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M.G.: Giusi Pitari, autrice di Trentotto secondi (Edizioni L’Una) e del blog omonino. Dicci chi sei, che fai, cosa hai fatto prima del libro e se hai altre esperienze di scrittura narrativa.

Giusi Pitari: Sono aquilana da 36 anni, i primi 18 li ho trascorsi ad Avezzano. Ho studiato a L’Aquila e qui ho realizzato i miei sogni: i miei figli e il mio lavoro. Sono professore associato di Biochimica presso l’Ateneo dell’Aquila. Non ho altre esperienze di narrativa, sin da piccola, però, ero colei cui si facevano scrivere le letterine di Natale, cui si chiedevano consigli per un tema e più in là per articoli, tesine, piccoli racconti di vita vissuta. Uno scrittore deve avere dentro una forte emozione per scrivere un racconto che divenga libro e questo mi è successo solo con il terremoto. Ho intenzione di scrivere ancora, forse le speranze di questa città.

M.G.: Il tuo libro si chiama “Trentotto secondi”, che non è, come spieghi anche tu, la durata esatta della scossa della notte del 6 aprile. Non è una “verità storica”, insomma: e infatti parti con una citazione di Aristotele sul tempo e con un’introduzione sulla percezione soggettiva del tempo. Mi sembra un modo di dire “la storia di un evento come il terremoto non può essere una cronaca oggettiva, dev’essere per forza una storia soggettiva, una storia di vissuti…”

G.P.: Sì, non credo che nessuna cronaca possa raccontare un evento come quello del 6 aprile 2009. Quei secondi, seppur condivisi da più di 100.000 persone, sono stati per tutti diversi anche come durata. Non è stata la durata dell’evento a creare il dolore, quanto piuttosto percepire, passati quegli attimi, che nulla più sarebbe stato come prima. Eppure quei secondi (20-30-40, non importa) fanno ancora parte dei nostri discorsi e ogni volta si arricchiscono di nuovi particolari. Come il racconto del dopo, 21 lunghissimi mesi, che ancora non riusciamo a mettere in ordine. Sembra incredibile, se penso a come ero prima del 6 aprile mi sembra sia passato un secolo, ma se penso a quei trentotto secondi mi sembra ieri.

M.G.: Attraverso il tuo racconto di quelle ore si intravede la città che c’era prima. Il tuo libro è arrivato in luoghi lontani dall’Aquila, hai incontrato gente che non l’ha mai vista. Quanto è difficile raccontare le peculiarità urbanistiche e sociali di quella città, il suo centro storico che, si è detto tante volte, era abitato e vivo tanto da costituire una realtà con pochi uguali?

G.P.: Mi è capitato spesso di parlare del Centro dell’Aquila e dei suoi borghi durante le presentazioni del libro e mi sono accorta che L’Aquila non è una di quelle città che la gente conosce. Quindi, trasportarla in pochi minuti, è difficilissimo. Negli ultimi incontri mi limito a dire che L’Aquila era ed è una città diversa. Diversamente da tanti altri centri storici italiani, questa città circondata da un anello di cime bianche, non è stata mai una meta turistica di quelle da catalogo. E proprio per questo ha conservato, oltre ai monumenti, ai palazzi, alle fontane e alla piazze, la storia, le tradizioni, gli usi e i costumi di una parte dell’Italia tanto aspra dal punto di vista climatico e del paesaggio, tanto vera e caparbia, così come siamo noi tutti aquilani. E spiego che proprio per questo motivo, noi aquilani siamo orgogliosi e persino gelosi del nostro territorio. Siamo legati in maniera indissolubile al bello, al freddo dei vicoli, ai locali tipici, alla nostra musica, al teatro, ai nostri piccoli cinema: si usciva la sera per condividere tutto questo, per vederci crescere, assieme a tutti i giovani “caciaroni” che affollavano le nostre strade. La città continua ad essere diversa anche ora, dopo il sisma, che ha visto migliaia di “turisti” riversarsi in quelle poche strade riaperte: perché i suoi tesori sono rimasti nascosti agli occhi di tutti, dalle transenne, i puntellamenti, i militari… eppure è riuscita a scuotere l’indignazione di molti e ciò non è bastato.

M.G.: Nel libro c’è l’università a cui sei legata e le persone che la vivono. E anche quelle che non la vivranno più. L’ampio secondo capitolo è dedicato proprio alle narrazioni dei tuoi studenti…

G.P.: La mattina del 6 aprile mi chiamarono al telefono un mare di persone, amici e conoscenti. Indistintamente tutti ricordano che con voce strozzata gridavo: i ragazzi, i nostri ragazzi!! Io non lo ricordo, dovevo essere sopraffatta dal dolore: la prima notizia che ricevetti alle ore 7.30 fu “la casa dello studente è crollata” ; dopo circa un’ora andai in centro e capii. E sento una voragine anche ora, a scriverlo.
Nei giorni successivi fui sommersa da e-mail di studenti che mi raccontavano la loro storia. Mi hanno aiutato moltissimo tutti quei ragazzi: mi sostenevano sul web, pur non sapendo che fine avrebbe fatto il loro Ateneo. Sono stati davvero forti, premurosi e tenaci. Sono la mia vita, davvero. Sono state la loro vicinanza, le loro critiche, la loro presenza, ad alimentare quella piccola fiammella che poi ha visto rinascere l’Ateneo aquilano.
Più di 12.000 studenti fuori sede in una città di poco più di 65000 persone, sono un’immensità, un valore aggiunto, che non dobbiamo perdere.

M.G.: Come sta oggi l’università dell’Aquila? Quali sono i problemi urgenti?

G.P.: L’Università è rinata, anche se ha dovuto scegliere sedi provvisorie e non sempre facili da raggiungere. I problemi sono molteplici. I principali riguardano la popolazione studentesca, che non ha alloggi. Questo sottoinsieme di popolazione, infatti, non ha avuto nessuna possibilità di risiedere a L’Aquila, neanche in alloggi provvisori: gli studenti viaggiano. I servizi a cura della regione, sono ridotti ai minimi termini, basti pensare che le mense sono attive solo dal 10 gennaio 2011 (a 21 mesi dal sisma). Non capisco tutto questo e non so nemmeno quale motivo addurre alle iscrizioni che calano, ma non in maniera vertiginosa.

Da ricercatore sono costretta a denunciare la completa mancanza di appoggio economico alla ripresa delle attività di laboratorio. Le perdite che abbiamo avuto sono state molto ingenti, in termini di strumentazione, reagenti eccetera, ma non c’è stato alcun intervento per il loro recupero. Ma siamo qui, a L’Aquila. E non la lasceremo. Il destino dell’Università è legato a quello della città. E non molleremo.

M.G.: Ultima cosa: come ci si procura Trentotto secondi?

G.P.: Il libro si trova nelle librerie dell’Aquila. Se qualche libreria italiana ne volesse qualche copia la può richiedere collegandosi al sito dell’Università a questo indirizzo.

M.G.: Ciao, Giusi, alla prossima!

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