Avevo intorno ai quindici anni quando mi regalarono un l.p. di uno strano chitarrista dagli occhiali con la montatura rossa. Credo che quel disco (un disco italiano!) abbia lasciato una traccia sul mio personale immaginario rock and roll. Mi appariva come una galleria di disperati, irregolari, emarginati, matti e antisociali.
ivangrazianiC’erano le chitarre scordate dei gruppi del Festival Slow Folk di B-Milano: c’erano Zampa di Velluto, Faccia di Bronzo e Heavy Pig, il re del punk romantico.
C’era il figlio grasso e frustrato che, abbandonata una madre sessuofoba, si domandava come mai in venti giorni di fuga nessuno l’avesse ancora cercato. Della madre lo accompagnavano le parole che gli aveva ripetuto per anni: “Sarò la tua unica donna” gli diceva, “guardati dalle ragazze, hanno il demonio nel ventre”. E da anni lui aveva la curiosità di sapere se quella storia del demonio era vera: presto scoprirà a sue spese che domandarlo alla donna dai capelli rossi abbracciata a quell’enorme uomo non era una buona idea.
C’era Gabriele D’Annunzio, il disperato dal naso “a tubo di stufa” che spiava le donne degli altri alla messa della domenica e si nascondeva da una moglie ripugnante e violenta per sognare nella sua stanza sulle pagine delle riviste pornografiche.
C’era il ragazzo sprovveduto che era stato ingaggiato per “spaventare” un uomo. Gli avevano assicurato che sarebbe stato un lavoro pulito. Invece ora era lì davanti al cadavere di uno sconosciuto e tragicamente consapevole dell’imbroglio e della propria condizione: ventun anni e già assassino.
C’era l’uomo che amava morbosamente Monna Lisa e progettava di rubarla, e c’era Paolina, trent’anni, solitaria, ingenua e immacolata, che scambiava sguardi fugaci con l’istruttore di guida e realizzava i suoi sogni romantici al cinematografo prima di tornare nel suo appartamento su per le vecchie scale.

Non c’era nessuna turpitudine in quell’umanità sgangherata e marginale eppure innocente.
La volgarità era piuttosto nell’uomo perbene della canzone che intitolava l’album: uno che sapeva “citare i classici a memoria” ma inconsapevole della propria irrimediabile sguaiatezza morale; uno che considerava il prossimo in funzione della soddisfazione di bisogni e capricci: “la capra per il latte, la donna per le voglie”.

Non so se la mia chiave di lettura fosse nella testa dell’autore, ma questo è quello che trovavo in quel disco (“Pigro” di Ivan Graziani), nelle sue metriche sghembe, nel suo vocabolario eccentrico e in quel tripudio di chitarre: e mi intrigava l’idea che un autore nato in una realtà musicalmente tanto periferica (Graziani era abruzzese di Teramo) potesse scrivere cose così fuori da qualunque categoria corrente.

Perché ve ne parlo? Perché in questo luglio caldo, in cui si comincia a mettere il naso fuori casa e a concedersi qualche assenza, la copia su cd che anni fa ricavai dal long playing (e meno male, perché il vinile, fra traslochi e altre peripezie, non so più che fine abbia fatto) resiste da parecchi giorni nel lettore della mia vetturetta.

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3 thoughts on “Paolina, Gabriele D’Annunzio e tutti gli altri

  1. Musicista, poeta. E pure abruzzese. Amo la sua musica e il suo ricordo. Per noi adolescenti, all’epoca, non era solo musica. C’era aria di rioluzione. E le colonne sonore erano queste. Ed altre. Grazie, doc.

  2. Mai sentito ivan graziani, non so perchè, ma il nome mi ha sempre portato a relegarlo a qualcosa di non interessante. Vedi il pericolo delle prime impressioni?
    Comunque, gli hai dedicato proprio un bel testo. Sembra di leggere il Bob Dylan di quando scriveva bene, di quando scriveva. Di quando scriveva Desolation road, per esempio.

    A.

  3. @ antigua: io non sono cresciuto con la politica, come invece molti della mia generazione, ma con la musica e la radio. La mia rivoluzione (la mia prima formazione!) è stata quella. Ivan Graziani era una bella voce “diversa”. Sì, davvero un pezzo importante della colonna sonora di quegli anni!
    @ lagentestamale: Graziani cominciò a incidere le sue canzoni dopo aver fatto il chitarrista per Battisti e altri. Mi ha sempre fatto pensare a cosa sarebbe stato veramente Battisti senza quel canzonettaro di Mogol (scusate, opinione personale;-) ).
    Quando in Italia il rock and roll era una bizzarria esotica lui faceva dischi che erano manuali di chitarra rock e scriveva di un “wild side” di provincia che difficilmente si trovava in altri dischi oltre ai suoi…
    Ciao e grazie!

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