Luca Casadio: una insolita conversazione sull’amore (e la letteratura, e la psicologia)

luca_microfonoTorno a parlare di (con) Luca Casadio dopo pochi giorni dalla recensione del suo “Tra Bateson e Bion”.
Il fatto è che quasi contemporaneamente a quello, Luca ha pubblicato per l’editore Giulio Perrone (nella collana Perronelab, dedicata ai nuovi autori) un singolare e affascinante libro di racconti: “Un assurdo studio sull’amore” (si compra on line e nelle serate di presentazione in giro per l’Italia).
Riassumiamo: Luca è psicologo, epistemologo,  narratore… e poi?

M. G.: …ecco, appunto: cosa sei e quante cose fai, oltre alla professione che condividiamo?

Luca Casadio: Ognuno è incognito a se stesso ed è sempre più di quello che concretamente fa.

E questo dovrebbe valere anche per me, spero. Nel mio percorso di vita mi sono trovato a seguire una regola di base: quella di fare ciò che mi interessava e cercarlo di fare nel miglior modo possibile. In maniera “seria”.
La serietà, a mio avviso, sta nel dedicarmi alle cose che voglio realizzare senza filtri, senza sovrastrutture. Senza trucchi, se volete. Solamente pormi di fronte alle difficoltà che si incontrano nel realizzare quelle determinate cose. È una forma di auto-formazione, un lavoro su se stessi.
Ciò comporta anche molti rischi, ovviamente. Il più evidente è l’ingenuità. Ma l’ingenuità si può combattere con lo studio, l’approfondimento e la dedizione.
Questa regola che mi sono dato comporta anche un atteggiamento sospettoso, forse snob, verso la formazione codificata e definita. Definita da altri, dico. Sempre più sento di persone che partecipano ad un corso di “regia video” e poi si definiscono film-maker. Io, se ci riesco, cerco di realizzare un film che ho in testa, senza per questo sentirmi regista o sceneggiatore. Faccio tutto da solo, anche se collaboro con molte altre persone. L’ho fatto nel passato, e ho vinto anche qualche premio nei Festival per film autoprodotti. Ma non cerco etichette o di definire una mia identità; vorrei solo realizzare alcune idee, seguire un mio stile, una vocazione.
Sono presuntuoso? Credo di no. Spero di no. Perché intendo fare delle cose, senza darmi nessun tipo di aria o di tono. Chi mi conosce lo può testimoniare.

M. G.: Vero, vero…

L. C.: In questo modo, tracciando un improbabile curriculum artistico, ho scritto e diretto alcuni cortometraggi; ho scritto e diretto alcune piccole rappresentazioni teatrali; e ancora ho scritto un libro di racconti: “Un assurdo studio sull’amore” – appena pubblicato dalla Giulio Perrone Editore (divisione LAB) –, un romanzo tutto dedicato alla pazzia e alla scrittura, ancora inedito; e in più ho firmato alcune favole e moltissimi racconti.
Ma la regola di prima vale anche per la mia professione, per la psicologia. Parallelamente alla mia formazione canonica, ho sempre seguito una mia pista che mi ha portato a studiare argomenti diversi e a scrivere alcuni saggi. Vorrei essere molteplice, nella sua accezione più bella, quella della complessità. Esaltare la diversità di ciò che penso e vivo, di quello che vedo con i miei occhi. Di quello che si può apprezzare e amare. Niente di più.

M.G.: Quando cerco di avvicinare uno scrittore per spiegargli che come terapeuta sono interessato al suo lavoro, che narrare fa parte anche del nostro mestiere, mi succede che mi risponda con la stessa annoiata sufficienza con cui noi guardiamo quelli che ci dicono “ma in fondo siamo tutti un po’ psicologi…”. Tu, che sei sia l’uno che l’altro, come la vedi?

Luca Casadio: Oltre ad essere l’uno e l’altro, mi occupo anche di psicologia dell’arte. Qualche anno fa, ho anche scritto un libro: Le immagini della mente. Per una psicoanalisi del cinema, dell’arte e della letteratura”, edito dalla FrancoAngeli, che è stato libro di testo al DAMS. Risponderò da questo punto di vista dicendo che il rapporto tra la psicologia e l’arte non è sempre stato facile.
Freud, per esempio, fece un lavoro psicoanalitico su di una novella, “Gradiva”, di uno scrittore tedesco, Jensen. Il protagonista della novella era un archeologo che nella storia si trova ad avere un’esperienza complessa che lo porta addirittura a delirare. Freud prese la novella come una descrizione di un delirio “reale”. La “usò” per dire che era una trattazione corretta di un delirio, compatibile con le sue scoperte psicoanalitiche. In ultimo, si offrì anche di psicoanalizzare l’autore su quegli stessi temi. Jensen, ovviamente, rifiutò l’invito. Non era interessato a questo.
Troppo spesso – rispondendo alla tua domanda – gli psicologi guardano alle storie che leggono con delle categorie già molto strutturate, dando cioè per scontate le proprie teorie psicologiche. Questo infastidisce molto gli scrittori, credo. Per esempio, non voglio assolutamente che nessuno pensi che io sia uno psicologo che ora si è cimentato con la scrittura. Chi l’ha fatto non ha reso un buon servizio alla letteratura. Ci sono case editrici che pubblicano lavori narrativi di psicoterapeuti. Io ho scelto un’altra strada. Ho pubblicato per una casa editrice (la Giulio Perrone Editore) che non chiede soldi agli autori e che non guarda di certo alla professione che esercitano.
lucassurdo
Scrivo – seguendo la mia regola fondamentale – da quando avevo sedici anni. Da allora non mi sono mai fermato. Agli psicologi dico di essere uno scrittore, così mantengo sempre una distanza.
La letteratura è un campo aperto, con infinite possibilità, dove l’autore può compiere ogni tipo di scelta. Lo psicologo, troppo facilmente, lega l’opera all’artista, alla sua storia, al suo “mondo interno”. Ma se riflettesse su quanto testimoniano della loro esperienza gli scrittori, scoprirebbe che a volte questi raccontano di un rapporto paradossale con i loro scritti. Spesso affermano che è il loro testo che li scrive, che segna la loro identità. O che scrivere è un modo di dire cose vere in un contesto falso, o viceversa. Dopo aver iniziato uno scritto – soprattutto se si tratta di un romanzo – ci si trova in una terra di mezzo, a tu per tu con quell’oggetto assurdo e senza più nessun riferimento concreto. È in quel momento che nasce qualcosa. Se lo scrittore è così saggio da sostenere questa confusione che lui stesso non padroneggia né conosce perfettamente, allora forse nascerà un bel libro. Qualcosa che un semplice psicologo non può capire. Qualcosa a metà strada tra un lavoro su di sé e un’opera di allontanamento dalla propria identità, di pura osservazione. All’interno di questo paradosso si scrive. Scordandosi di sé e mettendosi al centro di tutto. E forse per questo motivo non si devono conoscere le vite degli scrittori. Soprattutto quelli che amiamo. Il rapporto deve rimanere immaginario, almeno secondo me.

M.G.: Nel tuo libro di racconti ci sono spunti esplicitamente autobiografici, o per lo meno tanti riferimenti al tuo mestiere di psicoterapeuta. Quanto c’è di meno esplicito? Intendo influenze degli incontri che fai nella stanza di terapia…

Luca Casadio: Gli incontri nella stanza di terapia sono molto interessanti. Sono incontri, almeno per chi come me non crede al DSM – al manuale delle patologie psichiatriche –, con altri soggetti che semplicemente vivono la loro vita in modo molto diverso dal mio. Ho sempre molto da imparare da questi soggetti. Credo a quello che mi dicono e credo spesso, se non sempre, che hanno ragione. Se un mio paziente si vuole uccidere, per esempio, non riesco a vederlo confuso o spaesato, non lo osservo solo dal di fuori, ma cerco di capire il suo dolore cieco, la sua assenza di prospettiva, la sua catastrofe. Cerco di vedere con i suoi occhi. Credo alle sue descrizioni, e dentro quelle mi muovo.
Nel mio modo di scrivere – credo – c’è sempre questo “altro”. Ogni personaggio che descrivo è spesso una persona reale che tratteggio senza renderlo riconoscibile. Le persone che ho avuto in terapia, poi, sono una fonte di ispirazione continua, forse perché con me si devono spogliare di alcuni abiti e mostrarsi per quello che sono.
Proprio in questi mesi ho rimesso a posto un romanzo che avevo iniziato anni fa. Tratta di un giovane psicologo in formazione e di un pazzo, un borderline. Ho consegnato il romanzo ad un editore solo qualche settimana fa. In questo caso, ho messo nel romanzo tutte persone vere. Casi reali, amici e persone a me care. Anche io mi sono messo in quello strano teatro virtuale, almeno in due diversi personaggi. I pazienti, almeno per me, sono personaggi più veri degli altri, perché hanno smesso di fingere, di apparire diversi da quello che sono.
La letteratura che amo spesso descrive persone in difficoltà, ma sempre viste nella loro autenticità, nella loro condizione esistenziale. La patologia, da questo punto di vista, è una condizione estrema ma vera, reale. La verosimiglianza di una descrizione (e non i reality show) è quello che mi interessa. Come se toccasse il nocciolo duro dell’esistenza.

M.G.: Ma la signora novantenne col suo grande amore romantico di “Amo” esiste veramente?

Luca Casadio: Come tutti i personaggi scritti dovrei dire contemporaneamente “no” e “si”. Forse è solo una signora chiacchierona che chiedeva del ginecologo al Consultorio Familiare di Sassuolo, dove ho lavorato per anni. O forse è una donna molto più giovane che lottava caparbiamente per il suo amore, una persona disposta a tutto per amore. Potrei essere io stesso che, in un momento particolare, ho creduto che ci fosse una specie di giustizia in amore e che l’amore si possa raggiungere o addirittura meritare. Si, l’ho incontrata, quella signora novantenne, anche se l’ho incrociata quando ancora non aveva quegli anni. Però l’ho anche immaginata, l’ho vista forte e combattiva, capace addirittura di uccidere per avere il suo amore. Oppure era un sogno? Chissà.
Un personaggio di un testo è una persona reale che ti fa immaginare una storia oppure una storia che, per caso, trova il suo protagonista. Un’immagine alla ricerca di un appiglio reale. Qualcosa del genere, insomma.

M.G.: Ti è capitato che qualcuno degli “psicologi vestiti bene e ben deodorati”, come li chiami in “Nove Luglio”, storcesse il naso (sebbene il mito del terapeuta “anonimo” risalga all’archeologia della psicoanalisi) per quel tanto di “autodisvelamento” che c’è in un libro come il tuo?

Luca Casadio: Si, qualche mio collega mi ha detto di pensarci bene prima di pubblicare quei racconti. Certe cose non si possono dire. C’è ancora diffusa l’idea dello sputtanamento. Anche se amo gli psicologi che riescono a cogliersi con tutti i loro problemi e la loro umanità, a mettersi dalla parte dei loro pazienti. I loro miglior colleghi, come diceva lo psicoanalista Wilfred Bion.

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2 thoughts on “Luca Casadio: una insolita conversazione sull’amore (e la letteratura, e la psicologia)

  1. Sono insegnante e – da poco – scrittrice.
    Mi è piaciuto molto questo articolo e mi sono ritrovata in alcune dichiarazioni dello scrittore-psicologo, in particolare quando dice che “dopo aver iniziato uno scritto – soprattutto se si tratta di un romanzo – ci si trova in una terra di mezzo” e che “è il loro testo che li scrive, che segna la loro identità”. Forse perchè io sono veramente me stessa quando mi scrivo un’altra.
    Grazie per lo spunto di riflessione!

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