La mia recensione di questo disco di Ralph McTell uscì sul n. 39 (1999) della rivista “Late for the Sky”, di cui vi ho parlato qualche post fa.
La ripubblico qui, riveduta e riscritta in alcuni passaggi. “Water of Dreams” è uno dei miei dischi preferiti di sempre e Ralph McTell, inglese legato alla scena del folk britannico, uno dei cantautori che più mi appassionano, per vocalità, composizione e stile chitarristico.
(Dico a te: se non hai voglia di leggere fino in fondo… guarda almeno il video di Hands of Joseph!)

RALPH McTELL “Water of dreams”
(1982, Mays Records, l.p. TG 005)

Autore e chitarrista di culto, Ralph McTell appartiene a quella piccola cerchia di ra­ri musicisti che, se per meriti artistici si sono guadagnati l’attenzione del pub­blico più sensibile, per l’o­ne­stà e la sincerità con la quale hanno attraversato mode e tendenze ne hanno con­qui­stato il cuore. Ogni suo nuovo lavoro è salutato non so­lo con l’apprezza­mento che si riserva ad un artista di rilievo, ma anche con il rispetto e la riconoscenza che si devono ad un uomo che non ha mai tradito sé stesso.

McTell scelse la strada della musica quando, adolescente, ascoltò i classici del blues, a partire da Ramblin’ Jack El­liott. Attraverso di lui conobbe Woody Guthrie, Sonny Terry, Blind Boy Fuller, Blind Blake, Rev. Gary Davis, e decise di darci dentro con la sua chitarra fino a che non fu in grado di dare, come dice egli stesso, “una passabile idea di Woody Guthrie e una passabile idea di Ramblin’ Jack Elliott”: del primo ap­prezzava i testi e l’impegno, del se­condo la “deliberata indisciplina” nel modo di suonare. Negli anni 60 ar­riva­rono la prima chi­tarra vera ed una permanenza a Parigi, dove conobbe Gary Pe­tersen, un chitarrista di Los An­geles che gli insegnò i propri segreti e gli permise il salto di qualità.

Di lì a qualche anno McTell avrebbe iniziato ad incidere alcuni album tra i più si­gni­ficativi del songwri­ting d’oltremanica, ed avrebbe trovato un amico ed un estimatore in Chri­sty Moore – folk singer irlandese di grande carisma e di rigoroso impegno politico – con cui condivide radici musicali e rigore intellet­tuale.

“Water of dreams” sin dalla copertina (disadorna ed essenziale, con una bella foto scat­tata da Guido Ha­rari al cordiale faccione di McTell) possiede la magia di quei dischi che non hanno bisogno di grandi budget per en­trare per sempre nel cuo­re di chi sa ascoltare. Una primadonna della musica inglese (Ri­chard Thomp­son), un chitarrista coi contro­fiocchi (Albert Lee) e perfino una vecchia volpe del music business (Phil Col­lins!) forniscono il loro contributo all’al­bum senza protago­nismi, mettendosi umil­mente al servizio del progetto di un autore al quale, mi piace im­magi­nare, si avvicinano con lo stesso affettuoso rispetto che da sem­pre nutre nei suoi confronti chi vi scrive. Le dodici canzoni dell’album, che vivono della voce profonda e calda di McTell e della sua peri­zia strumentale, so­no le tappe di un itinerario dell’anima tra l’amore e l’amicizia, tra la gioia ed il rim­pianto, tra ballate folk e passio­ne per il vecchio blues.

Ci sono tutti i suoi amori musicali: la cover di I Want You, privata delle spigolo­sità dylaniane, mostra tutta la sua acco­rata dolcezza; Hands of Joseph è ispirata alla figura di Joseph Spence – chitarrista verso cui molti, da Ry Cooder allo stesso McTell, nutrono un grande debito di riconoscenza – e delle sue grandi mani: mani callose da carpen­tiere, mani di chi lavora duro tutto il giorno, di chi ha imparato bene il proprio mestiere, ma con altret­tanta padronanza suona la chitarra per trasmettere gioia e fiducia a chi lo ascolta (tale è la venerazione di McTell nei confronti del vecchio chitarrista delle Bahamas che nel ’94 sarà scon­tata la sua par­te­cipazione ad “Out on the rolling sea”, sfaccettato disco tributo dedicato alla musica di Spence).

Geordie’s on the road again è un delicato omaggio ad un amico che viaggia per il mondo e lavora do­ve può. La tromba di Howard Evans la impreziosisce e accresce l’effetto nostalgico; è una can­zone sul viaggiare, su quell’incontenibile biso­gno che porta l’uomo a muoversi, sulla lontananza e sul­l’at­te­sa di in­contrarsi di nuovo.

Ancora un amico, questa volta con qualche grattacapo, è quello cui è dedicata la conclusiva Song for Martin (“…non lasciate Martin da solo, stasera, solo perché sembra che stia be­ne…”), ma non c’è spazio per la malinconia: l’amicizia può lenire qualche piaga. E d’altra parte, meglio di chiunque altro lo spiega lo stesso Ralph McTell parlando di sé: “non mi piacciono le tonalità minori… anche se le mie canzoni trattano talvolta di tristezza, c’è sem­pre una nota di ottimismo”. Che è, in poche parole, la lezione di Woody Guthrie e del blues.

Cosa aggiungere? Se non vi siete ancora imbattuti in Ralph McTell, e se dopo aver letto queste righe vi viene la voglia di recuperare quello che vi siete persi, cercate in giro i suoi dischi o cd, provate ad avvicinarvi all’arte di un cantore che, se non siete fatti di travertino, in più di un momento della vostra vita avrà qualcosa da dirvi. Perché ciò che ce lo fa sentire vicino è il grande dono di quei poeti (piccoli o grandi: la differenza, in fondo, sta soprattutto in chi ascolta) davanti ai qua­li ti capi­ta di pen­sare con sorpresa e con gioia: “ehi, ma sta parlando di me!”.

Foto da: http://www.ralph-mctell.co.uk
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