A occhio e croce, quello che ho capito dalla mia esigua esperienza e da quella altrui è questo: che se hai un manoscritto nel cassetto e un bel giorno decidi che il cassetto è diventato troppo piccolo per contenere tutta quella sapienza, e ti metti in cerca di un editore, gli incontri che puoi fare sono più o meno di due tipi.

Tipo 1: l’editore di una volta. Quello cioè che fa il suo mestiere: investe dei soldi su un prodotto in cui crede, ne cura la realizzazione, fa di tutto per promuoverlo. Lo fa per un motivo banale: che – come un sacco di gente al mondo – si assume il suo rischio di impresa.
Così, se gli piace il tuo manoscritto ti scrive “perché non ci vediamo da me la prossima settimana?” e se non gli interessa te lo dice. O magari si fa negare al telefono, ma comunque fa una differenza fra i libri ai quali dedicare attenzione e quelli che no. È uno che, una volta che ha deciso di pubblicarti, è capace di scommetterci per davvero, parla in giro di te e magari fa cose impensabili come passare tre quarti d’ora con te a discutere di quell’aggettivo a pagina 71 o del futuro del congiuntivo. Non solo: fa in modo addirittura che il libro arrivi nelle librerie. Per quanto possa sembrare obsoleto, si finanzia vendendo libri. Ce n’è ancora qualcuno.

The writer's studio su Flickr

Tipo 2: l’editore Mica posso fa’ tutto io!. Lui già sta lì a perdere tempo con te, poi deve preparare il contratto e perfino mandare il file in tipografia. Vuoi che ci metta pure i soldi? Il tipo 2 si declina in due sottotipi.

2A: sottotipo Facciamo un po’ per uno. Che ti pubblica e ci mette la faccia, ma una cinquantina di copie non le vuoi comprare? Tanto per dare la spinta. D’altra parte le avresti prese comunque per i parenti, no? In fondo non ti chiede somme stratosferiche: ma qualcuno sospetta che stampi dieci copie in prima battuta e le successive se proprio qualcuno gliele chiede: cioè giusto se sono coperte.

2B: sottotipo Lui-è-il-gatto-ed-io-la-volpe-stiamo-in-società-di-noi-ti-puoi-fidar. Il tuo libro è fantastico, si capisce già dalle prime tre righe (quelle che ha letto), ma il mercato è crudele e bisogna aiutarsi. Si differenzia dal sottotipo precedente perché non va per il sottile: non vorrà mica che un libro geniale come il suo resti ignoto? Io ci metto il tempo e lei ci mette i soldi.
Così, col cuore colmo di gratitudine, fai la tua parte, metti mano al portafogli e ti finanzi l’impresa, pensando che è un sacrificio ben motivato. (È vero, sei tu che hai fatto il lavoro e di solito chi lavora i soldi li prende, ma la soddisfazione non la vuoi pagare?)
Magari ti viene un dubbio quando gli domandi “che ne pensa del taglio che ho dato al terzo capitolo?” e lui ti risponde “eh? uh? ah, certo, certo, il taglio… bene, bene, giovanotto, complimenti al parrucchiere… c’è altro?”. Ma passa presto.

Old people in Turin su Flickr
Se sorvoli sulla stravaganza di chiedere dei soldi a qualcuno che lavora per lui, il tipo 2 ha una sua idea di promozione: ti fa contattare per un’intervista per il suo sito da un collaboratore che, per non essere condizionato, il tuo libro manco l’ha guardato e si prepara l’intervista leggendo il titolo (se proprio non ha timore di perdere la neutralità, butta un’occhiata alla quarta di copertina).
L’intervista è uno scambio sbrigativo di email, ma il collaboratore dà un tocco di realismo iniziando i suoi pezzi con “Conversiamo amabilmente del suo libro mentre sorseggiamo un aperitivo…”. Cominciano tutte così. Tutte! E da lì si capisce che non sta in piedi: nessun uomo reggerebbe tanto alcol.

Manco a dirlo, il libro ben presto sparisce dalle librerie (ammesso che ci sia mai passato) e quando prendi il telefono per protestare e per chiedere spiegazioni, il Tipo 2 ti risponde “eh, giovanotto, il mercato è volubile…”. Così gli fai notare che: 1) Giovanotto lo dice a suo fratello; e 2) da contratto dovrebbe toccare a lui promuovere il tuo lavoro, e che tu hai pagato la stampa di seicentomila copie. E lui ribatte professionale: “bzzzz… bzzz… C’è un’interferenza, bzzz… croak.. croak… oddio, i marziani! Nooo… aaagh… bleurhhh… la chiamo domani, ok? Clic”.

Questo è quello che ho capito io. Se avete esperienze diverse, o volete segnalare sottotipi non contemplati qui, dite la vostra nei commenti.

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10 thoughts on “Quello che ho capito del fare i libri

  1. Sì, più o meno i tipi sono questi, con sfumature varie. A me sono capitati editori seri ( Feltrinelli, e/o) che hanno fatto il possibile per promuovere i miei romanzi, ferma restando la difficoltà oggettiva di vendere libri oggi. Editori come Luca De Fiore del Pensiero Scientifico che oltre ad essere seri sono veri signori dell’editoria, credono a quello che fanno anche quando il profitto è poco. Ma secondo me il problema è la distribuzione, se non sei Umberto Eco o il giovane talento dell’anno dopo un mese i tuoi libri in libreria li trova solo chi li cerca espressamente, e anche così non semprte li trova. Per questo una casa editrice autonoma (come le EdizioniCHANGE) ha un senso: pubblicazione in tempo reale, distribuzione militante, mirata, vendita on line. Diritti d’autore zero, si intende, in cambio un certo numero di copie in omaggio all’autore. Ma chi di noi pensava di arricchirsi scrivendo libri?

  2. no. non è diversa.
    magari peggiore!
    ti ritrovi con casseti pieni di vomiti pomerdidiani o notturni, magari scritti bene, e un miliardo di persone che ti incitano a scrivere di più e a pubblicare ad ogni costo
    poi ti ricordi degli A.P.S. (Autori a Proprie Spese – U. Eco) che servono unicamente a finanziare quelli su cui vale la pena investire scelti con criteri singolari (la tua seconda categoria!!!!!).
    ti amareggi, e pare assurdo, se una ignobile sequela di parole scritta in cinque minuti (il tempo di premere i tasti) pubblicata su un sito di paese, occupa più di venti pagine di google, viene stampata e esposta per mesi in locali pubblici (ormai diventati anni), tradotta in quattro lingue, oggetto di conferenze, rappresentata da compagnie teatrali

    allora decido: pubblico solo se posso correre per il Nobel!

    Ergo: sarà estremamente difficile che io possa vedere un mio libro ACQUISTATO da un editore ED esposto in vetrina…………

  3. Bellissimo massimo!
    La mia esperienza non è diversa, anche se devo aggiungere una terza categoria: quella dell’editore un tontolotto, ovvero quello che non ti chiede soldi, ma che non mette nulla se non una correzione di bozze (che fai tu e mandi alla persona che poi la mette sul testo). Lo chiamo tontolotto perchè, sinceramente, ancora non ho capito cosa gliene vada in tasca. Che ci siano fondi per gli editori in base al numero di libri editi in un anno? Boh, non so, comunque brutta gente.

    Ottima analisi.

    Ciao
    Ale

  4. Bella l’espressione di Massimo “fare libri”. Voluto schiaffo in faccia a chi “fa” libri. Ogni tanto i miei amici mi mandano in posta i link dei famosi “editori” che incoraggiano gli scrittori emergenti. Apprezzo la simpatia del gesto, ma credetemi, mai e poi mai mi presterei a queste becere operazioni economiche. Davanti a un libro stampato io mi inchino, ho profondo rispetto. Capisco la gioia di vedere il proprio nome su una copertina, ma spiegatemi… che senso ha quando è fatto a proprie spese? Quando siamo editori di noi stessi? Tanto è il desiderio di vedersi su carta stampata (specie nell’era della volatile scrittura on-air) che si dimentica il valore e la dignità della parola SCRITTA. Ricordo una frase letta in gioventù (detesto gli aforismi, per la loro presunzione di risolvere un problema in tre righe) che più o meno recitava: “Per dire di essere vissuti bisogna aver piantato un albero e scritto un libro”. Al di là delle stupidaggine in sé, immediatamente evidente, ora, con la maturità, ne capisco il senso, che è tutto psicologico: “AVER FATTO QUALCOSA CHE RESTA”. Che è come dire aver sconfitto la madre di tutte le paure. La sopravvivenza si realizza in un albero secolare, in un libro stampato. Il bisogno che l’uomo ha da sempre di sopravvivere a se stesso, di dare un senso alla propria effimera esistenza, lo porta a cercare la pubblicazione del famoso “scartafaccio”, direbbe Manzoni, il manoscritto nel cassetto. Su questa terribile condizione giocano improvvisati editori. Dei libri pubblicati in questo modo non resterà nulla. Sono operazioni economiche per far girare i soldi e sopperire a questi bisogni profondi. Quanta maggiore dignità c’è in chi scrive nei blog o per proprio conto, per il puro bisogno di esprimersi, comunicare, condividere emozioni. Uno si apre un bel sito, e ci scrive sopra quello che vuole. In questo modo sono diventati famosi tanti giovani emergenti, gettonatissimi dai loro lettori in formato e-book, corteggiati da grandi editori. Mi piace sognare che questi giovani non accettino mai le proposte del Gatto e la Volpe: mi piace sognare che scrivano per il gusto di scrivere e per il popolo della rete, non per i soldi e il successo editoriale. Un po’ come quelli che, mettendo una canzone su You tube, schizzano nelle classifiche dei più gettonati e non accettano le proposte dei discografici. Il successo dato dal target raramente è duraturo. E l’”arte” quasi sempre muore di fame. Ci vuole rispetto per la pagina stampata, specie se si tratta di letteratura. Ci vuole rispetto per la parola scritta sulla carta, nonostante la grande sofferenza che questa privazione comporti per chi vive la scrittura come bisogno espressivo e come tecnica. C’è una dignità nel silenzio. C’è una dignità nel rispetto della carta. Internet è una grande risorsa per chi vuole parlare, perché è simile alla voce, è una specie di flusso di pensiero, consente modifiche, ripensamenti, cancellature, correzioni. Ecco, per esempio io ora mi rendo conto che potrei dire esattamente il contrario di quello che ho detto finora. Posso aggiungere il prossimo post impostato al contrario di questo. Posso sostenere l’importante funzione sociale di questi editori e farne dei benefattori in grado di alimentare l’autostima delle persone. Può essere vero tutto e il suo contrario. Gli antichi latini le chiamavano “Exercitationes”, un po’ bastate sulla sofistica, divertentissime dimostrazioni di abilità per sostenere questa o quella tesi. Ma mai e poi mai le tramandarono ai posteri. La democrazia di Internet permette di aprir bocca e parlare, sull’onda dell’emozione. E’ giusto e lecito. L’arte, invece, non ha mai una parola risolutiva, mai. E la parola scritta è SCRITTA. Non “volat”. Ti inchioda a quello che hai detto e non ti permette di sostenere il contrario, perché è basata sulla credibilità di chi scrive. Non alimentiamo questi editori di pochi scrupoli, scriviamo per noi stessi, apriamo un bel my-space o che sia, lì vomitiamo pure quello che ci pare, come dice Fulvio. La carta, la carta…. Il “LIBRO” .. lasciamolo ai grandi. Agli antichi perfino la carta sembrava troppo volatile e, quando si trattò di scrivere le leggi, Dio le scrisse su tavole di pietra, i Romani scolpirono le XII tavole. Le radici delle parole GRAPH- e SCRIPT- in tutte le lingue indicano l’incidere con lo scalpello. La scrittura è un valore. La carta è un valore. Salviamo la foresta amazzonica…

  5. Rispondo soltanto stamattina perché ho atteso di vedere fin dove arrivava questo post, che nella giornata di ieri (sabato, che è un giorno quasi morto per il mio blog, non so per altri) ha ricevuto cinque commenti in poche ore e un quantità di lettori da scalare la classifica quotidiana di “Blogs of the Day” di WordPress! E con un argomento così, poi! E dunque…

    Silvana: sì, questo bisogna dirlo: con la scrittura pochi campano; pochissimi diventano ricchi; una moltitudine ne ricava somme irrisorie, se pure ne ricava. Spesso non rientra nelle spese. Questo nella narrativa. Nella saggistica, poi, che è il campo che mi capita di frequentare, non ne parliamo.
    Anch’io, nella mia esperienza non proprio vasta, ho fatto buoni incontri. Ci sono editori animati da una passione quasi commovente. E mi sono imbattuto in situazioni meno edificanti, davanti alle quali la prossima volta potrei anche preferire la via dell’autogestione.
    Citi la vostra esperienza di Change, a Torino, che è una bella alternativa a una certa editoria e ai limiti dei distributori: un esempio di come si può fare in modo autogestito roba utile e importante, curare il prodotto e seguirlo nel suo percorso.

    E proprio pensando a storie come quella di Change dico a Luisa che in linea di massima secondo me ha ragione: ma conosco, ad esempio, casi di persone che hanno deciso di pagarsi la pubblicazione (e diventare editori “in proprio”) attraverso uno di quei siti che ti permettono di pubblicarti da te. Fra quelli, scrittori autolegittimatisi, quantomeno avventati, e persone che invece hanno avuto in quel modo la possibilità di far conoscere ricerche di anni che avevano ampiamente confrontato con la comunità scientifica. Per come la vedo, un libro fai-da-te, o certe esperienze di di editoria autogestita come quella di Change, sono meglio che accettare il ricatto di un editore che, prima ancora di leggere il tuo libro – se mai lo leggerà – ti parla subito di quante copie devi comprarti. I “fabbricanti” di libri.
    Su altri punti che tocchi ci sarebbe da parlare per ore. L’esistenza di tante opportunità riduce la “sacralità” del libro? Può essere, ma se pensi alle tante possibilità, analogiche e digitali, che la scrittura ha oggi di circolare, portare in giro idee, contaminarne altre…

    Fulvio: :DD Però adesso ci devi raccontare tutta la storia… Cos’è questa faccenda del sito di paese?
    Poi, dai, non abbiamo bisogno solo di premi Nobel: c’è bisogno anche di chi fa circolare un’idea, una storia. Il bello di questi tempi (col web, con tante possibilità a portata di mano) è anche questo: i grandi e i piccoli hanno possibilità di farsi ascoltare. C’è un rischio in tutto questo? Ce ne sono tanti effettivamente: ma questo è un motivo in più per vigilare e sviluppare senso critico, non per tornare indietro.

    Ale: grazie, sospettavo l’esistenza dell’esemplare a cui ti riferisci, ma non avevo avvistamenti diretti. Sì, il “tontolotto” mi pare che completi il quadro. A volte per mestiere pubblica tutt’altro (ricette di cucina, cataloghi di orologi a cucù) e, se gli capita l’occasione di un narratore, se ne innamora e lo prende come un diversivo interessante. Certe volte ha gusto.

    Giorgio: c’entra, eccòme! Hai voglia a dire che il digitale ammazza la carta. È un argomento vecchio, ma la fotografia non ha ammazzato la pittura e la tv non ha ammazzato il teatro. Su una questione simile avevo conversato sul suo blog con Luisa Capelli, una che di libri di carta ne ha “fatti” (nel senso del duro lavoro artigianale che sta dietro a una pubblicazione che vede la luce, non nel senso del “librificio” che giustamente evoca Luisa nel suo commento). Oggi la sua meltemi è ferma, e non voglio usare altre parole perché finché il suo sito web è funzionante, non dispero di tornare a vederla viva e vegeta.
    Però se tanta editoria di qualità boccheggia, chi le toglie l’ossigeno non è l’elettronica: tanto che Luisa continua a battersi per le libertà digitali. Perché per far vivere la cultura in questo Paese distratto può essere più utile moltiplicare spazi che non ridurli in maniera protezionistica.
    Questa, almeno, è l’opinione che ho da lettore e da “utente” della cultura: il dibattito è aperto!

  6. L’editore di tipo 2 introduce un inutile intermediario tra chi scrive e il tipografo. Meglio farsi editori di se stessi e vendere online come tutti i piccoli (e non solo) editori fanno, tanto più se il testo è destinato a un pubblico specifico: in tal caso una vasta distribuzione in libreria non serve a niente.
    Un sito ben fatto e una informazione mirata funzionano tutto sommato piuttodto bene.
    Il target non è l’umanità né la nazione, ma coloro che da quanto scriviamo possono trarre idee e stimolazioni: scrivere è un confronto, sia pure indiretto,con chi percorre con noi un tratto -lungo o breve- di strada, non un messaggi urbi et orbi.
    Qualche volta coi lettori ci incontriamo, di persona o per iscritto, e il confronto si fa diretto e ne usciamo arricchiti.
    I libri che amiamo sono comunque sempre rivolti a minoranze: quanti hanno davvero letto Montaigne o Cechov? Zarathustra o Il mondo come volntà e rappresentazione?
    Gettiamo anche noi qualche briciola nella corrente, forse il fiume la porterà a colui che la attende…

  7. Sì, ci sono libri che si rivolgono a pubblici talmente specifici che nel normale mercato delle pubblicazioni scientifiche difficilmente troverebbero spazio e se lo trovassero durerebbero poco. Questo è uno dei casi in cui le possibilità odierne di autoprodursi sono sacrosante.
    L’argomento classico è che, confrontandosi col mercato, un testo in cerca di editore ameno affronta un “esame”: ma anche il lungo confronto di certe idee con una comunità scientifica o professionale, prima di arrivare alla stampa, costituisce un esame, una selezione, una qualche garanzia.
    Poi ci sono le considerazione decisamente pragmatiche di Giorgio, che (insieme a Silvana Quadrino, v. più su) è uno che prima di decidere di “autoprodursi” ha pubblicato anche per editori importanti…

  8. Giusto per mettersi tranquilli: lo Zarathustra -appunto-, testo epocale. Prima edizione: vendute un centinaio di copie…
    Pe rimanere in scala, dei miei libercoli dovrei venderne 0,00001 copie ciascuno…

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