Due psicologi di Baltimora condussero un curioso esperimento. Parcheggiarono ai lati della strada due auto identiche: una di esse aveva un finestrino rotto. Nel giro di pochi giorni quella col finestrino rotto era stata completamente distrutta dai vandali del quartiere, l’altra era rimasta integra.
Un finestrino rotto è un finestrino rotto. Ma se è rotto anche domani, e dopo domani, è un segno di abbandono. E allora poco male se rompo anche l’altro, e poi se sfondo il cofano, e se taglio le gomme. E così via.

Venerdì a L’Aquila ho passato mezza giornata con alcuni amici di lunga data e con altri di cui solo quel giorno ho scoperto il volto, dopo aver comunicato per tanto tempo nel mondo virtuale. Ho bevuto il caffé di Paola: l’ultima volta l’avevo fatto a casa sua, un numero di anni fa ormai divisibile per dieci. Ho fatto un lungo giro in auto con Massimo che mi ha aiutato a capire qualcosa di più di quello che sta accadendo.

Ad esempio mi ha permesso di verificare (già nel mio viaggio precedente me ne parlava Adriano, che ne era particolarmente preoccupato, e da mesi se ne parlava sui blog) che in troppe strade della città di macerie regnano l’abbandono, le erbacce e la spazzatura. Si capisce che in un panorama di case tenute su alla meno peggio e destinate ad essere abbattute, una bottiglia al lato della via o un rigoglio selvatico sul marciapiede sono un ben piccolo problema. Però è possibile che davanti a problemi di dimensioni imponenti capiti di perdere di vista alcuni importanti, ancorché minuti, particolari.

L’Aquila oggi è un posto pieno di gente che lotta senza stancarsi per il diritto di restare in città e per la speranza di continuare ad averne una; mi sono trattenuto per un po’ con amici che stanno organizzando con grande zelo e con tanta passione gli spostamenti in pullman dei cittadini per la manifestazione di domani a Roma (visto che va alla grande, Marianna?).
Ma è anche un posto dove la gente continua a star male e a morire, a volte di suicidio; un posto dove tanti ragazzi hanno preso atto che non ci sono spazi per loro e quando possono, senza gravare sugli adulti già pressati da cose urgenti, si ricavano i loro luoghi di aggregazione: in casa, a gruppetti di due o tre (le vendite di videogiochi hanno raggiunto le cifre di una città dieci volte più popolosa). Un posto dove (è accaduto in uno dei diciannove villaggi C.A.S.E.) un ragazzino esce di notte con una spranga e sfonda i vetri di un po’ di auto sotto casa. Tutte questioni che, nei numeri e nell’impatto sulla situazione generale, rappresentano poco più che minuti particolari. Però facciamo che i particolari a volte sono importanti.

Non penso, naturalmente, che un decespugliatore prevenga i suicidi. Ma mi domando se la percezione di incuria e disinteresse non instauri uno di quei perversi processi a catena che amplificano il senso di abbandono e di solitudine, con conseguenze nefaste per tante persone che la solitudine e l’abbandono le vivono da quindici mesi (ah: nel mio giro ho visto Vigili del Fuoco smobilitare mestamente; i pompieri sono stati una presenza che è riuscita a dare fiducia alle persone, che ora si domandano perché loro se ne vanno mentre la città continua ad essere pesantemente militarizzata).

In una città così colpita, dove non si riesce nemmeno a prendersi la briga di dare una ramazzata o di liberare i lati delle vie invasi dalla vegetazione, la gente può cominciare a domandarsi come si potrà superare questa fase se non si riesce nemmeno a potare un cespuglio.
In un villaggio anonimo dove tutti sono uguali e dove le strade hanno nomi che non rispecchiano la storia o l’identità di nessuno (Via Fabrizio De André è un insulto al cantautore e, insieme, ai vecchi che vivono lì, paracadutati dai loro borghi in quelle “Milano 2” sorte dalla sera alla mattina), le persone non esistono. E se le persone non esistono, le cose non sono di nessuno. Dunque possono diventare bersagli per la disperazione di qualcuno.

Insomma, davanti a una tragedia di certe proporzioni, temo che il rischio peggiore sia quello di trascurare i particolari minuti (Gregory Bateson scriveva che chi vuole fare qualcosa di buono per un altro “deve farlo nei Minuti Particolari”; e aggiungeva: “Il Bene Generale è la scusa del furfante, dell’ipocrita e dell’adulatore”).

Guardacaso agli argomenti di chi segnala i rischi (in termini di degrado sociale e di ordine pubblico e di speranze di ricostruzione “vera”), di una città esplosa in diciannove quartieri dormitorio, si risponde sempre in nome di qualche superiore “bene generale”.

Per riavere una città ci vorranno dieci anni, ma forse anche venti o trenta. Per dare un altro aspetto alle strade bastano pochi giorni ogni tanto. Io dico che farebbe una differenza.

P.S.: intanto, un augurio alle migliaia di aquilani che a Roma, domani, ribadiranno il diritto di non essere strangolati da tasse che non possono pagare e chiederanno allo Stato di farsi finalmente carico di un serio sostegno per l’economia. Porteranno una proposta che, come si può leggere cliccando sulla foto o qui, è articolata nei minuti particolari.

Annunci

7 thoughts on “L’Aquila e i “minuti particolari”

  1. Grande , come al solito; leggerti mi fa venir meno la voglia di scrivere perche’ non saprei trovare parole migliori delle tue. Ciao

  2. Ti ricordi Massimo la chiacchierata in mail sulla mia sensazione che tanti comportamenti, soprattutto nei ‘minuti particolari’, siano cambiati e soprattutto tra chi è a stretto contatto con le zone materialmente più compromesse? Mi spaventa molto questo aspetto, lo vedo anche su di me, è terribilmente facile tendere ad assimilarsi col paesaggio.
    comunque, domani a Roma: in fondo è per fermare tutto questo che stiamo combattendo. … domani sarà una giornata pazzesca!

  3. Bell’articolo, però non si racconta di tanti e tanti che hanno approfittato facendosi ristrutturare appartamenti non così tanto inagibili, parquet, tinture multicolor nelle stanze ecc. per non dire di chi, anche non vivendo in loco, ha fatto salire i conti di proprietari di alberghi e b&b. Il “bello” è che i tanti di cui sopra sfileranno sulle vie di Roma. Ma una bell’esame di coscienza no??

  4. @ Massimo, grazie a te. Mi prenoto per un altro giro.
    @ Marianna: sì, mi ricordo bene. Sai, il paesaggio non è “dato”, non è quello e basta. Adesso c’è la questione delle tasse che è urgente e ci sono tutte le questioni che in queste ore state portando a Roma, che sono una priorità. Ma tagliare l’erba e raccogliere un po’ di monnezza è un’operazione alla portata di tutti. Oscurare i “minuti particolari” è in fondo anche un modo di espropriare le persone delle possibilità concrete che hanno di incidere sulle cose.
    @ Marco: hai ragione, probabilmente quello che dici è vero e altre cose si potrebbero raccontare su quelli che hanno occupato camere d’albergo senza averne diritto. Qui non se ne parla perché, semplicemente, si parlava d’altro, prova a rileggere il post.
    Questo, Marco, non è un blog di informazione sul terremoto, non potrei farlo nemmeno se volessi: è un blog dove si parla di tante cose e dove ogni tanto racconto quello che vedo quando torno nella mia città d’origine, seguendo la convinzione che la mole delle cose che si sono fatte a L’Aquila dopo il 6 aprile 09 ha trascurato del tutto la dimensione relazionale, sociale, identitaria del terremoto.
    Tu sei a L’Aquila? Sembri informato, prova a raccontare tu quello che sai. Il bello della Rete è anche questo: che se manca una cosa la si aggiunge. Ciao!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...