Ridammi le mie metafore!

biancaneve

È cominciato tutto in una recente giornata di formazione, dove si parlava di rituali e riti di passaggio. Si ragionava sul fatto che nella nostra cultura gli aspetti rituali e metaforici del vivere insieme sembrano aver perso forza e ascendente: i passaggi della vita coinvolgono sempre meno il piano metaforizzato e rituale, interessando solo quello letterale.

Può darsi che questo comporti che attraversiamo passaggi importanti senza saperlo. Anzi, magari sapendolo, ma non sentendo quello che sappiamo.
Che fine hanno fatto dunque riti e rituali? Un’ipotesi è che il problema sia più ampio: in realtà ci hanno fregato le metafore. Può essere? E se sì, quando è successo? E perché non ce ne siamo accorti?
Pensa e ripensa, un collega di cui ho stima formula l’ipotesi che tutto sia iniziato quando hanno cominciato a fare film dai libri! Ipotesi inquietante ma suggestiva: il personaggio di un romanzo vive in una dimensione virtuale, è uno ma molti: quando assume le fattezze di un attore (famoso, magari), tutti i suoi possibili collassano in uno solo.
Niente più da immaginare: strappato dal dominio del congiuntivo precipita definitivamente nell’indicativo!
Mica male: pensa soltanto a quel che è successo quando hai visto per la prima volta la Biancaneve di Walt Disney. Da quel momento, non ce n’è, Biancaneve è diventata quella sciacquetta slavata e querula che parla coi cerbiatti. I sette nani, poi, ormai hanno quelle facce e quelle voci, con manie e nevrosi annesse.

P.S.: io, per esempio, l’ho presa male quando ho cominciato a vedere in tv i miei conduttori radiofonici preferiti. Son cose che non si fanno.

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3 thoughts on “Ridammi le mie metafore!

  1. bell’articolo massimo, complimenti. Mi ha fatto ridere.
    Sono pienamente d’accordo sulla questione della privazione di mondi possibili, per prenderla larga, tutta colpa di quel vigliacco del papà di Topolino, ma mi rimangono dei dubbi sulla prima parte.
    Tu dici che i riti di passaggio si sono svuotati, diciamo,però non so se ho capito bene cosa intendi.
    Pensando, infatti, all’ultimo che mi è capitato di vivere l’anno scorso, la laurea, sinceramente non l’ho vissuto come la sola acquisizione di un titolo, oppure la fine di un percorso studi, ma, per esempio, l’ingresso in un nuovo status sociale che non mi era mai capitato di vivere.
    E credo che questo esempio, che vale nella mia esperienza, possa essere interpretato in varia maniera da ognuno e scambiato con altri, in base alla propria specifica biografia.
    Non so, a me pare ancora presente l’aspetto ritualistico, seppure vedo una modifica. Del rito di passaggio, restiamo sulla laurea, è rimasto il rito, il cui aspetto simbolico, che potrebbe essere legato per esempio all’ingresso nel mondo del lavoro, però viene disconfermato, magari, dal ritorno del laureato a casa.
    Allora, forse, il problema non sta nello svuotamento dei riti, ma nella definizione di nuovi riti di passaggio: la firma del primo contratto di lavoro che superi il mese, i primi affitti pagati senza dover andare a chiedere soldi ai genitori…

    A.

  2. L’ultima volta che ho visto un film tratto da un libro – Il ritratto di Dorian Gray – ho trovato più interessante il pop corn. Infatti, l’altra domenica ho accuratamente evitato Alice in Wonderland per non dovermi rimpinzare…
    Scherzi a parte, non solo quella fetta di immaginazione andrebbe preservata, perché è luogo di conoscenza, ossia del tentativo di pensare a una corrispondenza tra le parole del romanzo e l’idea del mondo frutto della nostra esperienza, ma in ogni aspetto delle nostre vite c’è una zona di silenzio che i “grandi” – non solo i genitori, anche i (finti) maestri e i (purtroppo veri) padroni – dovrebbero lasciarci colmare non fornendoci “informazioni” che già danno forma, ma le condizioni per una “scoperta”.

  3. @ Alessandro: io voglio continuare a pensare che Walt Disney fosse bravo e buono, e che sono stati gli eredi e l’establishment che hanno usato Topolino per colonizzarci 😉
    A prescindere: circa i ricordi della laurea, quando toccò a me invitai ad assistere le persone importanti, e poi ci fu il pranzo con i parenti, e il giorno dopo la bevuta con gli amici. Però se penso alla discussione, mi ricordo una conversazione un po’ ansiosa in una stanzetta spoglia. Come dici tu: il rito c’è, ma il corredo simbolico va a farsi benedire. Forse anche perché non corrisponde, nei fatti, nessun ingresso in nessun mondo del lavoro…
    @ Sergio: il rischio di cui parli diventa ancora più serio in Alice, dova addirittura si oggettiva un delirio, traducendolo in immagini e fissandolo per sempre in una forma e in una sequenza di immagini! Anch’io ho schivato quella di Tim Burton, ma penso che se ci sono due Alici al cinema, e magari molte altre (ma alcune in circolazione sono troppo inconsistenti per sedere accanto a Disney e a Burton), almeno il rischio di “pietrificarla” in una sola è scampato…

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