“Signore e signori, grazie mille.
Credo di avervi già detto ciò che avevo da dire con la musica. Ma ciononostante, se mi sopporterete qualche secondo, lasciate che vi dica che questa orchestra è composta da persone meravigliose, intelligenti e coraggiose. Vengono da Palestina, Israele, Libano, Siria, Giordania, Egitto e Spagna. Sono persone molto coraggiose.

A voi, tra tutti gli spettatori del mondo, non devo spiegare quanto coraggio sia servito a ognuno di loro per venire qui a suonare con gli altri.
Questo progetto che Edward Said e io abbiamo ideato nel 1999 una volta è stato descritto – cosa che ci ha lusingato molto – come una “Orchestra per la pace”, un’orchestra che porta questo e quel sentimento.
Signore e signori, lasciatemi dire una cosa: questo progetto non porterà la pace. Questo lo sapete. Il suonare insieme di queste persone meravigliose non porterà la pace.
Ma quello che può portare è la comprensione, la pazienza, il coraggio e la curiosità di ascoltare cosa l’altro ha da raccontare. Questo è il nostro progetto.
In questo contesto tutti hanno la possibilità di esprimersi liberamente e, forse, ancora più importante, di ascoltare la versione dell’altro.
Questo è il motivo per cui siamo qui da voi oggi con un messaggio di umanità. Nessun messaggio politico, ma un messaggio di umanità, un messaggio di solidarietà: per la libertà di cui la Palestina ha bisogno, e per la libertà di cui tutta la regione ha bisogno.
La nostra convinzione è che questo conflitto non possa essere risolto militarmente. Crediamo che i destini di questi due popoli, il popolo palestinese e il popolo israeliano, siano inestricabilmente legati. Pertanto il benessere, il senso di giustizia e la felicità di uno sarà anche, inevitabilmente, quello dell’altro. E questo è ciò per cui lavoriamo.
Lavoriamo per un cambiamento della mentalità di molte persone in questa regione. Molte persone che cominciano a pensare seriamente che qui ci sono due popoli, non uno. Due popoli, che hanno un legame filosofico, psicologico, storico molto molto forte in questa zona geografica del mondo. Ed è dovere di tutti noi trovare un modo per vivere insieme. Perché o ci uccidiamo l’un l’altro o impariamo a condividere ciò che c’è da condividere. Ed è con questo messaggio che siamo venuti da voi oggi.
E signore e signori, vedete che questa non è solo una mia opinione, ma anche quella di tutti i miei colleghi qui presenti, non importa da dove vengano, né di quale nazionalità siano o quale cultura essi pratichino.
E ora, prima che andiate, vorremmo suonare per voi un pezzo meraviglioso di Edward Elgar: “Nimrod” delle Enigma Variations.
Grazie mille. Shukran.”
(Daniel Barenboim, Ramallah Concert, 2005. Grazie a >)

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2 thoughts on ““La comprensione, la pazienza, il coraggio e la curiosità di ascoltare”

  1. Grazie a te, Massimo G., per aver lanciato un collegamento a questa incredibile iniziativa che dura ormai da anni. Per me i punti di forza sono i seguenti.
    Prima di tutto, attraverso l’esperienza musicale (e la disciplina… perché Barenboim é un direttore molto esigente!) questi ragazzi vengono portati molto più avanti e più in alto di quanto fossero prima. Ciò sviluppa in loro la capacità di affrontare, reggere e spesso superare le difficoltà dell’accettazione reciproca. Sicché col tempo si conoscono e scoprono la loro comune umanità. Il passaggio seguente consiste nel farli pensare, attraverso le iniziative seminariali e le discussioni comuni. Questo passaggio è difficilissimo, perché i diversi sistemi ideologici e le appartenenze vengono anche molto dolorosamente in conflitto. E poi i ragazzi vengono esposti agli occhi del mondo, affinché ciò che hanno fatto diventi pubblicamente vero, e sia giudicato da terzi (spesso negativamente giudicato… nelle famiglie e nei paesi di origine). Il conflitto viene affrontato (certo non sempre risolto) con la forza del pensiero. Il documentario “Knowledge is the Beginning” si chiude significativamente con la riflessione di una giovanissima musicista, che sottolinea come la dura esperienza dei seminari l’abbia fatta cambiare più ancora del suonare insieme. E’ sul pensiero che il cerchio si chiude, perché la musica che questi giovani suonano magistralmente contiene e richiede un grande sforzo di pensiero.
    Poiché a mio modo di vedere l’accecamento ideologico é uno dei mali peggiori di cui soffriamo individualmente e collettivamente, io sogno che i diversi passi di questo processo vengano traslati e applicati anche in situazioni diverse da quella in cui si sono sviluppati. Per accecamento ideologico intendo l’automatica, tacita e sistematica deformazione a priori del giudizio al fine di convalidare a tutti i costi uno schema che é ritenuto necessario, utile e vero da colui o coloro che elaborano il giudizio: sia esso un giudizio politico, un giudizio sui propri parenti, sui propri colleghi, sui propri antagonisti o sui propri alleati. Combattere l’accecamento ideologico implica darsi tempo, rallentare, perché bisogna pensare prima di parlare o scrivere e implica anche il tollerare la frustrazione della differenza, temporanea o permanente. D’altronde, come evidenzia Barenboim nel suo discorso, “o ci si uccide l’un l’altro” (e ne uccide più la lingua che la spada, dicevano una volta) o si impara che la realtà é plurale e solo su questa base essa può essere condivisa con giustizia.
    Due letture consigliate: “Insieme”, di Elena Cheah, edito da Feltrinelli, in cui i ragazzi della West-Eastern Divan Orchestra narrano la loro esperienza. “Thought as a system”, di David Bohm (Routledge), su come i sistemi di pensiero siano tacitamente pervasivi e sia possibile sfuggire a queste prigionie.

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