Martedì prossimo il Corriere, insieme ad altre testate nazionali – escluse alcune, di cui non vi faccio nemmeno i nomi, tanto li sapete e se non li sapete li indovinate – sarà a L’Aquila per rispondere all’invito del sindaco Massimo Cialente: venite a vedere con i vostri occhi, ha detto il sindaco, venite a vedere, voi giornalisti, in che condizioni versa questa città.

Ora, vuoi che all’alba di mercoledì, il Corriere e tanti altri escano con titoli tipo “Minchia, ragazzi, come è messa male L’Aquila! E chi se lo sarebbe mai immaginato?”. Così si porta avanti, affidando a una firma di lusso il prologo del “ve l’avevamo detto”.
Povera sfortunata terra, dice Claudio Magris, colpita da una disgrazia naturale piombata in un lembo di Italia dove l’unità del paese è ancora di là da venire.
Ecco: quello di Magris è proprio il tipo di articolo di cui L’Aquila non ha bisogno. Non ne ha bisogno L’Aquila, non ce l’hanno gli italiani che vorrebbero essere informati.
“Ho sentito l’Abruzzo come un cuore della mia Italia”, dice Magris, e il lettore pensa “bene, ecco uno che conosce quei posti, che li ama persino, e ce li può raccontare in maniera competente”.
Poi viene il sospetto che a L’Aquila, dopo le scorribande giovanili, Magris non ci abbia più messo piede: “L’Aquila, a quanto si sente da notizie e dichiarazioni, sembra ancora a pezzi”. Come, “a quanto si sente da notizie e dichiarazioni”? E ci voleva Magris? Non bastava la portinaia di qualunque condominio a raccontarci L’Aquila per sentito dire?

I buoni sentimenti dell’intellettuale triestino saranno senz’altra graditi a parecchi aquilani, ci mancherebbe, e se io a L’Aquila ci vivessi mi sarebbero certamente di qualche consolazione: ma l’invito accorato di Cialente ai giornalisti – mica perché esprimano qualche forma di umana comprensione: perché vadano a vedere! Ma qual è il mestiere del giornalista, se non quello di andare a vedere le cose per poterle raccontare, almeno una volta in quattordici mesi? Nessuno prova un senso di imbarazzo davanti al fatto che arriveranno col pulmino perché un sindaco gliel’ha chiesto per favore? – nasce dalla disperazione di non riuscire a mostrare la realtà al Paese.
Di cordoglio ne è arrivato quanto basta: quello di cui ha bisogno L’Aquila sono testimoni.
Testimoni che raccontino il primo e il secondo terremoto. Il primo, quello arrivato da sotto i piedi della gente; il secondo, quello arrivato dall’ingordigia e dall’incapacità degli uomini.
“Non sono in grado, non conoscendo a fondo la situazione, di rivolgere precise accuse ad alcuno, di indicare per nome e cognome eventuali responsabilità”, dice Magris. Ma allora, di che stiamo parlando? Se proprio si doveva fare un pezzo sull’oblio e sulla distrazione che stanno seppellendo L’Aquila, lo si poteva affidare almeno a qualcuno che magari non l’aveva frequentata in gioventù, ma che ci avesse fatto un salto una di queste domeniche?
Magris e il Corriere, e con loro tanti, continuano a non vedere che se quello dell’Aquila è stato il primo terremoto raccontato da Internet, è perché un evento che tocca così nel profondo comunità, appartenenze e relazioni umane non poteva accontentarsi di essere raccontato da un giornalismo fatto al telefono o col copia-incolla.
Chi sta salvando – chi sta provando a salvare – L’Aquila dall’oblio, non sono gli intellettuali che scrivono sui grandi quotidiani: sono i cittadini sui blog e sui social network. Gente che sa che l’effetto dell’oblio non è semplicemente quello di far dimenticare all’Italia che nel suo cuore c’è una città colpita. È quello di riscrivere, giorno dopo giorno, la storia del terremoto come la storia di un colossale colpo di sfiga che si è abbattuto su una città. E invece è la storia di una delle più ingenti operazioni di negazione collettiva a cui il nostro paese abbia assistito. Negazione del fatto che un pezzo della memoria di tutti (di tutti!, anche di quelli che non sapevano di averla) sta sparendo per sempre; negazione delle responsabilità che gli uomini hanno di essere stati a guardare o, peggio, a ridere mentre un patrimonio collettivo andava in briciole; negazione del fatto che il numero, che già stringe il cuore, dei morti va moltiplicato per cinque, forse per dieci: ché la disperazione e la mancanza di prospettive continuano a fare vittime; che le percentuali dei disoccupati e di quelli che non hanno una casa sono a due cifre.
Va bene se di tanto in tanto i buoni sentimenti riportano L’Aquila sulle prime pagine: ma per dare voce ai testimoni, non per compiangere una terra che la storia e la geografia vorrebbero ancora lontana dai vantaggi dell’unità d’Italia.
E quando mai l’argomento – quello, sì, da piagnoni – di appartenere a un’Italia figlia di un dio minore è stato usato dagli aquilani? Certo, continuano a gridare che Umbria e Marche hanno usufruito di attenzioni e aiuti di cui oggi L’Aquila ha bisogno come un naufrago di un salvagente: forse per dire che Umbria e Marche fanno parte più dell’Abruzzo di un’Italia presunta unita? È l’avvento lontano dei Borboni che impedisce a L’Aquila di avere quel che altri hanno avuto, e che essa stessa ebbe trecento anni fa? O piuttosto il fatto che questo paese non ha mai conosciuto l’ebbrezza e l’instupidimento di questi ultimi quindici anni? Che mai ha avuto in spregio il bene collettivo e la propria stessa memoria come nell’ultimo periodo della propria storia?
Altro che Borboni. La provocazione che lanciai all’indomani dello sfondamento della zona rossa (“…e se fosse successo a Firenze?”), e che Giusi a L’Aquila raccolse e rilanciò nella rete e altrove, non confrontava un sud con un nord, ma voleva dire una cosa ovvia: che se solo L’Aquila fosse più nel cuore dell’Europa e del mondo, anziché essere quel gioiellino incastonato negli Appennini, da sempre autolesionisticamente e, sì, egoisticamente geloso della propria bellezza, ci penserebbe il resto del mondo a venire a salvarla e a prendere a sberle quelli che la stanno strangolando.
Allora chi volesse salvare L’Aquila dall’oblio, prenda la macchina e vada a vederla. Racconti le ingiurie del suolo, quelle delle belve umane e quelle di chi, dovendo porre le basi per la sua ricostruzione, ha progettato lo snaturamento radicale e irreversibile della città senza nemmeno conoscerla.
I ventimila che sfilavano il 16 giugno – e, suppongo, il sindaco Cialente quando invita i direttori delle testate – non chiedono un occhio di riguardo per la loro sfortuna: chiedono testimoni, penne, telecamere, voci per la loro voce.

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2 thoughts on “A proposito dell’articolo di Magris sul Corriere: “Il sindaco dell’Aquila nel cuore del Paese”

  1. Ciao Max,
    scusa ma cosa ti aspetti dal Corriere? OPS, scusa, volevo dire dal Pompiere? Magris è un germanista mica un giornalista d’inchiesta, come Rizzo o Stella. A proposito: perchè non hanno fatto scrivere a loro il pezzo? Chiaramente sono domande retoriche.
    Io con il Pompiere non ci perdo più neanche il tempo di leggerlo. Dopo 20 anni ho smesso di comprarlo (vendite -14%: una ragione ci sarà).

  2. No, no, un giornalista d’inchiesta fa un’altra cosa. Penso che fosse una buona idea che un intellettuale dicesse quelle cose: solo, Magris ha scelto di dirle con una cautela che le ha decisamente svuotate.

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