Continuando a tirare fuori dall’archivio le recensioni di “dischi del passato” (secondo lo spirito della rivista) che scrivevo per “Late For The Sky”, sul numero 42 del 1999 parlai di questo impressionante disco di quindici anni prima, da un maestro della voce e sperimentatore, Bobby McFerrin.
Scrivere per “Late For The Sky” era un bel modo di guardare la storia (della musica) all’indietro (all’uscita di questo disco spericolato, non potevamo sapere che qualche anno dopo Mc Ferrin sarebbe diventato famoso con un singolo di gran successo radiofonico).
Vi ripropongo l’articolo riveduto, corretto e corredato di un paio di video d’epoca. Buona lettura e buon ascolto.

BOBBY McFERRIN “The Voice”
(1984, Elektra/Musician, LP)

McFerrin il giuggiolone che intasa l’etere e le classifiche con il best seller “Don’t worry, be happy”; McFerrin che sperimenta con l’orchestra da camera, la musica di Mendelssohn, Mozart, Bach e Stravinksy; McFerrin delle canzonette per la pubblicità e per la tv; McFerrin delle ardite formazioni vocali che abbattono i confini del vocalese e gettano scompiglio nelle mappe tracciate da Jon Hendricks e dai Manhattan Transfer; Bobby McFerrin vocalist di lusso al fianco di Joe Zawinul, Herbie Hancock, Wynton Marsalis, Wayne Shor­ter, Chick Corea. McFerrin che ti trapassa il cuore con una lama blu quando sussurra il tema di Round Midnight sui titoli del film omonimo di Bertrand Tavernier.


Un talento forse disperso in mille rivoli, una vocalità poliedrica e proteiforme, una creatività ipercinetica im­possibile da imbrigliare: ogni volta che ti sorprendi lui è già lì che pensa a come strabiliarti ancora. Talvolta, purtroppo, in cerca dell’effetto e della meraviglia, e comunque stai sicuro che ci cascherai, che ti ritroverai ancora una volta col naso schiacciato contro la vetrina dei mirabolanti giocattoli di mastro McFerrin a fare “oooh!”.

“The Voice” è il suo secondo album e documenta un trionfale tour tedesco durante il quale l’artista è accompagnato esclusivamente da un microfono.

Dire che McFerrin usa la propria voce come uno strumento non è soltanto banale, è riduttivo: McFerrin usa il proprio corpo come uno strumento (“I’m my own Walkman”, dichiara nella traccia omonima). Canta, cerca tutte le sfumature percussive che gli permette la cassa toracica, si colpisce la gola producendo il suo buffissimo vibrato, restituisce alla musica la sua fisicità primi­genia, che convive senza imbarazzi con l’aria lieve, giocosa ed insieme spirituale e contemplativa del per­sonaggio.


Bobby McFerrin scarnifica il funky, vezzeggia lo swing e il bop, prende in ostag­gio “Blackbird” di Lennon e McCartney e la restituisce trasfigurata in una nenia incantata e magica. Improvvisa, segue una traccia melodica e la contrappunta. Compie escursioni vertiginose su e giù lungo un’estensione vocale impressionante che parte dal basso più cavernoso e arriva al falsetto più squillante.
È stato accostato al canto “a cappella”, ma va assai più in là. I suoi detrattori (per lo più colleghi invidiosi) lo considerano un epigono fuori tempo massimo dello scat singing, ma mi viene da ridere. Capace di giocare come solo i bambini sanno fare, Bobby McFerrin è in tutto e per tutto un cantante di jazz, senza ulteriori specificazioni. E in quanto tale si colloca al crocevia in cui convergono cerebralità, passione, curiosità ed irriverenza (ma badate, quell’irri­ve­ren­za verso le regole del gioco di cui è capace solo chi le regole le conosce a menadito).

Per quanto ci riguarda, McFerrin riesce a stupire per davvero proprio quando non si cura di stupire. Riesce a sorprenderci quando rinuncia a sorprendere e lascia briglia sciolta alla sua straordinaria creatività. Go­detevi la sua cover di “I feel good”, e quando riascolterete l’originale non riuscirete a liberarvi dalla sensa­zione che sia la sezione fiati di James Brown a fare il verso a McFerrin.

Più tardi verranno gli effetti speciali, le pose da star, le stupefacenti sovraincisioni multiple, le sperimentazioni spericolate, i progetti ambiziosi e un po’ megalomani (voci ben informate lo davano di recente concentrato nella composizione di un’opera!). E francamente ci allettano un po’ meno, anche se ancora una volta non ci esimeremo dal pagare il nostro tributo di stupore e di meraviglia.
(Ristampato in cd, 60366-2).

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2 thoughts on ““Sono il mio Walkman!”

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