Chi mi aiuta a ritrovare una bellissima, amara intervista a Woody Allen che ho letto qualche mese fa?
Non ricordo dove né con chi parlasse, non ricordo se l’ho trovata in rete o su qualche periodico di carta, o se magari l’ho sentita leggere alla radio: il regista newyorkese faceva un bilancio della sua carriera cinematografica (compie settantacinque anni mentre esce questo’ultimo “Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni”) e lamentava di aver perso colpevolmente le sue opportunità; di aver firmato pochissime pellicole decenti in una filmografia pure copiosa e di aver perduto l’occasione di fare una grande opera definitiva, accontentandosi di accumulare tante operine di valore passeggero.

Così, la notte di Capodanno andiamo a vedere quest’ultima commedia che ha girato a Londra (lo confesso, anche con una motivazione extracinematografica: negli scenari della Londra vittoriana che si intuiscono dal trailer credevamo di riconoscere il quartiere dove abbiamo passato un pezzettino della recente estate: può il valore che attribuisci a un film dipendere anche da come si connette a tuoi ricordi, emozioni e nostalgie? Oh, al diavolo: può).
Settantacinque anni e un film che, sì, bacchetta una manica di immaturi pasticcioni sentimentali, ma parla soprattutto di modi di invecchiare. Di come ci si possa aggrappare non tanto alla vita, quanto all’idea irriducibile che la vita sia quella roba che succedeva l’altro ieri. Quasi come se il regista volesse ricordare alcune cose innanzitutto a sé stesso, mi è sembrato.
Così ripenso a quell’intervista e penso che sì, la sua grande opera Allen l’ha firmata. Non è questa, certo. Non è nemmeno il dolceamaro “Manhattan” o l’esplosivo “Prendi i soldi e scappa”. Non è il cinico “Match Point” né l’appassionato “La rosa purpurea del Cairo”. Non il colto “Zelig”, non l’autoriflessivo “Mariti e mogli”, e nemmeno il pessimista “Hollywood Ending”.
Il suo grande affresco è composto di ciascuno di questi momenti: dentro ci trovi Alvy e Annie che si raccontano, la sgangherata scuderia di artisti di Broadway Danny Rose, Melinda che visse due volte, Vicky e Cristina turiste a Barcellona, fino allo scrittore inconcludente Roy con sua moglie Sally, all’attempato Alfie (alter ego di Boris Yellnikoff, solo ripulito di un po’ di cinismo), alla sventata e depressa Helena che, abbandonati gli psichiatri, affida le sue residue speranze alla sensitiva.
L’opera fondamentale di Allen è questa grande storia polifonica che racconta un’idea sul mondo e sul prossimo, uno sguardo disincantato e pessimista che trova conforto e contrappeso in un’ironia che è soprattutto vedere l’altro lato delle cose. La tenerezza di quel farfallone irritante e fuori tempo massimo di Alfie, la debolezza di quell’energumeno di Roy che gioca all’intellettuale e il buffo del dramma che ci riguarda tutti.

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