Fra le recensioni che scrissi per Late for the Sky (una rivista bella davvero, che recensiva i “dischi del passato” e dove ti capitava di scrivere accanto alle firme della migliore critica specializzata), ho ripescato dal n. 45 (2000) un articolo su un musicista di quelli che mi emozionano e mi divertono di più. Pochi mesi dopo l’uscita di quest’articolo, John Hartford è morto: aveva 64 anni.
È stato un polistrumentista e compositore country e bluegrass, che amava i battelli fluviali e che ha scritto, fra tanta musica straordinaria, alcuni hit che, pur avendo fatto il giro del mondo, non ne hanno mai fatto una star del music business. La sua “Gentle on my mind” fu cantata da Elvis, da Dean Martin e da Glen Campbell.
Ecco la recensione che scrissi per “All in the name of love”, con un video di “Gentle on my mind” eseguita da lui stesso medesimo…

JOHN HARTFORD “All in the name of love”
(1977, Flying Fish, l.p.)

Per chi non sapesse di chi stiamo parlando cominciamo col dire che John Hartford è un tipo nato a New York alla fine del 1937 da una famiglia urbana quantomeno benestante, ma già a dodici anni suona il country e sogna di solcare le acque del Mississippi a bordo di un battello fluviale.
Non è finita: John Hartford suona il banjo, il violino, un po’ di chitarra e un’asse di compensato: è per questa ragione che può capitarvi di vederlo su un palco in frac, bombetta e… scarpe da tennis. Imbraccia lo strumento, racconta le sue storie con la sua caratteristica voce baritonale e contemporaneamente percuote con le scarpe una tavola amplificata, sulla quale sta in piedi e che gli fornisce una base ritmica.

Inoltre è un tipo che guarda all’industria discografica come ad un grande gioco incomprensibile, o quantomeno come a un fastidioso impiccio con cui dover convivere. Eppure, grazie ad un intenso lavoro nei locali e come session man, ecco che nel 1966 qualcuno a Nashville si accorge di lui e la RCA gli offre un contratto per un disco prodotto da Chet Atkins, per il quale anche Johnny Cash spenderà parole lusinghiere. Fortuna che una canzone del 1967 (“Gentle on my mind”, nashvilliana quanto basta) viene fatta propria da vari e autorevoli interpreti (dapprima la star country Glen Campbell, a fianco del quale Hartford apparirà ripetutamente in tv, poi nientepopodimeno che sua maestà Frank Sinatra e Dean Martin), tanto da permettergli di portarsi a casa qualche Grammy e di continuare a pensare alla sua musica senza grandi preoccupazioni per l’af fitto, e dunque senza curarsi più di tanto del proprio appeal commerciale.
Sebbene gli anni più recenti della sua carriera vedano, come d’obbligo, i soliti video didattici e una impegnativa attività divulgativa, il suo vero segreto è di essere tutt’altro che un virtuoso. Anzi, Hartford è uno di quegli strumentisti che più che concentrarsi sui progressi tecnici e sull’eleganza dell’eloquio hanno il pallino di sviluppare un lessico tutto proprio, magari singolarmente eccentrico, ma assolutamente diverso e peculiare, e anche quando indulge a qualche virtuosismo, questo è sempre del tutto personale e difficilmente riconducibile a qualche stile ufficiale.

Decisamente uno strano tipo: se non se ne conoscesse la bonarietà e la squisitezza, si direbbe quasi uno scorbutico ingrato. L’industria discografica gli offre denari e riflettori e lui se la ride dalla copertina di “All in the name of love”, beatamente adagiato tra le pale (si dirà così?) della ruota di uno di quei battelli ai quali continua ad essere tanto affezionato. Terzo album inciso per la benemerita Flying Fish (semper laudetur), questo lavoro si presta assai bene ad introdurre il neofita ai piaceri della musica hartfordiana, innanzitutto perché il suono è accattivante, alquanto più elettrificato che in altri momenti, e poi perché riprende alcuni classici del repertorio di John Hartford, compresa quella “Gentle on my mind” di cui si è già detto, che è un gioiellino di composizione e vede qui la sua terza versione (e non sarà neanche l’ultima) dopo quelle per la RCA su  “Earthwords and music” e su, per l’appunto, “Gentle on my mind” del 1968.

“All in the name of love” (bel titolo, peraltro, per uno che ha conosciuto da vicino le lusinghe del successo…) mette insieme l’originalità strumentale di Hartford e la sua sensibilità di cantastorie, una creatività quasi anarcoide e una grande passione per la tradizione, il blues quasi swingato di “The ten chord blues” e un piccolo grande cortometraggio per voce e chitarra (e poco altro) come “The six o’clock train and a girl with green eyes”, l’allusiva, etilica e sghemba “Boogie” per voce e fiddle e persino uno standard (“Cuckoo’s nest”) di derivazione britannica.
Ma non confondetelo con un album di musica tradizionale, o comunque avvicinatevi ad esso con fiducia anche se non siete dei frequentatori del Grand Ole Opry: la curiosità e la creatività, quando ci sono, sono doti trasversali. D’altra parte tra i suoi eroi c’è gente come Earl Scruggs e Bill Monroe, tutti musicisti che a suo tempo potevano ben essere definiti pionieri.
Oggi Hartford ha passato da un bel po’ i sessanta, e da più di tre decenni diverte e commuove. Da molti anni ormai, si gode la libertà di guardare allo show business dall’alto in basso (dopo essersi trovato, suo malgrado, a vestire per un lungo istante i panni della star), di fare solo quel che è importante per davvero e, se gli gira, di inanellare l’ennesima versione di “Gentle on my mind”. Forse è arrivato il momento, se non vi è ancora capitato, di provare ad innamorarvi di questo matto che scalpita sulla tavola di legno per raccontare di treni, di battelli, della metropolitana delle sei e di una ragazza dagli occhi verdi.
Se esiste una ristampa in cd, nessuno mi ha avvertito.

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One thought on “Quando c’era John Hartford

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