“Far rivivere un corpo freddo, e donargli bellezza eterna. Con gesti calmi e precisi. E soprattuto con infinito affetto. Partecipare all’ultimo addio, e accompagnare il defunto nel suo viaggio. In tutto questo percepivo un senso di pace…”

Quello che è irresistibile è il fatto che in giro per la rete si trovino ciarliere e fantasiose recensioni di critici che non l’hanno mai visto, o che ne hanno visti i primi cinque minuti. Infatti solo in questi giorni esce nei cinema italiani grazie a un piccolo distributore appena nato, a due anni dall’uscita in Giappone e a più di un anno dal premio Oscar come miglior film straniero nel 2009, un piccolo capolavoro che si è fatto amare in tutto il mondo e che noi, dopo tanta attesa, ci eravamo convinti di non meritarci.
“Departures” di Yôjirô Takita (“Okuribito” in originale) è la storia del violoncellista Daigo, che resta disoccupato quando la sua orchestra chiude. In cerca di un lavoro, e tornato in campagna con la moglie, si imbatte nell’annuncio di una piccola agenzia locale: “Aiutiamo la gente a partire”. Convinto di bussare ad una agenzia di viaggi, si renderà conto ben presto dell’equivoco, ma con in mano la prima mensilità anticipata non riuscirà a dire di no. Inizia così il suo lavoro col vecchio e taciturno Ikuei Sasaki, che gli insegnerà il rito antico della preparazione delle salme per la cremazione.
Daigo attraverso questa esperienza troverà un nuovo rapporto con la morte, e insieme con le sue radici e il suo passato.
“Departures” è leggero in un modo che non ti aspetti; è drammatico in un modo che non ti aspetti; parla della morte, del lutto e del corpo in un modo che non ti aspetti.

Posso raccomandarvi, con tutto l’entusiasmo che mi ha suscitato, di non lasciarvelo scappare?
Perché nasce da una storia bella e originale, da una sceneggiatura irresistibile, da interpreti deliziosi, e da tanta poesia quanta non ne trovi in un anno intero di cinema italiano.
Una storia lontana, di un paese lontano, eppure è una di quelle storie che ti entrano dentro e ti lasciano sui titoli di coda con l’impressione che qualcosa sia cambiato: quanto meno, che non avresti mai immaginato di pensare alla morte così.
departures02E poi ha un finale bello e sereno: ma mica un lieto fine gratuito e consolatorio, per niente: piuttosto è un sospiro di sollievo che ti sei meritato, perché il percorso faticoso e sofferto che cambierà profondamente  la vita e le relazioni di Daigo, un po’ l’hai condiviso con lui.

P.S.: io l’ho visto almeno tre volte. No, non sono mai stato in Giappone. Ma se a causa dell’ignavia dell’industria cinematografica italiana, per vedere un film di cui tutto il mondo parla uno è costretto a cercarlo sottotitolato nei meandri di Internet, è veramente condannabile? Ad ogni modo, giuro solennemente che pagherò la mia parte andando a godermi i colori dei mandorli sullo schermo di una sala; e poi prenderò anche il dvd per ritrovare l’intensità e la dolcezza di quelle voci originali.

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2 thoughts on “La morte si fa bella: “Departures”

  1. dico un’eresia se affermo che fra i ricordi più belli e divertenti della mia infanzia ci sono i funerali di quei nonni, zii e parenti vari morti di “vecchiaia”, nel momento giusto, come si diceva allora? E il rituale della vestizione, la salma esposta nel lettone ( senza scarpe, perché là non servono), il brodo di gallina. E i progetti per rimpicciolire i morti più vecchi e fare posto ai nuovi. Che lezioni di vita!

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