Vauro, discaricaHo rivisto on line la puntata di Annozero di giovedì 28, su Napoli e rifiuti, con Bertolaso in studio.
L’ho rivista e ho ritrovato un passaggio che, alla visione della trasmissione in diretta, mi aveva colpito ma non sapevo perché.
Sui titoli di coda, fra le vignette con cui Vauro chiude abitualmente il programma, ce n’era una che intrecciava al caos malgestito della spazzatura campana la tragedia dell’Aquila. Bella e atroce, uno di quei guizzi che il Vauro televisivo e caciarone ancora riesce (sempre più di rado, secondo me) a trovare.
Una bella vignetta, riuscita. Perché la satira non può essere sberleffo e basta (per quello è capace anche il Bagaglino), non può limitarsi a uno sfogo contro il potente per  sentirti a posto per un po’.
La meraviglia di certi satiri è quando non solo riescono a far ridere su qualcosa di cui non c’è niente da ridere, ma quando la risata scaturisce dal collegamento imprevisto con un altro qualcosa. E’ questo che dà alla battuta una dimensione in più, ti fa fare un salto da una storia all’altra e quel salto ti permette di guardare non più a un fatto ma a una relazione tra fatti che, bam!, ti cambia il panorama (vi ricordate il Cuore di “Salvo Lima come John Lennon, ucciso da un fan impazzito”?).
Dunque: la Protezione Civile cerca un posto disabitato per la monnezza; il centro dell’Aquila è un posto disabitato. Bam! Se metti insieme due cose, ne vedi una terza. Cos’è che vedi? La volgarità della propaganda sul “miracolo aquilano”, la colpevole dabbenaggine di chi ha detto “ci penso io!” e, nella migliore delle ipotesi, non sapeva di cosa parlava.
Ma per quanto quella vignetta colpisse al cuore e facesse male, qualcosa che accadeva sullo sfondo (ma cosa?) mi aveva inquietato.
Ho rivisto la sequenza di Annozero.
bertozeroBertolaso, che fino a questo momento ha schivato fendenti, resistito agli affondi, tenuto testa a tutte le contestazioni e le accuse ricevute (qualche volta barcollando un po’ ma senza mai andare al tappeto), ora ha i muscoli della faccia tesi in una smorfia che cerca di essere un sorriso ma è tra lo smarrito e lo sgomento. L’uomo della Provvidenza è disorientato.
Vauro legge il testo della vignetta, sfonda (bam!) le transenne che da diciannove mesi nascondono l’incapacità di distinguere un centro storico da una discarica, il pubblico ride e applaude. Lui, il volto teso sempre di più, si offre alla telecamera ma lo sguardo è rivolto verso un punto altrove. Muove gli occhi in cerca di qualcosa e per un attimo lo cerca dritto dentro l’obiettivo, ma dura una frazione di secondo. In quella frazione di secondo (bam!) quello che mi guarda è il ritratto del panico. Torna rapido a guardare un punto dello studio, le guance e la bocca sempre contratte in una smorfia, gli occhi sbarrati. Fa impressione.

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3 thoughts on “La faccia di Bertolaso

  1. mbè in qualche modo il linguaggio del corpo ci riguarda entrambe ….. io non ho visto tutta la puntata ma ricordo (e non è la prima volta che mi sforzo di tollerare la visione di quel personaggio) o gambe unite e piedi uniti in una innaturale compostezza o accavallate, il tono della voce che è volutamente controllato fin a provare a spacciarlo per pacato e sereno anche nelle reazioni che se fossero di difesa convinta avrebbero, in soggetti sinceri, ben altri toni … tu che dici !?!

  2. Mah, sai che ho l’impressione che molti politici o uomini di potere abbiano tutti studiato lo stesso manualetto su come fare un dibattito in tv?
    Noto effettivamente delle ridondanze fra molti di loro…

  3. ma la discrepanza e il ridicolo consistono proprio in questo: che dialetticamente sono preparati a vendere fumo, interrompere, sviare argomenti …… ma il corpo non lo sanno minimamente dominare ;-)))

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