Si spengono le luci e tu rinsavisci e pensi “cavolo, non posso credere che ho impegnato il mio sabato pomeriggio con un film su un adolescente brufoloso che ha fatto i miliardi con un sito!”.

Poi, nella prima sequenza, il brufoloso viene lasciato dalla ragazza in un dialogo serrato e torrenziale e tu decidi che l’unico scampo è soffocarti col pop corn.

Di solito, se ti lascia la ragazza ti bevi una birra e vai a pescare o cose del genere. Lui no: lui si beve una birra e poi, incattivito verso qualunque cosa ricordi una femmina, realizza la più efferata violazione della privacy via internet della storia (il buongiorno di vede dal mattino) ai danni delle ragazze di Harvard.

Così, mentre il ritmo della scrittura e la sagacia della sceneggiatura ti sfidano a restare, parte la storia dell’avventura che rivoluziona la stessa rivoluzione di Internet: i gemelli Winklevoss, facoltosi e gagliardi canottieri (simpatici come un attacco di emorroidi mentre corri la cronoscalata di San Vigilio), che svernano nell’accogliente università del Massachusetts, adescano il giovane hacker per proporgli di partecipare al progetto di una rete che metta in connessione gli studenti del prestigioso ateneo. Lui ci sta ma subito dopo comincia a negarsi e a menare il can per l’aia. Si capisce perché: tanto attraente è l’idea (una rete che induca le persone a condividere spontaneamente informazioni per le quali un pirata di internet normalmente è disposto a passare una notte insonne), tanto mediocri e limitate sono le vedute dei due baldi monozigoti.

Mark Zuckerberg crea così “The Facebook” (con l’articolo, nei primi tempi) insieme all’amico Eduardo Saverin: dapprima connettono Harvard; poi la Columbia, e poi Stanford, Yale e così via (“seicentocinquanta iscritti al giorno? Se fossi uno spacciatore non riuscirei a dargli la roba gratis, a seicentocinquanta persone al giorno!”) e poi, finito il giro delle università americane, dentro la rete finiscono anche le “facce” degli studenti di oltreoceano.

“The social network” è la storia della guerra legale fra Zuckerberg, i due gonzi nerboruti e l’amico Eduardo, ingenuo e pulito, schiacciato anche lui dall’ambizione del geniale Mark. La rottura fra i due, dolorosa anche, matura quando nella loro collaborazione si inserisce un insopportabile Sean Parker, il vanesio fondatore di Napster perso ormai dentro le sue tossiche fantasie di complotti orditi ai suoi danni dall’industria discografica.

Dialoghi e sceneggiatura da quattro stelle su cinque, la musica di Trent Reznor ci mette la caffeina e la regia (è tornato David Fincher!) gli sta dietro a dovere, anche con un paio di guizzi da pacca sulle spalle.

Nelle locandine (italiane?) e nei trailer il protagonista viene descritto come “geniale” e “ribelle”. Facciano il piacere: lo Zuckerberg del film del ribelle ha proprio pochino, e fa simpatia semmai perché in quella nutrita congrega di figli di puttana è di tutti il meno figlio di puttana (solo apparentemente stronzo, ci suggerisce la giovane avvocatessa nell’ultima sequenza: ma che bisogno c’era?), e perché forse del proprio egocentrismo è un po’ più consapevole dei tromboni che incontra sulla sua strada. Va già bene così, ma ribelle, per carità, no: probabilmente lui e quei tromboni, avvocati compresi, sono fatti della stessa pasta. E nemmeno ci importa tanto, che sia diverso da quello che è, vale a dire cinico, bastardo e ben altro che quel chierichetto sorridente che conosciamo dalle immagini ufficiali di quello “vero”.

Dopodiché se sia più vero l’uno o l’altro, è una questione ingenua, ché il Mark del film sta al Mark del mondo “reale” più o meno come il mio avatar di Facebook sta al me in carne e ossa che vi scrive.

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4 thoughts on “Di Facebook, di paranoici e pezzi di nerd

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