A proposito di raccontare il terremoto: dalla rete ho raccolto questo racconto di una persona che desidera restare anonima. Lo abbiamo rilanciato nei social network e ora lo posto anche qui perché resti a disposizione più a lungo.
Ci tengo che lo leggiate in tanti: da venti mesi tanti aquilani non possono avvicinarsi alle proprie case. Tutta la città è tenuta lontana dai luoghi in cui si svolgeva la vita di prima. Dicono che serve per proteggere le persone. Proteggerle da cosa? Quale idea di persone, di città, di relazioni, di ricostruzione può esserci dietro a un’agenda che declassa a questione marginale il rapporto fra i cittadini e i luoghi?
Il fatto che chi ha scritto le parole che seguono cerchi di conservare l’anonimato è emblematico del modo (si può dire violento?) in cui hanno sconnesso le persone dalla loro città. Mai come in questi anni ci avevano ammorbato con la retorica delle radici e del territorio, eppure mai prima d’ora si era operato uno sradicamento sistematico, d’autorità, come quello ai danni di intere comunità dell’Aquila e della provincia.
Alessandro, commentando questo testo su Facebook, dice: “Il bello è che la forza della trasgressione, non nasce dalla trasgressione in sè, ma da un bisogno profondo. Di ricostruire la propria identità, anche riappropriandosi di spazi vietati, anche se distrutti.”

P.S.: per la comprensione di chi non conosce L’Aquila: a un certo punto si cita il nome di un centro commerciale, uno di quei posti fatti di vetrine e aria condizionata. A L’Aquila hanno preso il posto di un centro storico esteso, vivo e ricco di storia e di storie.

Voi come state a L’Aquila?

Non ho mai infranto deliberatamente la legge in vita mia.

Le leggi tutelano i cives, le leggi sono espressione di democrazia. Le leggi sbagliate devono essere cambiate dai cittadini che in esse non si riconoscono, con gli stessi strumenti che quelle leggi hanno emanato. La testa mi ripete tutto questo, ma stavolta non ce la faccio. Giovanna mi dice: “Andiamo”, e qualcosa nei piedi non riesce a fermarsi, qualcosa nei piedi mi porta senza che la testa riesca a fermarli. Quel qualcosa nei piedi mi porta e non riesco a dire di no, come ho fatto finora. Le leggi tutelano l’incolumità dei cittadini, ma io ora non voglio essere tutelata, la mia salute ha ora un’altra priorità, e la priorità ora è VEDERLA. È passato troppo tempo, lei mi manca. Voglio passare dove prima passavo, voglio camminare lì in mezzo, mi manca, mi manca come l’aria buona, mi manca come un pomeriggio di shopping tra i vicoli antichi, mi manca come la biblioteca, mi manca come la sala Patini, mi manca come il pane uscito dal forno, mi manca come una vita precedente. Mi manca. E i piedi vanno, come portati dai pedali di un bicicletta in discesa. Gli occhi vogliono vedere, le mani vogliono toccare. I miei concittadini lo fanno da sempre, voglio farlo pure io. È il mio turno, e mi va di raccontare com’è. La pioggia torrenziale di questi giorni avrà fatto altri danni, starò attenta ai balconi e ai cornicioni, non posso farci niente, e più cammino più aumento il passo, il cuore è già dentro. La transenna lascia un varco giusto per infilarsi, chissà in quanti l’hanno varcata prima di me e quanti lo faranno dopo. Basta, è fatta, sto dentro.

Vengo ingoiata dal buio, uso la luce del telefono. Lei è morta, sventrata, puntellata come il cadavere del capo di una tribù italica in battaglia, sostenuto sotto le ascelle per incutere coraggio all’esercito, timore al nemico. È incazzata. È nera di rabbia, o così io la “sento”. Le strade sono pulite, le macerie sono ammucchiate ordinatamente in piccoli punti di raccolta. Sarà piena di veleno per i topi, immagino, oltre che di ethernit volante. Esploriamo una piccola zona. Sto meglio. Come quando vai al cimitero, è una cosa che non serve a niente ma se ci vai ti senti meglio, ogni tanto devi farlo, per te. Un piccolo giro, sapevo già tutto, ho  visto tante foto, ma toccare è altro, non si manda qualcuno al cimitero al posto nostro“Ok, il giro è finito, usciamo, dai…”. L’ultimo flash della macchina fotografica… Troppo sparato, si vede lontano un miglio… Ci beccano. “Altolà!!!!!”. Da lontano, qualcuno grida.
Restiamo impietrite. “Porc… Te pareva… Aju schifusu va la mosca!”. Ci giriamo lentamente, scena vista in tanti polizieschi, tanto ormai qua è tutto un film. Da lontano, una torcia puntata sulla faccia.
“Fermatevi!”.
“E chi si muove?”
Si avvicinano.

Penso: “È fatta, una denuncia, che vergogna, è la mia fine. Ma venderò cara la pelle, farò una crociata sui giornali che se la ricordano a vita, mi incateno ai cancelli del Tribunale (ma dov’è il Tribunale?) mi incateno al Comune (ma dov’è il Comune?) mi incateno all’Aquilone.. (azz… all’Aquilone???), insomma da qualche parte mi incateno e mi lascio morire di fame…”
Tutto questo mi vortica nella testa mentre loro si avvicinano. Due ragazzini in mimetica, avranno vent’anni, mi sento ridicola, giocare a guardia e ladri, una signora attempata che infrange la legge, ma non ho la minima paura, sento la città pronta a sostenermi, le carriole mi difenderanno a spada tratta, Santa Carriola del Presidio proteggimi, dirò 3.32 preghierine… I due ragazzi mi fanno tenerezza, chiedono scusa, bene educati, quasi mortificati per quello che sta succedendo.
“Perché non vi siete fermate prima, al posto di blocco?”
“Ma quale posto di blocco?”
“Ah, allora non eravate voi” dice uno, rivolto più al collega che a noi, un po’ preoccupato. Mi viene in mente un flash di fuggi-fuggi di aquilani che girano come topi, infilandosi nei vicoli a destra e sinistra e ‘sti poveri ragazzi che li inseguono, investiti del doloroso ufficio della pubblica incolumità.
“Documenti”.
“Non li portiamo dietro, stanno in macchina”. “Andiamo in macchina”.
“Non lo sapete che è pericoloso?”
“Sì”.
“Non lo sapete che ieri è crollato un balcone?”
“Sì”.
“Non lo sapete che ci mettete nei guai?”
“Sì”.
“Non lo sapete che dobbiamo proteggere dai saccheggiatori?”
“Sì”.
“Siete dell’Aquila?”
“Sì. E dobbiamo rivederla, ogni tanto”.
“Lo capiamo, ma non si può”.
“Ma si deve”.
“Se non siete dell’Aquila sono guai per voi”.
Il ragazzo verifica la residenza: “Siete fortunate che siete dell’Aquila!”.
“Eh… Che culo?” dice Giovanna. Ridiamo. Ci lasciano andare dopo un cicchetto.

Dentro, il cuore che dice: “A domà”.

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5 thoughts on ““Mi manca. Varcherò le transenne…”

  1. Non sono mai stata all’Aquila, non sono mai stata terremotata, non so cosa vuol dire dover infrangere la legge per andare a sbirciare le macerie della propria casa, ma questo racconto mi ha commosso alle lacrime. E mi ha fatto incazzare. Ora torno su FB a condividere e a invitare altri a farlo. Anche oggi, in questa giornata di macerie istituzionali, oltre che materiali. Grazie Massimo, e un abbraccio virtuale a questa anonima “signora attempata” che, per fortuna, è residente all’aquila…

  2. “Sto meglio. Come quando vai al cimitero, è una cosa che non serve a niente ma se ci vai ti senti meglio, ogni tanto devi farlo, per te.”

    Mi conforta sapere che qualcuno si comporta come me; credevo di essere io quello “strano”

  3. @Frank: quella frase ha colpito anche me. Di solito non vado al cimitero, ma quest’estate sono andata appositamente nel cimitero di un piccolo paese dove riposano le ceneri di un carissimo amico morto un anno fa. Mi sono seduta sul prato davanti alla sua tomba di famiglia e ho scritto a lungo. L’incipit era “So che non serve a niente essere qui, però mi fa stare meglio”. Dunque se siamo strani, non siamo soli…:-)

  4. Grazie a chi lascia un messaggio.
    In effetti, prima su Facebook e poi qui, questo racconto ha avuto l’effetto di mostrare quanto siano comuni certi desideri. Come quello di oltrepassare certi confini insensati: tante persone hanno raccontato “lo faccio anch’io, e da tanto”.
    E’ altro quello da cui la gente dell’Aquila chiede sempre più di essere protetta, e non sono le pietre della sua città…

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