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M.G.: Sonia Ciuffetelli, autrice della raccolta di poesie Petali di Voce. Chi sei?

Sonia Ciuffetelli: Mi sono laureata in Lettere all’Università di Roma La Sapienza e oggi sono docente a L’Aquila. Fra il 1986 e il 1989 ho scritto articoli per riviste e periodici e ho collaborato con la redazione aquilana del Messaggero. Dal ’90 mi dedico alla scrittura e alla mia ricerca stilistica e letteraria.
soniaciuffetelliIl mio primo racconto è “Ordinaria nevrosi dell’anima”, edito da Tracce nel 2003, dopo il quale ho pubblicato poesie e racconti in antologie. Fra i riconoscimenti che mi hanno attribuito c’è il premio Letterario Logos, nel 2006. In quell’anno ho pubblicato la raccolta di racconti dal titolo Lampi d’ingenuo (Perrone-Lab, 2008). Del 2009 è “Scatto senza posa” in Alice nelle città. Per L’Aquila, edizioni Arkhè.
Poi nell’aprile 2010, in occasione del primo anno dal terremoto che ha colpito L’Aquila e dintorni, ho pubblicato la mia prima raccolta di poesie dal titolo Petali di voce, Perrone-LAb.
La scrittura nasce con me, a 8 anni di età quando mi accorgo di nascere con la scrittura, rileggendomi sotto forma di versi. Scrivere con tanta assiduità credo appartenga a una sorta di malattia genetica. Impossibile parlarne. Una malattia progressiva che paradossalmente cura gli organi che la generano e li mette in condizione di autoriprodursi. Una febbre che ammala e guarisce in uno stesso percorso. Ho sempre sentito dentro di me l’urgenza di raccontare, a volte di inventare, spesso di fissare. È un aspetto della mia personalità, uno dei tanti. Scrivo per chi sa leggere. Per chi raggiunge il “sottotesto” e lascia parlare quel che spesso è invisibile… la scrittura per me è una forma di vita perenne. Tocca chi la fa e chi la gode, leggendola. È la mia compagna fedele, genitrice e assassina. Luce di idillio e tenebra per gli inferi. Attraverso la scrittura si viaggia nel paradisiaco, si alimenta il proprio abisso. Si conciliano gli opposti che vivono dentro noi stessi. Fino a che il cerchio, attraverso questa forma di creazione, si chiude…
La scrittura è una forma d’arte. Non lo sai perchè senti di poter e di dover scrivere, ma vivi per farlo.
Non chiediamoci i perché. Le risposte arriveranno tutte in fila quando, distrutte le domande, si leggerà e respirerà il vapore dei versi e delle opere…

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M.G.: Sono un po’ di volte che leggo “Tra i sassi e la cima”, o “Senza chiosa”, o altre, e penso che fa un certo effetto sentire raccontate col linguaggio della poesia le cose che altri raccontano: e trovo sempre di più che la poesia non è una traduzione di cose che dici diversamente con la prosa, o con le immagini, o con la musica. In un linguaggio differente si dicono cose differenti.

S.C.: Sì, Massimo, credo, come te, che la poesia sia un linguaggio diverso e quel linguaggio rivela il vero sé, l’essenza delle situazioni, l’emotività pura, il profondo. Lo fa paradossalmente con l’artificio della versificazione, con le sue figure retoriche, con un ritmo e uno stile che non somiglia a null’altro. La narrativa, che io amo molto, racconta, la poesia scava e sublima. Spesso fa male, prima della gratificazione. Richiede tempi lunghi e un assiduo allenamento.
Appena dopo il disastro ho sentito il bisogno di raccontare e l’ho fatto con un racconto cronachistico. Poi, tornata a L’Aquila, ho iniziato a versificare.

M.G.: Mi colpisce l’effetto che fa il contrasto fra i “petali” del titolo (la cosa più sottile e lieve che riesco a immaginare) e la pesantezza delle pietre e delle macerie. Mi colpisce la tua scelta del titolo. Mi colpisce anche il contrasto fra le lievità dei petali e la densità dei tuoi versi.

S.C.: Petali di Voce è un titolo che sì, incuriosisce… potrei parlarne per un’ora…
La voce è quella poetica, il fiore è la forma di vita che nasce dalla maceria e dalla morte. Uno stelo e dei petali, un bocciolo tra i sassi e la pietra. Una voce che sboccia tra la polemica, i bisogni, le attese, le proteste, la rabbia dei cittadini. Bisogno di vita. Avrei potuto dare alla luce un figlio. Ho messo al mondo questo libro.
Da “Fuga”, la prima delle poesie a “A Noemi (morta sotto le macerie)”, il bocciolo si schiude e si passa dai toni tenui a quelli carichi, densi, profondi.
Petalo e pietra, vita e morte, ossimoro, contrasto, elementi di una unica realtà. La mia è sempre stata una poesia degli ossimori, la realtà tutta lo è e noi a volte separiamo soltanto per capire, per tentare di dare un ordine alle cose, mentre tutto è ciclico… e aspetti opposti non fanno che convivere.
Amo l’etimo, la parola, la semantica. Il mio fiore di questo istante è la stella alpina. Il nome viene dal greco lèon (leone) e pous (piede).
È il fiore che nasce dalla fenditura della roccia… fiore e pietra… vita e non vita…
Ho ascoltato la tua intervista per Radio popolare… mi è davvero piaciuta, hai detto cose vere e hai saputo dirle. La terapia psicologica è più vicina alla narrazione e al romanzo che non alle scienze mediche… è verissimo; ed è anche vicina alla poesia, forma sempre più rara sempre più abusata. Tutto quello che hai detto mi è piaciuto.

M.G.: Grazie… pensavo: nella poesia “Rumori e silenzi” fai riferimento a Crono, simbolo dell’immutabilità degli eventi. Crono è un padre che trattiene i propri figli e impedisce loro di crescere e lasciarlo: li trattiene fino a divorarli. Posso dire che mi fa pensare a L’Aquila, che certe volte rappresenta al massimo grado i difetti della provincia italiana? E all’ironia che talvolta si fa sul suo il motto “Immota manet”…?

S.C.: Non credo che l’Aquila rappresenti al massimo grado i difetti della provincia italiana. Può rappresentare i difetti di una provincia, come è logico che sia. Non ho associato Crono alla città, la metafora non si riferisce a questo.
Crono è il figlio più giovane di Urano. Urano è la personificazione del Cielo in quanto elemento fecondo ed è lo sposo di Gaia che rappresenta la Terra. Crono, solo fra tutti i suoi fratelli, aiuta sua madre a vendicarsi del padre (che giaceva continuamente sopra di lei impedendo ai suoi figli di uscire) e gli taglia i testicoli. Dopodiché prende il suo posto in cielo. Padrone del mondo, sposa sua sorella Rea alla quale era stato predetto che sarebbe stato detronizzato da uno dei suoi figli. Per questo motivo divora i suoi figli di volta in volta, appena nascono.
Nessun riferimento a L’Aquila nè al motto “Immota manet” che comunque può essere inteso in vari modi e non ha una spiegazione che percorra una sola direzione.
Semmai la città è assimilata a Gaia… la terra. Chi è Crono? Non lo dirò. L’ho già detto: se alla poesia togli il gusto di scoprire le metafore e chiarirne il senso, hai tolto tutto. Vorrei che la mia poesia facesse riflettere. Pensare. Che stimolasse delle domande e delle risposte logiche attraverso l’artificio delle figure retoriche. Le parole in poesia non sono costruite per caso. Le parole esprimono concetti ed emozioni. Un sodalizio tra sensazioni, sentimenti e visione razionale della realtà. Ti lascio solo alcuni versi da “Rumori e silenzi”:

Questo rumore mi ha sorpreso / scuro / come una notte giunta all’improvviso / scavalcando il tramonto; / non ti ho più vista con l’aria di sempre / lontana ho voluto leccare la ferita. / Crono mi tenne prigioniera scalza/nella sua cella di figli divorati. / Come vedere quel che non si scorge / e ritrovarti tra i residui dell’assenza?

M.G.: Grazie, Sonia, buon lavoro.
Acquista “Petali di voce” di Sonia Ciuffetelli sul sito Perrone Lab

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3 thoughts on “Mattoni di parole [2]: Sonia Ciuffetelli

  1. La poesia è la capacità di dare anima alle parole nell’atto di cogliere e raccogliere ‘emozioni cardiache’ uniche. Ogni emozione è come un ‘petalo’ di ricordi e vissuti personali indicibili anche se vivibili in tutta la loro intensità.

  2. Sto seguendo queste interviste con molto interesse, anche per la vivacità e la ricchezza dell’interazione. Sono molto attratta dal mondo della scrittura, dalla poesia e ammiro chi ci si dedica con passione. Enrico e Sonia mi hanno trasmesso emozioni di forza, vitalità e fertilità che mi portano a volerli conoscere meglio attraverso le loro “creature”. Mi piace l’immagine della stella alpina utilizzata da Sonia: un fiore che ho sempre amato fin da bambina e che racchiude davvero tanti significati. Sento tanta vicinanza e comunanza, anche se non sono aquilana…chissà perchè!
    Quindi grazie, grazie e…avanti con i mattoni di parole!

  3. Ciao Angelo e Simonetta, grazie dei commenti così partecipati che lasciate.
    Sono contento se a qualcuno viene la curiosità di conoscere queste voci un po’ più da vicino. E i “mattoni” continuano, sì, ho in preparazione gli appuntamenti successivi…

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