emergere dalla polvere di secoli…

  2. Eh, ma allora è vero che sembra una cosa da corso di crediintestesso… che poi io mica l’ho capito bene che significa “La chiave non serve, la porta è aperta, entra in casa tua”… la chiave serve. Almeno, serve sapere se serve.

  3. Mah, in realtà invece il succo della questione è che bisogna uscire dal “pensiero diretto” secondo cui per aprire la porta serve la chiave, per cui se non hai la chiave sei spacciato e amen. In realtà la mossa vincente sarebbe stata pensare “dal momento che la chiave non ce l’ho, vediamo un po’ se è possibile aprire la porta senza la chiave”. Per questa via uno scopre che magari si può. Certo non funziona mica sempre, ma forse vale la pena ricordarsi delle vie alternative; per deformazione professionale mi vengono in mente i circoli venosi collaterali attraverso i quali il sangue passa quando le vene principali sono occluse. Anche lì a prima vista la meta sembrerebbe irragiungibile e invece…

    PS Sto scrivendo bene mentre razzolo male, io sono una tipa piuttosto quadrata e razionale, immagino, a occhio e croce, che mi sarei sciolta in lacrime davanti alla porta chiusa senza neanche provare a scartare di lato e provare a immaginare uno scenario differente. Ci provo solo sulla carta, un attimo prima di andare a dormire. Buonanotte!

  4. ecco, secondo me fino a “Non mi era nemmeno passato per la testa di provare ad aprirla senza la chiave.” e’ illuminante. Ma io al posto suo mi sarei fermata lì, lasciando al lettore solo lo spunto di riflessione.

    la frase successiva invece mi sembra sull’orlo del precipizio con un piede più di là che di qua 🙂

  5. comunque quando io resto fuori di casa (successo un paio di volte) dopo aver passato 10 secondi a dire “no, non posso credere di avere fatto questa cosa qui”, e i successivi 10 a perdonarmi dicendo “cazzarolina quanto devo essere stanca per avere fatto questa cosa qui”, poi organizzo una task force che alla bisogna include anche i vigili del fuoco, ed aspettando che questi arrivino preparo un piano mentale di intervento cercando di valutare tutte le conseguenze e i passi successivi .. in ogni caso come prima cosa spingo comunque la porta chiusa, anche di fronte all’evidenza, così, tanto per vedere se “hai visto mai, magari sono io che ho un’allucinazione e non è così come sembra” … 🙂

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