Ci sono due modi, suppergiù, di presentare un libro.
Uno consiste nello spiegare alle persone quello che hai scritto. L’altro nel fartelo spiegare da loro.

La sera di giovedì 11 marzo abbiamo incontrato alla libreria Bibli, in via dei Fienaroli nella Capitale, il pubblico romano intervenuto per discutere di “La terapia come ipertesto”. C’eravamo io e Flavio Nascimbene e con noi c’era Luca Casadio, collega che conosce il nostro libro e col quale sin dalla sua uscita conversiamo sugli aspetti terapeutici, filosofici e anche letterari dell’ipertesto (perché Luca, fra le altre cose, è anche uno scrittore di racconti).
Fra l’aperitivo iniziale e il brindisi finale abbiamo parlato delle nostre idee e le abbiamo confrontate con quelle di Luca e del pubblico: in particolare con un avvocato romano che ci ha sollecitato sulla dimensione di verità e falsità nell’ottica ipertestuale e con un artista che ci ha incalzati sul non detto e il non dicibile in terapia e nell’arte.
Con Luca Casadio – come già con Massimo Schinco a Torino e con Pietro Barbetta a Bergamo – abbiamo intrecciato un confronto che ci sta aiutando a dare tridimensionalità a quello che abbiamo scritto. Mentre scrivi un libro come questo, pensi che una volta che l’avrai licenziato e consegnato alle stampe, il lavoro creativo sia concluso e la fatica possa considerarsi in un certo senso chiusa. E invece, in un certo senso, è proprio lì che comincia.

Le foto sono di Adriano Di Barba.

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