(Clicca per leggere tutti i post della serie “Dopo L’Aquila”)
La resilienza, in fisica, è quella capacità di certi materiali di resistere a sollecitazioni straordinarie.
In psicologia è diventata una metafora della capacità di individui o gruppi di reggere l’impatto di traumi di particolare severità, sviluppando risorse insospettate e addirittura creative.

Ci pensavo mentre giravo domenica mattina alle otto in quella parte (deserta, e non solo perché erano le otto della domenica) di Corso Vittorio Emanuele, a L’Aquila, nella quale hanno da poco aperto al passaggio pedonale un percorso fra due file di transenne di sicurezza. L’Aquila resiliente.

“Perché, c’è scelta?”, mi dice Manuela: “O la resilienza o la follia“.

Quanto tempo ci vorrà per ricostruire una città dentro le mura dell’Aquila? Trent’anni? Quaranta? Cinquanta? Di più?
E quanto ci vorrà per ricostruire una comunità, una rete di relazioni, un’appartenenza? Spero molto meno. È vitale che diventi una priorità.
Il fatto è che il terremoto ha distrutto le case, ma questa “ricostruzione” senza un’idea di città [cliccate sul link e guardate il video: con senso critico se volete, ma per carità, guardatelo fino alla fine] ha disintegrato reti e legami.
Pochissimi aquilani hanno trovato posto in città o intorno. Una grande maggioranza resterà per chissà quanto ancora al mare o in altre sistemazioni lontane. Tanti hanno già cominciato a costruirsi un futuro altrove.

“Da quando non ci sono più le tende” mi dice Donatella “non c’è più un luogo di aggregazione“.
Le parlavo della condizione di quelli che pensano a L’Aquila essendo lontani, del senso di frustrazione che prende chi cerca di sollecitare attenzione quando la pubblica opinione è ormai convinta che a L’Aquila siano risolti tutti i problemi. Dico “certamente voi qui la frustrazione la vivete con angoscia ancora maggiore, ma vi salva la possibilità di ritrovarvi e di condividerla”.
Donatella mi fa: “cosa vuoi condividere? Qui siamo tutti soli e sparpagliati. La gente, se ha avuto la fortuna di trovare un posticino dalle parti dell’Aquila, fa settanta chilometri al giorno per portare i figli a scuola, e andare a riprenderli, e arrivare in tempo al lavoro. Quando incontra gli altri?”.
Spesso, gli altri, chissà dove sono finiti.
“Oramai c’è una frattura fra le persone”, aggiunge Donatella.

Anche il fatto di esser restati a L’Aquila, a vivere in tenda il freddo, poi il caldo torrido, poi il gelo – invece di aver passato lo stesso periodo in un albergo della costa – è diventato una condizione che separa aquilani e aquilani. Serie A da serie B. Fra i primi c’è chi accusa i secondi di essersene andati.
“Ma se uno non ha scelta che deve fare? Se hai bambini piccoli e un parente a mezz’ora dalla città che ti mette a disposizione il bagno e qualche metro per piantare una roulotte che fai? Ti devi sentire in colpa? Devi dire no grazie, meglio la tenda?” mi domanda Luca.

Manuela, Donatella, Luca, sono tre aquilani resilienti.
Di quelli che ieri dovevano trovare il tempo per fare la spesa e oggi passano ore in auto tutti i giorni per far studiare i figli e riuscire ad andare a lavorare (sempre che un lavoro ce l’abbiano ancora).
Di quelli che ieri erano in dubbio se prendersi un’auto a gasolio o a metano e oggi passano il tempo a guardare quel vecchio fienile in paese e a domandarsi come trasformarlo in una casa.
Che ieri si domandavano se iscrivere i figli a calcio o a inglese e oggi devono decidere se i bambini cresceranno in un posto dove avranno trenta metri quadrati, una scuola a venticinque chilometri e per parecchio tempo nient’altro – ma è la loro città! – o in un posto dove avranno una scuola, una palestra, un cinema e un corso di chitarra ma dovranno trovarsi nuovi amici e rincominciare tutto da capo.
Che ieri discutevano con il marito o la moglie su dove passare le vacanze e oggi non si rivolgono la parola per un mese perché lui pensa che è arrivato il momento di accettare quella proposta di lavoro in Piemonte e lei che mai e poi mai accetterà di lasciarsi le macerie dietro le spalle.
Che ieri hanno allargato il negozio e oggi hanno montato un gazebo in periferia, al lato della strada, per provare a vendere la loro merce a quelli che passano (quelli che ogni giorno fanno settanta chilometri per portare i figli e andare a lavorare, o guidano da un ufficio all’altro, da una coda all’altra, per fare i documenti per riparare la casa).
Che vivono in due stanze con altre otto persone.

Che, insomma, se ti scappa di dirgli “sai che oggi ho un fastidioso mal di testa?” un attimo dopo ti senti uno stronzo.
Ma sono vivi. E certe volte scoppiano a ridere e ti dicono “ma ce lo saremmo mai immaginato, venti anni fa?”.

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4 thoughts on “Dopo L’Aquila, parte V: Resilienza

  1. In certi casi la follia potrebbe essere addirittura più lungimirante della resilienza. Io ho vissuto il terremoto dell’80 e molte persone si sono scoperte vicine, appartenenti a una comunità solo quando siamo stati costretti a dormire per un mese nei container degli operai della metro. Chissà se certe forze ora centrifughe non lo fossero in latenza anche prima. E non sarebbe comunque responsabilità solo dei cittadini, se una comunità non ti fa sentire sempre e comunque la voglia di esserne parte. Eppure se si ride mi sa che è perché la follia e la resilienza sono più vicine di quanto sembri.

  2. Io divoro pagine sulla resilienza già da qualche mese..mi sono chiesta più di una volta se si tratti di una “capacità”individuale o se si costruisce “con” e “nel” sistema in cui l’individuo vive…credo di aver capito che sono vere entrambe le cose…Ho letto ad esempio dei bambini sopravvissuti alla Shoah che sono riusciti a mantenersi integri…ho pensato ai bambini di oggi: a quelli emigrati o allontanati dalle loro famiglie di origine…La tristezza per ciò che si perde è legata all’idea di non poter vivere la vita che si viveva prima. Però l’essere umano possiede delle risorse straordinarie per riprendersi dalle perdite, di qualunque genere esse siano. Non è solo resistenza. E’ uscire addirittura più forti dalle esperienze che ti hanno danneggiato o “sfidato”. Il contesto della comunità sociale ha una grossa responsabilità nel promuovere tutto questo, favorendo la condivisione e la narrazione comune delle esperienze traumatiche, ma soprattutto incoraggiando una reattività concreta e tempestiva da parte di ogni singolo individuo in nome di una riorganizzazione generale che volge lo sguardo verso il futuro!

  3. Sergio, penso che quello che era latente fosse quell’atteggiamento tipico di tanti posti di provincia, che consiste nel guardare storto quelli che si allontanano.
    Di diverso da altri terremoti, forse, c’è il fatto che mai una comunità ha subìto una frattura così larga e così definitiva: la gente è stata costretta ad andarsene, nel momento in cui ci si è rifiutati di costruire soluzioni temporanee per poi ricostruire, e si è scelto invece di imporre queste squadrate cattedrali, per pochissimi, nel deserto di macerie.
    La parentela tra follia e resilienza mi piace, e per riallacciarmi a Tiziana spero che la resilienza contenga una buona dose di visionarietà.
    Altrove, parlando con amici che stanno lì, ho detto che la retorica della ricostruzione “com’era, dov’era” non mi convince. Se “com’era e dov’era” significa un’operazione di chirurgia plastica per dimenticare la ferita, allora preferirei una ricostruzione che mostri le ferite, anche attraverso l’accettazione delle necessarie e inevitabili differenze fra il passato e il futuro.
    Ma la resilienza, domanda Tiziana, è una dote individuale o il sistema c’entra in qualche modo?
    C’entra, c’entra.
    Una città come L’Aquila offriva, insieme alla noia e all’apatia della provincia, un serbatoio fantastico di bellezza, arte e creatività. Io ho sempre pensato che crescere lì significava misurare continuamente la differenza fra l’attuale e il possibile, fra il grigio e la meraviglia, fra il sonno e la vita.

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