I batteristi hanno gusti strani

Questo l’avevo scritto per il numero 40 (del 1999) di Late for the Sky: i collaboratori, a turno, erano ospitati nella rubrica fissa “Il mio primo disco”. Riveduto, ripulito e aggiornato, ve lo ripropongo.
Credo che il senso di questa storia sia che le cose che ci cambiano la vita (un libro, un disco, un film) sono spesso legate a una relazione, a un incontro, a delle persone insomma
.

*********

La storia è un po’ complicata. Se dovessi dire qual è stato il primo disco che ho comperato, suppongo che si sia trattato di Jacopone da Todi: una specie di opera pop italiana, c’erano Gianni Morandi, Paola Pitagora e non so chi altro. Ero in quarta elementare e dovevo comprare un regalo per mio cugino che compiva gli anni. Entrai in un negozio e vidi quello: non sapevo affatto di cosa si trattasse, ma l’idea di un disco grande (i 33 giri erano roba da adulti) con dentro roba così strana rispetto alle canzoni di San Remo e di Canzonissima (c’era anche quella, allora) faceva sentire cresciuti. Insomma, come fu, come non fu, lo presi per mio cugino e poi costrinsi mia madre a prendere un’altra copia per me. Forse lo trovavo anche difficile, ma passavo ore ad ascoltarlo e in fondo Morandi (in quegli anni piuttosto popolare fra i bambini) era una presenza familiare quanto bastava per compiere quel salto da un mondo noto verso qualcosa più complesso e da esplorare.
Sì, tecnicamente quello fu il primo disco che ho comprato. Ma non direi che fu il mio primo disco: a parte il fatto che la mia casa era già piena di dischi a 33 e 45 giri. Non soltanto perché mia madre insegnava musica, ma anche perché fino a quel momento avevo avuto una sfilza di baby sitter che ascoltavano la roba che andava per la maggiore nei tardi Sessanta. Era roba deperibile, invecchiava in fretta: così, una dietro l’altra, finivano per lasciare in casa mia cataste di singoli di Gianni Morandi (Occhi di ragazza scritta da Dalla, primi germi di country rock…) e Massimo Ranieri, di Little Tony e Annarita Spinaci (chi se la ricorda?), di Patti Pravo e Tony Del Monaco, che hanno costituito la colonna sonora della mia infanzia insieme ai dischi di classica di mia madre.
Per cui no, non fu Jacopone il mio primo disco. Per le stesse ragioni non considero il primo nemmeno La torre di Babele di Edoardo Bennato, che comprai alle medie. Quello, però, lo comprai a ragion veduta, e fu in fondo il primo disco per cui i miei genitori cominciarono a guardarsi in faccia e a dirsi: “Cosa sta succedendo? Chi è quel pazzo che urla?”, che è poi una delle ragioni per cui un ragazzino, prima o poi, si porta a casa un disco.
Iniziò un periodo in cui partii alla scoperta delle discografie complete di Bennato, Branduardi (la puntata di “Odeon, tutto quanto fa spettacolo” sul secondo canale, in cui presentò Alla fiera dell’Est, fu una specie di folgorazione), De Gregori, De André, Finardi, ma anche Premiata Forneria Marconi e Banco del Mutuo Soccorso. Chissà cosa mi teneva ancora lontano dalla musica rock dei “padri”, forse il fatto che non riuscivo a pensare ad una canzone come a qualcosa di cui non capisci immediatamente le parole.
Ma un giorno successe qualcosa che abbatté per sempre quel muro (e qui comincia la storia di quello che considero da più punti di vista il mio vero primo disco, e se avete ancora un po’ di pazienza capirete perché). Alcuni fatti precisi crearono le premesse: ad esempio, all’età di tredici anni avevo passato diverse settimane a Roma dai parenti. Mio padre affrontava un intervento chirurgico nella capitale, e io passavo i pomeriggi tra i dischi di mia cugina. Era molto più grande di me, insegnava lingue, aveva viaggiato all’estero e aveva una quantità di dischi dei Beatles. Le parole non le capivo, non immediatamente almeno, ma per la prima volta non era poi così importante. A ripensarci oggi, suppongo che se mio padre non avesse sofferto di ulcera le cose sarebbero andate diversamente. E credo che lui avrebbe avuto due problemi in meno…

Ma sto perdendo il filo: un fatto importante, dicevo. Bene, accadde al ginnasio. Continuavo a frequentare i cantautori italiani, ma dividevo con alcuni compagni di scuola la fissa dei Beatles. Uno di questi era Stefano, che era già noto come “il chitarrista più veloce del liceo”. Era vero. Con il tempo è diventato anche uno dei più veloci d’Italia, e ha anche avuto qualche esperienza importante ma non ha mai fatto nulla per diventare una star. Credo abbia deciso di suonare per gli amici piuttosto che dover mediare con le regole del professionismo e del mercato.
Un altro dei miei amici appassionati dei Beatles era Roberto, che un bel giorno mi prestò la sua copia di Tommy degli Who: attenzione, non la colonna sonora del film, ma il disco originale con l’opera teatrale (come Jacopone, ma è solo una coincidenza). La chitarra ritmica di Pete Townshend e la follia di Keith Moon furono per me qualcosa di totalmente nuovo, più eccitante delle armonie vocali dei Fab Four. La canzone che ascoltavo decine di volte di seguito era “Sally Simpson”.

Divulgai ben presto la mia scoperta fra altri amici, e diventammo esperti nell’inter­cet­tare tutti i passaggi televisivi di “Tommy”: sembra incredibile, ma nelle varie tv private delle mie parti, in quel periodo, il film di Ken Russell veniva trasmesso con una certa frequenza e negli orari più improbabili. Dopo un rapido tam-tam di telefonate ci ritrovavamo ora dall’uno, ora dall’altro, e, seduti in semicerchio davanti alla tv (qualche volta in bianco e nero: non si poteva pretendere troppo da alcuni padri che, poco sensibili alle nostre scoperte adolescenziali, alla sera volevano vedere “La domenica sportiva” sul televisore principale di casa) seguivamo la storia bellissima e bizzarra del ragazzo cieco, sordo e muto che era diventato l’osannato campione del flipper.

Mi misi in cerca della colonna sonora del film. Trovai il doppio LP in un negozio della mia città e corsi a condividere la scoperta con Roberto. Mi chiese di prestarglielo. Cominciavo ad essere molto geloso delle mie cose, ma in fondo glielo dovevo. Tanto avrei continuato ad ascoltare l’originale, che mi piaceva molto di più: va bene Elton John, Eric Clapton e Tina Turner, ma quello che mi interessava davvero era quello che faceva con la chitarra acustica il tipo col nasone.
Qualche settimana dopo, il doppio con la colonna sonora mi tornò indietro completamente devastato. Le notti insonni di Roberto passate a studiarlo brano per brano (ah, non ve l’ho detto: Roberto è batterista) avevano lasciato tracce profonde nei solchi del povero vinile: da liceali compravamo delle puntine da combattimento e le cambiavamo di rado. Roba che oggi sembra la preistoria.
Così mi lasciò tenere il primo disco. Non mi dispiacque poi molto: anzi, nel cambio sentivo di averci guadagnato.
Quel disco ha abbattuto l’ultimo diaframma che mi separava da una musica lontana da me, ma che cominciai a sentire sempre più vicina alla mia sensibilità. Non era solo un fatto di ritmi e di suoni: c’erano anche le storie! C’era una miniera di personaggi, così lontani dalle canzoni che avevo conosciuto, e soprattutto così profondamente reali, veri: magari brutti, sporchi e cattivi, spesso anche figli di puttana, ma veri, accidenti. Difficilmente, se si fa eccezione per De André e pochi altri, avevo trovato qualcosa di simile negli italiani.
C’è un’altra cosa da dire. Non faceva parte dei patti, ma forse a completamento del risarcimento Roberto non mi chiese mai indietro The Last Waltz, che nel frattempo aveva lasciato a casa mia (ma che credo non fosse proprio il suo genere: di certo è stato più utile a me). Anche se, all’epoca, non sapevo apprezzarlo: la passione per gli americani e per il rock delle radici sarebbe stato un passo successivo, e anche del triplo live della Band mi sarei nutrito a lungo.

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=sMHyovwX7JM’%5D

Nel tempo, infatti, i nostri gusti si sono fatti più definiti. Quando nei primi anni 80 ho ascoltato The River di Springsteen mi sono comprato una vecchia Telecaster scassata, e la mia vita ha preso quella direzione. Roberto ascoltava i Kiss, ma sapevo che a lui potevo perdonarlo. E poi i batteristi hanno gusti strani.
Alla musica italiana sono tornato, anni dopo, ma passando per gli americani; a De Gregori sono ritornato attraverso Dylan; da Dylan, Willy DeVille, Willie Nile e la musica irlandese a Massimo Bubola; Duke Ellington mi ha riportato a Paolo Conte e così via; strana, la vita…
Nel corso di tutti questi anni, dalla musica rock ho preso anche le distanze. Tempo dopo sono tornato, e lei era ancora lì che mi aspettava. È bastato mettere sul piatto Sally Simpson perché tutto tornasse esattamente come se ci fossimo lasciati il giorno prima.

Keith Moon

Oggi Roberto vive in America Latina. Credevo di essere quello che aveva fatto la scelta più radicale, prendendo un treno e mettendo un bel po’ di chilometri tra me e la mia città d’origine. Qualche anno dopo tagliò la corda anche lui. Tanto intensamente avevamo vissuto quegli anni, tanto bruscamente abbiamo dovuto allontanarcene. Ma forse è anche per quel disco se fra i miei amici di allora Roberto è fra quelli che sento più di frequente. Non so se si ricorda ancora di Sally Simpson, non ne abbiamo più parlato. Quasi quasi uno di questi giorni glielo domando…

Annunci

8 thoughts on “I batteristi hanno gusti strani

  1. ho cercato di sceneggiare le emulo-aspirazioni tue e di Roberto … tenerosi …Townshend & Moon … il referente musicale è un riferimento “anima e corpo” sfogo-aspirazione-sublimazione … per me il cammino è stato (come ben sai) un pò, come dire … rigido … “l’amore a prima vista” corrisposto con un immediato “si”; io ti ricordo nel periodo “profondamente” Spreengstiniano e il “drummer-man mesoamericano” un promettente casinaro … 😉

  2. Ecco che è arrivato anche il drummer mesoamericano! Ciao Roberto.
    Dicevo sul serio, quando scopri qualcosa che ti cambia la vita è perché dietro c’è qualcuno. Se non era per tutta la storia che vi ho raccontato, e se dietro a Tommy non c’era proprio Roberto, non staremmo qui a parlare di quel disco.
    E Fabrizio, per un tratto collega di radio. Abbiamo scoperto di recente che condividiamo l’amore per un artista che non conosce quasi nessuno. Non so come funziona per voi, ma nel mondo dal quale veniamo noi, questo è un motivo più che sufficiente di fratellanza.
    E Luca, “diversamente inglese” (nel senso che mentre io scoprivo gli Who, lui era perduto da anni per altri figli di Albione…). Quando voglio farlo arrabbiare, gli dico che Peter Gabriel con i dischi degli anni Ottanta si è fatto perdonare quelli coi Genesis. Lui si arrabbia, ma tanto sa che è una specie di gag. E poi tanti anni fa mi ha fatto scoprire Prince. Fu un’estate in cui suonava i bonghi e continuava a cantare “Free free… set them free…”, della quale tutt’e due avremmo troppo da raccontare per farlo ora.
    I batteristi, dicevo, hanno gusti strani, nel senso che mentre gli altri si innamorano di una voce, di un genere, di una faccia, loro quando credi di aver capito cosa gli piace, ti sorprendono con un innamoramento che non ti aspettavi. I batteristi restano un mistero, seguono percorsi che noi non capiamo.
    Io, non dico che sia il primo desiderio, ma certe volte è fra i primi dieci, vorrei pensare un quarto d’ora come un batterista.
    Ciao ragazzi, grazie di essere passati!

  3. già, Tommy.
    All’epoca già facevo un sacco di chilometri in macchina e la cassetta era tra le più consumate.
    Riascoltarla riporta ai luoghi che percorrevo all’epoca e al mio inutile e grottesco tentativo di avere quei capelli.
    E poi mi persi nei King Crimson

  4. …un bel perdersi!
    Ricostruire questi percorsi è interessante, io arrivai ai King Crimson perché Pete Sinfield era il paroliere inglese di Branduardi, pensa un po’.
    P.S.: i capelli meriterebbero un articolo a parte, ma sono l’aspetto più doloroso di tutta la faccenda…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...