Non so quante persone arriveranno a L’Aquila domani per il raduno “L’Aquila Day” (altre spruzzeranno di neroverde i loro balconi, le finestre, gli uffici, i blog).
In un certo senso la quantità non è il dato più importante: è importante la crescente consapevolezza che L’Aquila, a un anno e quattro mesi dal sisma, non riguarda solo gli aquilani.

L’Aquila, prima.

Non solo per alcune ragioni addirittura ovvie, come il fatto che il patrimonio artistico che sta evaporando nell’indifferenza è una ricchezza (anche in termini di soldi, se ci fosse bisogno di dirlo) che appartiene a tutti; ma anche perché la tragedia aquilana è stata il pretesto per la più impudica campagna di propaganda che si ricordi, e perché l’informazione sulla “ricostruzione” ha usato L’Aquila per allargare la frattura fra due Italie, che è la vera malattia del Paese: un bipolarismo bisbetico e incattivito, con l'”amore” di qua e l'”odio” di là, i “grati” di qua e gli “ingrati” di là.

Per allargare quella frattura c’è sempre all’uopo un argomento di incontrovertibile buon senso. Tipo: “a L’Aquila è stato compiuto uno sforzo che non si è mai visto in occasioni simili”.
Vero. Un fiume di denaro è stato impiegato per tirare su diciannove quartieri dormitorio a decine di chilometri di distanza: e, mentre il 6 aprile 2009 il problema era di ricostruire una città, oggi si è aggiunto quello di ricostruire una comunità smembrata che comincia a sviluppare tutti i sintomi delle più classiche emergenze sociali; si è aggiunto quello dei soldi per ricostruire, che non ci sono più (o ce ne sono molti ma molti meno).
La soluzione è diventata parte del problema e lo ha reso ancora più grave.

Oppure: “non sapete che in Irpinia a decenni dal terremoto c’è ancora chi sta nei container?”. E chi può dire il contrario? Ma è un argomento sleale; perché 1) quei container non si usano più ed esistono soluzioni molto più accoglienti di quelli, molto più sicure delle tende (che dopo che ci hai passato sette mesi qualunque scempio sembra un miracolo, purché assomigli a un tetto vero) e molto più economiche delle new town; e 2) a L’Aquila il problema non è se fra venti anni qualcuno sarà ancora in abitazioni provvisorie: è se fra vent’anni ci sarà ancora qualcosa che assomigli a una città. Quello che è successo ha caratteristiche troppo diverse da altre tragedie dello stesso genere, per poterlo confrontare con quelle (che pure, dal canto loro, hanno preteso un tributo di vite umane anche dieci volte più grande).
Per dirne una, non c’è più un’economia sulla quale ricostruire (i disoccupati si contano in decine di migliaia).
Per dirne un’altra, la rete sociale si sta disintegrando ogni giorno che passa (i cittadini che ancora non tornano si contano in decine di migliaia).

Dunque in un attimo quegli argomenti di buon senso diventano molto meno indiscutibili, ma in quell’attimo hanno già cominciato a fare il loro lavoro: dividere. Succede anche fra gli aquilani.
Domani, mentre quelli che hanno iniziato il lavoro minacciano di tornare a completarlo, L’Aquila si connetterà con tante altre città, attraverso tante persone che porteranno occhi, orecchie e – spero – fotocamere e, una volta tornati a casa, racconteranno.

Perdonate la lunga introduzione: quello che volevo fare, nello spirito del L’Aquila Day, era riportare alcuni brani di commenti che ho intercettato in rete di gente non aquilana, ma che si sente coinvolta in quello che sta accadendo alla città. Ripenso alla fattiva solidarietà di cui il Paese si è mostrato capace all’indomani del 6 aprile 2009, ma qui parlo di un’altra cosa: dell’alzare la voce non per quelli che sono stati colpiti, ma perché ci si sente colpiti.

P.S.: per illustrare questo post ho scelto alcune foto della città viva.

*********

C. S., Castelfranco Veneto:

…come ogni italiano medio ho appreso la notizia da uno dei tg principali (non ricordo quale, credo il tg1). Al di là dello sgomento generale, mi ha preso una fitta che mi ha portato alle lacrime vedere la casa dello studente e sapere della morte di alcuni universitari. Ho cercato alcuni amici studenti di psicologia conosciuti in internet, per sapere se stavano bene.

Ho iniziato a confrontare quello che mi dicevano con la distorsione che veniva propinata dagli “organi di informazione ufficiale”: il solito intollerabile becero schifo. E poi tu e altri come te siete diventati la mia fonte di informazione e di riflessione e sono più che convinto che il terremoto a L’Aquila riguarda tutti gli italiani, non solo L’Aquila. Qui dalle mie parti mi accorgo spesso che la disinformazione e la faziosità generano idee e pregiudizi assolutamente sbagliati, quindi un grazie ed un applauso a te/voi che con la vostra tenacia avete poratato il neroverde anche qui.

Framino (di Bologna), dal suo album Flickr dedicato a L’Aquila:

Mentre cammini per i vicoli del centro, che ora non sono più il centro, ma la zona rossa, e li vedi vuoti, vedi ancora le macerie per terra, abiti che penzolano dalle case. Case vuote, vuote e silenziose e cani randagi che entrano ed escono. Mentre vedi tutto questo e senti quel silenzio, un silenzio tale che può essere solo assordante… mentre vedi tutto questo ti monta la rabbia per quello che non è stato fatto.

A. P., che da Milano si reca spesso a L’Aquila e poi la racconta ai familiari e agli amici (e con lui le tante persone che hanno divulgato questa e-mail):

…che dire… se non confermare col groppo alla gola.
Sono ripartito da L’Aquila alle 15 di oggi, ci tornerò lunedì e risarò aquilano per quasi tutta la settimana.
Groppo alla gola, dicevo. Lo stesso groppo di questa mattina mentre col mio elmetto calzato e gli scarponi antinfortunistici mi aggiravo per la zona rossa: avete mai provato ad attraversare una città senza gente? Una città che porta solo il rumore dei passi vostri e dei pochi avventori che, come voi, s’aggirano come fantasmi in una città fantasma? (non riesco ad abituarmi alla morte di questa splendida città, alla morte delle genti aquilane, io che aquilano non sono, che aquilano sono diventato).
A L’Aquila ho imparato a piangermi dentro, contaminato, forse, dagli aquilani: che non urlano, non piangono e se lo fanno, lo fanno in silenzio. Piangendosi dentro, appunto.
(…) Sapete che a L’Aquila gli psicofarmaci (tra i medicinali) hanno subito una impennata paurosa delle vendite?
Sapete del crescente alcolismo degli adolescenti e dei giovani?
Sapete che i giovani e i vecchi e le donne e gli uomini mi fermano per strada e mi dicono: architetto ci aiuti a realizzare dei punti di aggregazione che non siano i centri commerciali (unici luoghi periurbani rimasti in piedi, dove si vive una vita finta), ci aiuti a far rivivere la nostra città.
Sapete quanto disperanti siano queste richieste di aiuto?
(…) Non dimentichiamo L’Aquila e gli aquilani, nonostante la cattiva e pessima informazione. Facciamolo per loro. Ma facciamolo anche per noi, affinchè se un giorno ci toccasse di vivere una tragedia analoga si possa avere la speranza che, da qualche parte, possa essere rimasto qualcuno pronto a far sentire la nostra voce.
Buona notte o buongiorno
A. P.
(leggi il testo completo della lettera di A. P.)

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4 thoughts on “31 luglio 2010: L’Aquila non è solo dell’Aquila

  1. Grazie Massimo…per ora basta questo.
    Nel mio piccolo la mia bandiera e il mio pensiero. Da Castelfranco con furore! 😀

  2. Lascio un altro commento a fine giornata.
    Ho una disposizione d’animo un po’ “strana”. Questa giornata, almeno qui, è passata totalmente in sordina. Non mi aspettavo di trovare nei negozi bandiere neroverdi preconfezionate, non mi aspettavo, anche se lo speravo, di trovare bandiere appese alle finestre o ai cancelli delle abitazioni. Però mi sarei aspettato qualche cenno, qualche “attenzione” per questa giornata, anche dai media, e invece nulla.
    Due giorni dopo la mia nascita, è arrivato il grande terremoto che ha scolnvolto il Friuli nel 1976 e che ha avuto notevoli ripercussioni anche qui in Veneto. Io ovviamente non me lo posso ricordare, ma ogni volta che chiedo qualcosa rispetto a questo evento che comunque ha caratterizzato il mio “affacciarmi” al mondo, tutti quelli che lo hanno vissuto sembrano avere ricordi vividi, legati alla paura, alle sensazioni in genere, sperimentate a cusa di questo evento traumatico ed improvviso.
    Dicevo dell’indifferenza…la scorsa estate, come ti avevo già detto, qui è arrivata una forte tromba d’aria, che ha provocato notevoli danni soprattutto in un paese vicinissimo al mio. Qui in estate le trombe d’aria sono abbastanza frequenti, arrivano, in genere sradicano qualche albero, buttano giù qualche baracca che funge da ricovero attrezzi, toglie vie un po di tegole dai tetti delle case. Questa volta è stata un po di più; non era un tornado di grado 5 come quelli che devastano i territori del Nord America, ma non ci è andato molto distante. Questa volta i servizi sensazionalistici dei telegiornali locali non hanno esagerato di molto l’entità effettiva dei danni: ci sono stati scopechiamenti veri ai danni di abitazioni, campi e raccolti rovinati, capannoni di aziende divelti, case fortemente danneggiate. Fino a qui la situazione. Quello che è terribile è che pochi giorni dopo, persone con cariche politiche ministeriali nazionali, siano scese in campo a reclamare aiuti e l’intervento della protezione civile, acclamando l’arrivo della star Bertolaso, facendo il paragone con la situazione dell’Aquila, con gli aiuti dati all’Abruzzo ecc ecc. Facendo questo però si è detto che qui noi veneti siamo così volenterosi che se non la smettiamo di rimettere in sesto i danni, a differenza di altri (chissà chi erano questi “altri”), Bertolaso arriva e trova tutto sistemato e non ci caga di striscio. Facendo questo sono state paragonate due situazioni totalmente differenti, due agenti atmosferici totalmente differenti, due situazioni di danno post-evento totalmente differenti, due contesti urbani totalmente differenti, due stati di calamità totalmente differenti anche rispetto all’immediato futuro.
    Le trombe d’aria fanno paura, a vederne una che si forma e tocca il suolo ti si gela il sangue. Ma un terremoto…quello non si vede, è imprevedibile: non arriva annunciato da un cielo nero, da un vento più forte del solito, arriva dal suolo, dal sommerso, e quando finisce la prima scossa ce ne sono altre e poi altre e altre ancora. Il terremoto genera angoscia, non paura.
    In un paese civile questi giochetti infimi e faziosi in stile “dividi et impera” non sarebbero concessi. La sensibilità pubblica andrebbe stimolata e la biecca demagogia andrebbe evitata. Le tragedie “altrui” non dovrebbero essere utilizzate come metro di paragone per le proprie, agitando i pugni in aria per avere le stesse attenzioni come un bambino che chiede alla mamma le stesse caramelle che lei ha dato al fratello poco prima. Ancora peggio, queste situazioni non dovrebbero essere utilizzate per individuare nell’altro il nemico “succhai soldi” nel tentativo di unire ancora di più la gente del loco sotto la materna bandiera verde con la logica conseguenza di insinuare il pregiudizio e l’insofferenza verso una regione che si è vista arrivare un aiuto che si è trasformato in un’arma, ma della qual cosa l’informazione si guarda bene dal parlarne.
    Dicevo della casa dello studente, non perchè me ne fregassi del resto della città, ma perchè a livello emotivo è quella che mi colpì di più. Ho pensato “e se fosse avvenuto qui, se fosse stata rasa al suolo Padova, la città in cui ho vissuto, studiato, riso, pianto, conosciuto persone bellissime, mangiato in modo spartano con amici che vivenano nella casa dello studente, bevuto, fumato…”
    Tutto lo stivale è, più o meno, zona sismica e il fatto che non sia prevedibile dove possa verificarsi l’epicentro di un tale fenomeno dovrebbe stimolare l’unione tra le persone, una unione che dovrebbe essere mantenuta viva, non sgretolata attraverso falsità, menzogne, sciaccallaggi, demagogie vomitevoli e paragoni che non stanno in piedi e che vorrebbero essere esplicativi ma che a me paiono solo, per dirla alla Bateson, dormitivi.
    In ogni caso è importante che questa giornata ci sia stata e che la gente non rinunci a farsi sentire.
    Una buona serata Massimo

    cristian

  3. Ciao Cristian, è molto istruttivo, da sedici mesi, assistere ai diversi coinvolgimenti delle persone che non conoscono L’Aquila e cogliere di ciascuno le ragioni della risonanza della tragedia.
    Non ti ho mai chiesto se conosci la città. Posso dirti con sicurezza che agli aquilani che sono lì la notizia che c’è qualcuno, là fuori, che pur non essendo dei loro segue l’evoluzione della situazione con un coinvolgimento come il tuo, è quanto di più incoraggiante. Sono rimasto ad aspettare notizie sullo svolgimento di questa giornata proprio perché mi aspettavo che arrivasse una forte testimonianza in questo senso.
    Per fortuna già da giovedì sera (ben prima del raduno, dunque in ore non sospette) avevo scritto che non era fondamentale che ci fosse una folla oceanica: era importante la testimonianza che il muro si può abbattere.
    Ti dico una cosa strana: non credo all'”indifferenza”, con cui si tenta di spiegare gli aspetti mostruosi delle relazioni fra le persone. Non ci credo in questo caso, credo sia una di quelle spiegazioni, appunto, “dormitive”, che si autoconvalodano e non spiegano niente.
    Mi son fatto piuttosto l’idea che: 1) separare le persone sia una fruttuosa strategia di gestione della complessità (dai un’occhiata al trailer più giù) e che 2) ci siano delle cose talmente disturbanti da non poter essere guardate.
    Una città disintegrata è un concetto impensabile, disturbante. E che pezzi dello Stato, che dovrebbero prendersene cura, sono piombati lì per divorarne i resti (possiamo abbandonare, please, qualunque ipocrita formula dubitativa, ché ogni mezz’ora che passa ci arrivano notizie agghiaccianti?) è talmente disturbante che se io fossi estraneo a L’Aquila, se non vi fossi nato, se non dedicassi parte del mio tempo a seguire e a vedere di persona, vorrei fare di tutto per pensare che non è vero. Che i terremotati sono piagnoni, che chi doveva ha fatto veramente il massimo che si poteva, che quello scempio sullo scempio è in realtà un intervento invidiabile e all’avanguardia. E che se ho dovuto riparare il box dopo l’ultima tromba d’aria, i terremotati non la tirino tanto per le lunghe ché c’è di peggio.
    Avrei, insomma, un gran voglia di negare quello che è sotto gli occhi di tutti. Sotto gli occhi di chi vuole guardare, per lo meno.
    Buonanotte!

  4. Certamente, infatti anche io la ritengo una reazione assolutamente normale nella gente (e io di certo non mi considero diverso, anzi). Non trovo invece normale la maniera in cui tale reazione viene “utilizzata” da chi dovrebbe informare, intervenire, rimediare.
    Del resto, io quella notte ho dormito benissimo, qua non si è sentita nemmeno una leggerissima scossa, mi sono alzato con la sveglia come al solito e mi sono stiracchiato ben bene prima di uscire dal letto. Le due considerazioni circa la separazione (a cui alludevo col mio “dividi et impera”) e la negazione cui accennavi prima non possono che andare a braccetto: solo che una è “natuarale” (la seconda) e un’altra è “diabolica”

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