Sì, probabilmente vado a periodi.
Anni fa ero convinto che il libro che un terapeuta doveva assolutamente conoscere – certo, oltre quelli del suo mestiere e della sua “parrocchia” teorica – fosse “Il giovane Holden” di J. D. Salinger.
La curiosità candida del protagonista, che gli permetteva di vedere gli aspetti meno immediati delle cose mi sembrava una dote – una qualità cecchiniana – con cui un terapeuta dovesse confrontarsi.

Un giorno a una mia collega – una persona intelligente – dissi “Guarda qua, Il giovane Holden è un libro che quelli che fanno il nostro mestiere dovrebbero assolutamente conoscere”. Se lo portò a casa per leggerlo. Qualche giorno dopo me lo riportò: “Senti, l’ho letto, ma… uhm… che patologia ha secondo te quel tipo?”.
Il fatto è che gli psicologi passano più tempo a pensare alle cose che osservano che a pensare a sé stessi che osservano: provai a spiegarle che Holden Caulfield era grande come esempio di come guardare, non come soggetto da studiare, ma lasciammo cadere il discorso.

Oggi – vado a periodi, ve l’ho detto – penso che un terapeuta troverebbe ispirazione da parecchi libri di Italo Calvino. Le “Lezioni americane”, senz’altro. Ma “Se una notte d’inverno un viaggiatore” è un bell’esempio di quella narrativa labirintica che Calvino coltiva insieme a Borges. Col suo entrare e uscire da una storia all’altra, coi suoi protagonisti – il Lettore e Ludmilla – che, sulle tracce di un romanzo interrotto, trovano di volta in volta frammenti di storie che non conoscevano. Passano di storia in storia mica seguendo qualche connessione causale o superstizioni simili, ma per passione.
È un libro – come lo vedo io – sulle storie e su come il tessere storie crea relazioni. È bello, sorprendente, straniante, divertente.
Oggi è passato un po’ di tempo e non ho più punti di vista così radicali come ai tempi che lessi Salinger: non credo che tutti dovrebbero leggere per forza Calvino.
Però mettiamola così: se vi trovaste a fuggire da un’invasione aliena e doveste decidere se mettere in salvo “Se una notte d’inverno” o il vostro nuovo manuale DSM IV, beh…

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7 thoughts on “Vado a periodi

  1. Ti dirò, il giovane holden non mi ha mai interessato, non so perchè, però è così.

    Se una notte d’inverno un viaggiatore, invece, lo trovo un testo splendido. Un esempio di letteratura postmoderna come pochi altri: la storia cronologica, causale, lineare, se ne va, per lasciare spazio, proprio come dici, alle relazioni. La cosa che sorprende è che questo, non si trova solo nel contenuto, ma anche nella struttura del libro.

    Ale
    Splendido.

  2. Io pure so allergica al giovane Holden.
    Però anche io ci ho la fissa del libro per il buon terapeuta. Ma uno non mi basta, come forse manco una scuola mi basta, per quella roba che dice Trevi, per cui per ogni analista capo scuola corrisponde una serie di storie che lo riguardano di più e per questo lui le capisce meglio.
    zmo ce penso bene e poi te dico

  3. “Se una notte d’inverno un viaggiatore” lo amo molto anche io.
    Sono anche convinta che un terapeuta debba conoscere anche la narrativa, più in generale. Più riesce a leggerne, meglio è:).

  4. “Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.” (Il giovane Holden)

  5. @ Alessandro: leggere “Se una notte” è come sperimentare una posizione ironica: ti immergi di volta in volta in una storia, ti fai anche prendere, ma resti consapevole che si tratta di una fra le tante storie possibili. Come dice Zauberei, anche le teorie psicologiche sono le storie di altrettanti maestri…

    @ Zauberei e Chiara: no, uno non basta, anzi è pericoloso! Rischia di diventare una specie di testo sacro assoluto… Dai, aggiungetene altri!

    @ Federica: sì, bello! Contrasta, guardacaso, con un passo del “Viaggiatore” di Calvino, dove – sulle orme del romanzo interrotto – quando Lettore va dall’editore per svelare il mistero, Ludmilla gli dice: “no, vai tu. Io voglio restare dalla parte di quelli che i libri li leggono”. Come se guardare il libro “dall’altra parte”, dalla parte di quelli che lo fanno, lo scrivono e lo stampano, rompesse qualche specie di magia, di sacralità. E in fondo, per come la vedo io, tutto il libro gioca con quella sacralità.

  6. Sicuramente nel caso di Salinger o, ad esempio, Kristof Agota (Trilogia della città di K)
    non si può fare altrimenti. Si rischierebbe di capire che non c’era molto da capire. Ogni tanto, però, autori come Mariàs, per dirne uno, hanno un modo di scrivere così vicino che ti verrebbe voglia di offrirgli un bicchiere di vino.

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