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M.G.: Ciao, Enrico. Dicci qualcosa di te. Chi sei, da quando scrivi e cosa hai fatto prima…

Enrico Macioci: Ho 35 anni e vivo all’Aquila, dove sono nato. Faccio l’insegnante d’italiano e storia e scrivo. Ho sempre scritto sin da piccolo, sia poesia che prosa. Prima di Terremoto avevo avuto pubblicazioni di racconti e poesie su svariate riviste, sia on line che cartacee.
Adesso usciranno due miei racconti in due antologie, una curata da Marco Candida e Chiara Fattori e l’altra da Marino Magliani (si tratta nel primo caso d’un racconto horror e nel secondo d’una fiaba). Scrivo anche articoli di saggistica e critica letteraria. Forse la forma in cui mi esprimo naturalmente meglio – nonché la primissima che ho utilizzato – è quella lirica; ma poi, non so neanch’io perché, dedico la stragrande maggioranza del mio tempo alla narrativa, sia nella lettura che nella scrittura. In fondo, ancora oggi non so bene se sono più un romanziere o più un poeta. Spero di essere almeno l’uno o l’altro.

enricomacioci-terremotoM.G.: Il tuo Terremoto (che Giulio Mozzi aveva pubblicato su Vibrisse nell’estate 2009, col titolo Racconti dal terremoto, prima che vedesse la luce per l’editrice Terre di Mezzo) nasce immediatamente a ridosso della tragedia. Così a caldo, uno si aspetterebbe un libro dolente e nostalgico. Invece riesci a trovare la distanza e lo spazio necessario per raccontare storie di persone, scandagliare le loro psicologie. Nelle storie e nei personaggi inventati racconti una città più vera di una fotografia…

E.M.: Ti ringrazio. In effetti ho cercato di affrontare il dramma con un certo rigore. Mi sono riletto i 49 racconti di Hemingway, un autentico magistero di tecnica e d’asciuttezza, e sono stato attento a non farmi prendere la mano da lirismi o patetismi fuori luogo. L’argomento era troppo delicato e al contempo troppo grande: mi sono messo umilmente al suo servizio, concependo i racconti come uno strumento d’elaborazione personale ma anche come un servizio civile, nel mio piccolo. Volevo raggiungere un’igiene etica ed estetica, e spero d’esserci riuscito.

M.G.: Hai scritto con molta chiarezza una cosa su L’Aquila che condivido e che va detta, perché immaginare la città che sarà richiede anche di abbandonare le idealizzazioni e guardare alle cose nei loro aspetti anche contraddittori: “…non conosco un solo aquilano che nutra nei suoi riguardi indifferenza; quasi tutti, invece (parlo di quelli suppergiù della mia generazione, ovvero persone fra i trenta e i quarant’anni) la amano e la odiano al medesimo tempo. La amano perché L’Aquila è una culla sospesa fra i monti, isolata, fiera, diversa; e la odiano per gli stessi motivi.”

E.M.: L’Aquila è geograficamente e mentalmente chiusa. Il terremoto ha rimescolato le carte, ma temo che questo rimescolamento finisca per far tornare tutto come prima, con l’aggravante d’un territorio messo in ginocchio dal sisma. Non mi sembra di vedere – spero di sbagliarmi – dopo il 6 aprile 2009 un nuovo approccio, nuove prospettive o energie creative; e credo che la mancanza di creatività abbia rappresentato da sempre il vero problema dell’Aquila, una città (come dopo il terremoto si è ripetutamente detto) assai ricca di bellezze artistiche e paesaggistiche e dalle svariate potenzialità inesplose. Ciò detto però, il Governo deve darci una mano e non finire d’affossarci.

M.G.: Giulio Mozzi su Vibrisse sta pubblicando a puntate il tuo nuovo romanzo che uscirà prossimamente: La dissoluzione familiare. Lo sfondo è “la Città” con l’evento della “Grande Scossa”. Con le maiuscole: sembra che in questa storia le cose siano grottescamente dilatate, qualcuno nei commenti su Vibrisse lo definisce “tragicomicosmico”…

E.M.: La mia immaginazione, in un modo o nell’altro, dopo il 6 aprile finisce sempre per tornare al sisma. Stavolta ho scritto un romanzo lunghissimo, folle, fluviale; diciamo che la vicenda si svolge in un luogo che potrebbe essere L’Aquila, ma poi s’allarga a un intero Paese e addirittura a un’intera modalità antropologica. Forse L’Aquila oggi rappresenta con particolare evidenza i mali di un’umanità sperduta, spaesata, alienata, incapace; un’umanità che ha assoluto bisogno d’interpretare la crisi planetaria in atto (che nel mio libro sarebbe, mutatis mutandis, la Grande Scossa) nella giusta direzione; un’umanità che necessita di nuove traiettorie culturali e spirituali per non restare schiacciata da sé stessa, dai propri modelli egocentrati e bellici oramai insostenibili.

M.G.: La dissoluzione familiare è un romanzo con una forma strana: alterna il testo principale a un testo parallelo, o un metatesto, che si dipana nelle note. Mi fa pensare alla multilinearità della narrativa ipertestuale: hai pensato a quella o sono fuori strada?

E.M.: La Dissoluzione familiare è un romanzo figlioccio di Infinite Jest. Se non avessi letto il romanzo di Foster Wallace non avrei mai scritto La dissoluzione. Però è vero che le note costituiscono un meta-romanzo, mentre in Wallace no. Nel mio caso la lettura delle note è essenziale (in Wallace non lo è invece, benché rappresenti uno spasso assoluto); e infatti Giulio Mozzi a giusta ragione le ha inserite nel corpo del testo, quasi fossero organi interni. Di fatto ci sono due testi che s’intrecciano, e durante la vicenda non viene mai chiarito se il testo e le note appartengano a due autori distinti o siano opera della stessa persona. In tal senso c’è senza dubbio una multilinearità. Un’altra differenza rispetto a Infinite Jest è che mentre là abbiamo un movimento per così dire a vortice, una sorta di loop per cui uno potrebbe finire e ricominciare il libro ad libitum, La dissoluzione viceversa racconta una storia lineare e assai consequenziale, che da un inizio ampio si stringe e precipita sempre più verso un finale preciso e anzi necessario.

M.G.: Grazie, Enrico!

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3 thoughts on “Mattoni di parole [1]: Enrico Macioci

  1. Buffo come il terremoto e le narrazioni che ne sono seguite mi abbiano fatto incrociare, rincontrare e conoscere diversamente un sacco di gente (penso a Marino, mio quasi vicino di casa che incrocio a volte ma non conosco veramente e adesso salta fuori che state lavorando insieme).

    In questa intervista e nelle cose che dice Enrico (e altre che hai detto tu precedentemente) riconosco moltissime considerazioni, comprese quelle che finora ho tenuto per me.

    Hai ragione quando dici che il terremoto ha rimescolato certe carte, ha costretto certe chiusure a venire al pettine, io ne parlo in termini di strutture di clan, ma sono la stessa cosa.

    E non credo neanche che L’Aquila fosse/sia priva di creatività, ma magari io ci sono stata metà dentro e metà fuori e vedevo cose diverse. Per esempio a me interessa il teatro e ci sono sempre state tante attività bellissime in questo senso.

    Ci sono stati locali all’Aquila, penso al Sing out, alla libreria Polar e anche a quell’altra libreria fantasy in Costa Masciarelli, che non ti saresti mai aspettato di trovare in un posto di gente così chiusa e convenzionale e cauta e magari noiosa, ma c’erano e facevano da punto di agggregazione per chi ne voleva uscire. (Poi che le attività immobiliari e produttive fossero in mano a quel paio di clan che ben conosciamo e che hanno sempre avuto il potere di fare e disfare è un altro paio di maniche).

    Penso a tutta la creatività esplosa dopo il terremoto, penso a Gentilucci (ma non solo lui) che a Villa Sant’Angelo si è messo fare teatro con i bambini, penso alle infinite attività che negli anni si sono inventate tante persone che conosco, ma anche semplicemente alle carriole, a piantare i fiori in piazzetta 9 Martiri, all’albero di Natale ai 4 cantoni, alle magliette. Nell’impotenza pratica guarda quante cose sono riuscite ad inventarsi gli aquilani.

    Sono cose che dicono molto del carattere che abbiamo (mi ci metto pure io, perché a differenza di quanto piaccia agli aquilani di città noi del contado c’entriamo pure) e di come reagiamo. Perché facci caso, nel momento che i giochi di spartizione e i pochi soldi che c’erano sono stati spartiti, nel momento che i grandi interessi che manovravano tutto adesso hanno poco da guadagnare dalle attività normali, guarda quante energie e quante cose dal niente si inventa la gente.

    L’unica nota negativa è che il costo umano di tutto questo è enorme e lo stanno pagando quelli che ci credono. Ma la creatività del due di picche, quella l’abbiamo sempre avuto e adesso è il suo momento.

    [Poi, adesso la dico a metà, ma nonostante quel paio di cose belle che sono venute fuori dopo il terremoto, io come tutti avrei preferito tenermeli stronzi, chiusi e noiosi come prima gli aquilani, se questo è stato il prezzo da pagare. Ma è andata come è andata e prima o poi toccherà avere il coraggio di infrangerla la blasfemia dei vantaggi nel disastro].

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