Il dittatore e gli ingrati: la rivoluzione discreta delle parole

Dunque a Parigi Berlusconi, nella conferenza stampa dell’OCSE, ha buttato lì un frase su Benito Mussolini per farci sapere, detto in breve, che chi ha il potere in realtà non ce l’ha (chi non sapesse di cosa parlo può vedersi proprio qui su il video dell’intervento). Ieri sera, intorno alle 22,00, ho pubblicato su Facebook uno “status” con un breve commento, al quale hanno risposto un po’ di amici, facendo seguire un piccolo dibattito. Così ho pensato di farci un articolo per il blog, sull’uso del linguaggio in politica, con particolare riferimento alla lingua del Presidente. Poi ho trovato (stamattina presto) l’articolo di Federica Sgaggio, “La legittimazione omeopatica della dittatura”: oggetto, appunto, gli slittamenti di significato che il Presidente del Consiglio (ingenuamente? perseguendo un progetto lucido, pianificato da esperti di comunicazione?) impone lentamente, impercettibilmente, alle parole a cui un tempo attribuivamo valori più o meno condivisi. Siccome il suo post (dal taglio storico e politico, ma con una rigorosa sensibilità linguistica, leggetelo) era parecchio più bello del mio, ho preso i miei appunti e li ho postati in parte sulla mia bacheca e in parte come commento all’articolo di Federica, su Facebook.

Qui li recupero qui integrandoli con altri pensieri successivi.

Scrive Federica Sgaggio:

Quel che mi sembra un segnale esiziale di novità è l’imprevedibile accostamento dell’aggettivo «grande» al sostantivo «dittatore»; l’ennesimo scivolamento del senso delle nostre parole.
Nel generale slittamento dei significati, prima di questo bipede eversore nessuno aveva ancora mai osato implicare con noncuranza che un’identità così fortemente contrassegnata da un’aura negativa come quella del dittatore potesse essere ribaltata da un aggettivo così inequivocamente positivo come «grande».

Un passaggio importante, secondo me, è quello in cui Berlusconi, riferendosi al duce, lo definisce “colui che era ritenuto un dittatore”. Cioè, il fatto che Mussolini fosse un dittatore diventa un punto di vista: alcuni lo ritenevano un dittatore.
È soltanto dopo, che il cavaliere aggiunge “un grande dittatore”. Come una mossa in due tempi: prima mette fra virgolette la definizione di dittatore, poi ci torna su e aggiunge “un grande e potente dittatore”, dove introduce una specie di classifica delle dittature e ne fa, ancora, un dato relativo. Alcuni pensavano che lo fosse.
Insomma: mette una bomba sotto un principio condiviso che è alla base del nostro vivere insieme (la differenza fra democrazia e dittatura) e lo fa aggirando, come dire? le “difese” di chi ascolta. Nel senso che parte del pubblico che ascolta non dirà “eh? Ma che diavolo sta dicendo?”, perché esplicitamente non dice “Mussolini era un grande statista” (come, più goffamente o semplicemente privi di un ghost writer cinico quanto basta, hanno fatto altri nel passato recente). Né, di fatto, nega che fosse un dittatore.
In questo senso credo che questa non sia una leggerezza improvvisata di un uomo avventato: credo abbia esperti di comunicazione (e di tecniche ipnotiche?) che studiano con lui le sua affermazioni pubbliche.
Ma Mussolini, dice, riusciva giusto a ordinare al suo cavallo di andare “a destra o a sinistra”. (E la trovata del cavallo merita una menzione a parte: chi di voi in quel momento non si è immaginato il Presidente sotto forma di monumento equestre?).

È la silenziosa, discreta rivoluzione del linguaggio che va avanti da un bel pezzo. Tornando indietro solo un po’, laboratorio di un nuovo vocabolario politico è stato il teatro aquilano del terremoto del 6 aprile 2009. Provate a fare mente locale.

Nei giorni delle tende prima, e delle C.A.S.E. poi, le vecchie categorie di “consenso” e “dissenso” hanno lasciato il posto a “gratitudine” e “ingratitudine”: gli ingrati erano quelli che ritenevano tragicamente sbagliati e controproducenti gli interventi edilizi del Governo che, dopo sette mesi estenuanti di “campeggio” (è una citazione, è una citazione…) sottraevano soldi alla ricostruzione. Pare un dettaglio, ma è un dettaglio che ribalta il rapporto fra cittadini e politica. Se la posizione dei cittadini è connotata in senso morale, non sono più soltanto questi che valutano e giudicano i politici; sono questi ultimi a misurare la legittimità etica delle loro rivendicazioni, del loro giudizio, del loro voto, alla fine.

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