Rileggevo in questi giorni Patchwork Girl (1995), il romanzo ipertestuale di Shelley Jackson: una storia multilineare (navigabile su cd-rom) su una specie di Frankenstein donna realizzata con pezzi di corpi altrui. Una storia complessa che offre metafore sul sé, sull’identità ipertestuale e sui link (giunture, cicatrici) fra i vari “testi” che compongono quell’ipertesto.

Il corpo è spesso al centro dell’interesse di Shelley Jackson: come nel caso di “Skin”, un romanzo breve composto di 2095 parole – del quale ho parlato in questo frangente – tatuate sul corpo di altrettanti volontari.
Pensate alla forza del suo attacco – tipico di gran parte della letteratura ipertestuale – alla figura dell’Autore così come lo conosciamo: a partire dal fatto che, come dice la Jackson stessa, la sua è “un’opera d’arte mortale“, mentre da che esiste la figura dell’Autore, quel che cerca di dare alla sua opera (e di guadagnarsi per il suo tramite!) è proprio l’immortalità. Oppure pensate alla radicale presa di posizione sull’opera d’arte e i suoi confini: perché il suo romanzo non è conservato negli scaffali delle biblioteche ma vaga lì fuori, sparpagliato (anzi, smembrato!) in mezzo alla gente.

Bene, della Jackson c’è anche un libro del 2004, “La melancolia del corpo” (in Italia su Minimum Fax), nel quale il corpo è ancora una volta protagonista (“se penso al mio corpo come a un testo, penso anche ai testi come corpi”): tredici racconti con titoli del tipo “Latte”, “Nervi”, “Grasso”, dove i fluidi del corpo diventano elementi del paesaggio e dove il corpo proietta le sue parti, le sue secrezioni e i suoi umori, nel mondo fuori. Dove il latte può piovere dalle nuvole e gli spermatozoi pascolare per le pianure. E dove la terra può sanguinare.

Allora mi è tornato alla mente il lavoro di Sara De Vita, una fotografa romana – aquilana d’adozione – che ho conosciuto in rete (due gradi di separazione: grazie, Fausto) e che ha anch’ella un grande interesse per il corpo (e, a me pare, per le storie che il corpo racconta). Con la Jackson condivide l’interesse per i significati culturali dei quali il corpo è investito (la sua presentazione è introdotta da una frase del filosofo Marc Augé sul corpocome “materia prima del simbolico”).
Sara fa una cosa che ho trovato affine alla poetica della Jackson. Però al contrario: in “Macerie sulla pelle” prende sette scatti delle macerie dell’Aquila e le proietta su altrettanti corpi. Le fratture dei muri diventano tagli sulla pelle, gli squarci della terra diventano lacerazioni dei corpi, e quella continuità – che gli aquilani vivono e conoscono – tra le ferite delle case e le ferite dell’anima, diventa concreta anche per lo sguardo.
Cliccate sull’icona accanto…

(Foto di Sara De Vita)

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