Dunque fra qualche giorno si va alle urne per eleggere chi si prenderà cura delle nostre città – delle nostre strade, dei nostri ospedali.
In questo senso le elezioni amministrative rappresentano un momento di partecipazione politica nel senso più ovvio e immediato: occuparsi della città e della vita sociale.
Per questo – anche da quando risiedo e voto in una cittadina con numeri e problemi diversi da quelli di un capoluogo, e dove il dibattito politico dà il meglio sui temi bollenti delle rotatorie e dei semafori – ho a noia il luogo comune per cui alle amministrative non c’entra la politica, e che in fondo si tratta solo di scegliere gente capace di fare.
Figuriamoci. Come se progettare aiuole e sensi unici, istituire o cancellare una rassegna musicale, non avessero a che fare con un’idea di città, di persone, di relazioni, di convivenza.
Dunque le prossime elezioni sono una cosa maledettamente seria. Anche perché – e non credo di sovraccaricare la questione di significati indebiti – la vicenda dell’Aquila segna, nella nostra cultura e nel nostro modo di vedere le cose, uno spartiacque radicale. Per la prima volta – non sarebbe successo in un altro momento storico; certo non in un altro luogo – un intevento all’insegna del minimo risultato con la massima spesa ha gestito la tragedia culturale e identitaria di una popolazione come una faccenda di carattere edilizio.

Due visioni del mondo e della città si confrontano su quel campo. Una – magari anche con macroscopiche differenze e distinguo sui temi dell’identità e della disidentità, sulla forma della città futura – che guarda alla città come luogo di identificazioni con lo spazio, di attaccamenti e appartenenze, di continuità di significati e legami, di storie scolpite nelle pietre delle case e dei monumenti; l’altra – con macroscopiche differenze e distinguo sulle varianti del giallo ocra e del verde pisello – che vede la città come agglomerato di locali abitativi.

È un fatto del tutto nuovo: quello che fino a ieri era ovviamente necessario oggi viene messo in discussione come accessorio, eventuale, voluttuario addirittura.
Questa è la visione che ha prevalso nell’intervento governativo noto come “ricostruzione”; l’altra è rappresentata, fra gli altri, da quelle migliaia, o centinaia, o fossero decine sarebbe la stessa cosa, di cittadini che passano le loro domeniche nelle zone blindate con le carriole, con le pale e con le zappe. Ingrati, comunisti, ingenui, naïf, quello che vi pare: ma stanno dicendo una cosa che non dice quasi nessuno, e che non riguarda soltanto quella città. E cioè che ci sono pietre e pietre; e che perdere di vista la differenza significa precipitare – smemorati e consenzienti – in un tragico Truman Show.

Insomma, quando dovete decidere se dare la vostra fiducia e il vostro voto a un politico, domandategli cosa pensa delle aiuole. Delle biblioteche. Se ha uno straccio di idea di cosa sia una città. Poi su tutto il resto si può discutere, ma su questo no.

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