Ma le cose hanno contorni?

contornoScimmiotto il titolo di un bellissimo metalogo di Gregory Bateson perché, di ritorno da due giorni passati con parecchi colleghi psicoterapeuti a un convegno, mi viene in mente una vecchia interessante questione che in tempi di cultura digitale ritorna ancora più significativa.
Per spiegarla ho bisogno di fare tre passaggi…

Uno.
Michel Foucault, in una conferenza dal titolo Che cos’è un autore? (1969: io l’ho trovata su “L’impazienza della libertà”, Feltrinelli 2005), per rispondere alla domanda sull’autore se ne pone un’altra: che cos’è un’opera? Come la identifichiamo? Come ne tracciamo i confini?
Beh, dice il filosofo francese, certamente l’opera è ciò che un autore ha scritto. Ovvio. Ma questo, aggiunge, non chiude la questione: se diciamo che l’opera di Nietzsche è tutto quel che ha scritto, dunque ne fanno parte anche gli abbozzi dei suoi scritti? Per forza. E i progetti di aforismi? Pure. E gli appunti sui taccuini? Perché no? E allora, provoca Foucault, perché non l’annotazione di un appuntamento, o il conto della lavandaia? E così via.
Se ci pensate, da quando gli strumenti digitali consentono una più agile manipolazione e condivisione delle informazioni, la questione assume un’importanza pratica. Nel campo della musica, ad esempio, oggi ritroviamo su cd “edizioni critiche” di album che abbiamo amato e consumato ai tempi del vinile. Spesso sono pubblicate con l’aggiunta di brani inediti, o versioni differenti di brani conosciuti, o addirittura scampoli di assolo o rimasugli di sala di registrazione. La nostra idea dei confini dell’opera si è espansa. Non più un oggetto sacro ed eterno, ma qualcosa dai contorni un po’ più mobili e sfumati.
E dunque: un’opera ha contorni? E quali?

Due.
Leggo un documento in internet, una pagina web, e di lì clicco su uno dei collegamenti ipertestuali evidenziati da parole di colore diverso. Mi trovo ora in un altro documento: il testo non è dell’autore di prima, ma quest’ultimo aveva considerato che potessi proseguissi la lettura in questa direzione. Non l’aveva prescritto, questo no, ma in qualche modo me ne aveva segnalato la possibilità.
Di qui migro in un altro testo ancora: e in questo territorio probabilmente l’intenzione dell’autore del primo testo non ha più una così ampia giurisdizione. È con il secondo che devo vedermela, scegliendo uno dei link che mi mette a disposizione. E così via, se ne ho voglia.
Ma dunque, un documento in una rete ipertestuale ha dei confini? L’ipertesto ha contorni? Se sì, dove li situeremmo? E che li decide?

Tre.
Come dicevo all’inizio, torno da un convegno svolto a Torino venerdì e sabato (bello peraltro: “Psicoterapia come etica”, organizzato dall’Associazione Episteme).
Nelle due giornate ero dotato di un telefono cellulare (mica un I-Phone o roba d’avanguardia: era il mio cellulare da combattimento, un apparecchio dal valore esiguo) con il quale ero connesso in Internet. Di tanto in tanto mandavo su Twitter citazioni dei relatori, o miei commenti, o notizie su quanto stava accadendo nell’aula del convegno.
Da Twitter i miei messaggi rimbalzavano su Friendfeed e su Facebook. Soprattutto su quest’ultimo, persone che fanno parte della mia rete di contatti e amicizie rispondevano ai miei commenti o alle notizie e commentavano a loro volta. In qualche occasione mi sono trovato a dialogare – in “tempo reale”, proprio durante lo svolgimento delle relazioni – con persone all’esterno, distanti molti chilometri e non necessariamente colleghi. In altre, i miei amici stessi commentavano ed entravano in contatto fra di loro scambiando idee, approvazioni o disapprovazioni.
Allora: una conversazione condotta in un gruppo di persone che decidono di riunirsi in convegno per occuparsi di un problema, ha contorni? Dove decideresti di segnarne i confini? Alle porte della sala? In qualche punto della rete di relazioni di ciascuno dei partecipanti? E in quale punto, precisamente?

[disegno da disegnare.blogfactory.it]

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22 thoughts on “Ma le cose hanno contorni?

  1. Secondo me tutto dipende dalla condivisione dei confini e dalla rigidità della loro definizione…per esempio, se la direzione dei convegni a cui tu partecipavi avesse vietato la fuoriuscita di materiale, oppure avesse limitato l’uso dei “mezzi di trasporto dell’informazione”, probabilmente l’ipertesto avrebbe avuto delle dimensioni inferiori. In altre parole, e per dirla con Von Foerster, mi sembra che l’ipertesto sia direttamente proporzionale a quanto un sistema è termodinamicamente aperto.
    Certo, in un sistema con minor apertura termodinamica, uno può decidere di violare le regole (come chi nella rivolta iraniana ha filmato le scene di violenza coi telefonini) compiendo un atto di “ùbris” e così fondando un’alternativa che pone gli attori del sistema in posizioni conversazionali diverse. Se va bene i confini si allargano o diventano più flessibili.
    Riassumendo, secondo me, la questione del “dove sono i confini e chi li decide” la può spiegare bene Maturana con il concetto di deriva ontogenetica.
    Se apparentemente ho saltato dei passaggi logici, è tutta colpa dell’ipertesto…

  2. Ma non siamo noi a decidere quali confini dare ? e a tracciare confini di confini ?
    Non ci siamo congedati a Torino io e te: forse perché ci vediamo quotidianamente su facebook? Ma è la stessa cosa vedersi negli occhi e comunicare online?
    L’ipertesto facilita, offre maggiori strumenti, ma complessifica la realtà: ci immergiamo in quel mondo e come Alice nel paese delle meraviglie rischiamo di rimanerne intrappolati.
    Per me cercare di mantenere una visione d’insieme è fondamentale. Non era Bateson che diceva: “Io traccio un contorno, e, in maniera ricorsiva, un contorno di un contorno” ?

  3. e se le cose non avessero contorni, come potremmo vederle, nominarle, sentirle? condividerle?
    e questi contorni “sono”?
    mah, forse “divengono”.
    si co-costruiscono nelle relazioni.
    tra me e te.
    tra me e la cosa.
    tra me,te,la cosa,il contesto. i contesti.
    si scelgono. i contorni.
    e così prendono forma.
    perchè noi mutiamo.
    sempre.
    in questa danza, la consapevolezza e la libertà di scelta cadenziano ritmi, attori e spettatori.
    chiara tettamanti

  4. Io riformulerei la domanda come segue: i contorni contengono delle cose? La risposta é: dipende. Quanto più l’operazione di conoscenza, grazie a cui distinguo i contorni, é finalizzata all’azione, tanto più la risposta é positiva (se voglio lanciare un sasso, devo distinguerlo bene dal terreno, dal bersaglio e anche da me stesso). Quanto più, viceversa, l’operazione é finalizzata alla contemplazione o alla speculazione, tanto più la risposta é negativa. Quindi, anche i contorni che distinguono questi due domini (azione vs. contemplazione) non possono essere tracciati una volta per tutte. Direi insomma che i contorno ci sono, ma sono indeterminati finché un osservatore non li traccia (cioé non può farlo in modo puramente arbitrario)sicché dal regno del virtuale essi transitano, insieme all’oggetto o al campo che delimitano, in quello dell’attuale. Insomma, la realtà é più grande dei contorni.
    C’é di più. L’essere umano é in grado di operare obbedendo a più contesti, ovvero “come se”.
    Ad esempio, un operatore di meccanica specializzata é in grado di spianare una superficie (lavorare su un oggetto) come se questa fosse una realtà ideale (contemplazione). Non per nulla l’oggetto così prodotto a scuola viene chiamato “capolavoro”.
    E così fa lo scultore con la pietra, il poeta con le parole, il pittore con le immagini e i colori e il musicista con i suoni (Toscanini insisteva che i contorni delle note e delle frasi musicali si distinguessero sempre molto bene).
    L’incolmabile iato tra i contorni dell’oggetto fisico così prodotto e quello idealizzato – soprattutto quando essi si avvicinano moltissimo – nella mente di chi ne gode é fonte di struggente piacere estetico.

  5. Provo a riassumere così le risposte arrivate finora:
    1) le cose esistono e hanno contorni;
    2) le cose esistono e noi gli disegniamo i contorni;
    3) i contorni esistono e qualche volta hanno dentro delle cose.
    Ma giunti a questo punto della discussione, cominciata da Foucault e arrivata a Toscanini, chi è l’autore di questa pagina?
    P.S.: lo so che qualcuno sta pensando di cavarsela dicendo “ci sono più autori”. Il problema non è risolto: mi scontorni allora il contributo di ciascuno!

  6. E quelli che leggono li metteresti dentro o fuori? E gli autori, e i maestri, e gli amici conversando con i quali abbiamo scoperto Foucault, Maturana, Toscanini…? E Foucault, Maturana e Toscanini?

  7. Se la domanda é: “quelli che leggono questa thread ne sono autori?” direi senz’altro di no; la responsabilità di ciò che c’é scritto in questa thread é di coloro che ci scrivono, non di coloro che la leggono, almeno finché non ci scrivono. Se la domanda invece é “quelli che leggono questa thread sono co-autori della loro versione di questa thread?” direi senz’altro di sì, e se decidono di postare qualche cosa entrano a pieno titolo nel sistema degli autori (trasformandolo, perché il sistema per definizione obbedisce alla legge totalità e non a quella ella sommatività).
    Per le stesse ragioni, Foucault, Maturana e Toscanini e tutti gli amici non ne possono niente di ciò che noi, più o meno a proposito (parlo per me , ovviamente), abbiamo scritto evocando la loro presenza. Loro, che ne siano fieri o meno, ci hanno influenzati, ma gli autori siamo noi che abbiamo materialmente scritto.
    Una volta ho sognato che Toscanini mi dava un consiglio. Considerata la mia visione della coscienza sono portato a credere che Toscanini sia stato co-autore del mio sogno, anche se non posso dimostrarlo. Il sogno é raccontato in un libro che, se Dio vorrà, uscirà prima della fine dell’anno. Ora, ammesso e non concesso che Toscanini sia stato veramente co-autore del mio sogno, la responsabilità di ciò che c’é scritto nel libro é mia. Cioé l’autore sono io. Però altrettanto vero é che, dal momento che sarà stampato e ne sarà stata letta almeno una copia (meglio non farsi troppe illusioni tanto per scaramanzia), il libro non mi apparterrà più in modo esclusivo, ne sarà fatta una lettura del tutto impredicibile. Quindi io direi che il valore ipertestuale di un prodotto letterario tutto sommato abbastanza tradizionale (come un libro o una thread su un blog)non risiede tanto nella confusività dei suoi contorni quanto nella sua capacità generativa di prodotti nuovi e/o in trasformazione.

  8. Eh sì, diciamo che la questione ha più livelli.
    C’è quel bel film su Bob Dylan in cui il protagonista è impersonato da tanti interpreti. Alcuni di loro vestono i panni di altrettanti “alter ego” immaginari, ma fra loro c’è Arthur Rimbaud. Cioè Dylan per l’autore “è” (anche) Rimbaud.
    Che non è abbastanza perché gli eredi del poeta francese avanzino diritti su “Mr. Tambourine man”, ma è come dire, spingendo al limite, che l'”autore” non è mai individuale perché è egli stesso, diciamo, un ipertesto.
    E poi, come dice Massimo S., una volta che un libro smette di essere mio per arrivare alle persone, lì entra nel dominio del virtuale e diventa un’infinità di cose su cui non ho più controllo.

  9. pensieri e riflessioni. di testa e pancia.

    – l’importanza del tempo e del cambiamento:
    siamo ciò che produciamo, o ciò che produciamo è solo parte di cio che siamo in un certo momento storico, di vita?

    – percezione di me, di te. di noi:
    come ci vedono, percepiscono, “leggono” le altre persone, è come ci vediamo, percepiamo, leggiamo, noi?
    confini… e percezioni.
    e se il confine potesse essere quel luogo d’incontro co-costruito, co-definito, e sempre rinegoziabile?

    – linearità del linguaggio, circolarità della realtà, anche di quella emozionale:
    vi è la necessità della condivisione di un linguaggio comune tra gli esseri per comprendersi. ma talvolta pare che ciò che io provo osservando albe e tramonti possa essere dicibile, o meglio percepibile da me, solo da me. la stessa alba sarà percepita in modo differente da Altri. vi è forse la possibilità di confronto tra esperienze vissute dinnanzi all'(oggettività) del mondo. e forse l’impossibilità di comprensione totale e totalizzante dell’esperienza dell’Altro.

  10. Ciao Chiara, il tuo post mi fa venire in mente delle cose.
    Immaginiamo due innamorati davanti ad un bellissimo tramonto sul mare. Si stringono, cercano di stare più vicini che possono, per sostenere (e alimentare) il delizioso struggimento che proviene dal condividere quella bellezza di cui sentono di far parte, ognuno con la sua storia personale, le sue differenze, le sue unicità.
    E’ un’altra sera, un altro bellssimo tramonto. Uno dei due innamorati ha tradito la fiducia dell’altro e cerca di nascondere, a se stesso e all’altro, uno spiacevole segreto. Ne prova un rimorso e un disagio cui tenta di sfuggire. Anche l’altro si accorge che qualcosa é diverso, é fuori posto. L’aspettativa dell’incanto cede il passo ad un più o meno accentuato tormento.
    Ancora un’altra sera, un altro tramonto. I nodi sono venuti al pettine, la verità é saltata fuori e, con essa, lacrime, meschinità, parole pesanti, forse anche un rendersi pan per focaccia. Ma dopo un po’ i nostri due hanno deciso che perdersi sarebbe peggio, e vogliono tentare di integrare le ferite, inferte e ricevute, nella loro storia. Più che di contorni, qui si tratta di margini dolenti, di lembi di ferite che dovranno saldarsi, di cicatrici che dovranno trovare un posto sensato nella fisionomia di questa coppia. Dal mio punto di vista, se vorranno riuscirci, dovranno ri-centrare la loro coppia in modo radicale, accettando che il centro della loro vita di coppia sia fuori dai contorni che sensibilmente e narrativamente la contraddistinguono.

    Ho fatto l’esempio degli innamorati, ma non c’é bisogno di essere innamorati per farsi male, tradirsi, mentirsi. Succede tutti i giorni in tutti i contesti di relazione. Sicché, dal mio punto di vista, ciò che ingarbuglia le carte della questione epistemologica é la questione etica… é lì che tendiamo ad intorbidare le acque. Peraltro le due (epistemologia ed etica) non sono separabili e nemmeno riducibili l’una all’altra.

  11. Mi piace la piega che ha preso la discussione e mi viene da citare un’opera che della cicatrice ha fatto una bellissima metafora: Patchwork girl di Shelley Jackson.
    Mentre rifletto sul legame fra etica ed epistemologia che Massimo S. suggerisce, penso a che sfida terribile sia ridisegnare i contorni quando questi cambiano traumaticamente.
    In Patchwork Girl le cicatrici sono le giunture dolorose fra pezzi di storie… la trovo una metafora straordinariamente interessante per noi.
    E, scusate se depisto, ma oltre al tradimento mi viene in mente questa storia di cicatrici e di persone chiamate a ridisegnare contorni.

  12. Ci sono tragedie in cui il dolore si fa così dilagante e pervasivo che ridargli contorni e confini é faccenda di anni, sempre che ci si riesca.
    Io ho 53 anni, quindi gli aspetti basilari dell’educazione mi sono stati impartiti una cinquantina di anni fa. Uno di questi era “parla solo se sei interrogato; se ti interrogano rispondi bene e garbatamente”. Tutti sappiamo che pochi anni dopo principi come questo furono fortemente criticati e divennero desueti. Ci si vedeva soprattutto l’aspetto, che indubbiamente c’era anche, di condizionamento alla sottomissione, di ossequio al perbenismo e alle convenzioni, insomma al potere.
    Non era l’unico però. Era anche un’educazione che aiutava a fronteggiare il dolore e le situazioni di estrema difficoltà, quelle in cui – per capirci – qualsiasi cosa si dica, si rischia di procurare dolore a qualcuno che tra l’altro sta già soffrendo molto, di aggiungere danni. Quelle situazioni in cui – così almeno ho imparato leggendo Viktor Frankl – la vita ti interroga e sei obbligato a rispondere, e guai se non rispondi bene. Però, ad evitare danni, parla solo se sei interrogato. Allora, nelle gravi difficoltà chiunque ha un ruolo da svolgere (sia esso ufficiale, ufficioso, istituzionale, amicale, familiare) è costretto, ha la responsabilità di parlare, e risponderà di come ha parlato. Se no é meglio tacere. Si evita di fare danni e si facilita una parte del lavoro di sutura, che é un lavoro lungo, con degli aspetti silenziosi, sotto la superficie del sensibile.
    Io credo che qui si evidenzi una differenza su cui con Massimo G. ci confrontiamo ormai da qualche anno (direi dai tempo del seminario “il vento le strade”). Stressando un po’ i concetti e le posizioni, lui – dialogatore impareggiabile e infaticabile – dimostra una fiducia radicale nelle possibilità del linguaggio e della conversazione; é quindi più ottimista di me anche solo rispetto agli effetti quantitativi dello scambio linguistico. La mia fiducia nel linguaggio invece é condizionata, e diventa addirittura sfiducia se il linguaggio perde la sua funzione di “chiave di accesso” a una conoscenza ed una creatività che fondamentalmente risiedono al di là del linguaggio. Credo che tutti i nostri interventi e presenze a convegni, nonché le cose che scriviamo riflettano questa stimolante differenza. Non per niente Piero Barbetta diceva che ragiono come un trappista! E ciò mi fa venire in mente un monaco benedettino (quindi esperto in silenziosità) talmente autorevole che Papa Paolo VI gli chiese di spiegare ai laici che cosa voleva dire essere un monaco nel XX secolo: parlo di Thomas Merton. Beh, Merton ha fatto lo scrittore (di successo) per tutta la vita, ed era un campione del dialogo interreligioso.
    Incredibile potenziale generativo delle differenze!

  13. Meglio fare un po’ di storia per chi si fosse unito alla conversazione solo ora… quando Massimo S. parla di “Il vento, le strade” si riferisce a questo. Una giornata di formazione che conducemmo insieme, nel mio studio, due anni e mezzo fa.
    È interessante quando senti una definizione di te stesso da qualcun altro, e l’idea di Massimo che io sia un tifoso della conversazione mi ha dato da pensare.
    Così ho pensato che nella conversazione quello che mi piace, quello in cui nutro fiducia, è quello che non c’è.
    Quando dice che sono “ottimista anche solo rispetto agli effetti quantitativi dello scambio linguistico” credo si riferisca alla mia passione per la “proliferazione ipertestuale” di storie e descrizioni.
    Quello che penso è che quando hai quattro o cinque idee su qualcosa, la cosa importante non sono quelle quattro o cinque: è il fatto che hai fiducia che ne esista una sesta o una settima.
    È un po’ la ragione per cui amo le metafore, che sai da dove partono ma non sai mai dove ti portano. È quel “chissà dove”, che mi intriga.
    Per cui potrei dire che certo, dò al linguaggio una funzione di “chiave di accesso” a una conoscenza che sta al di là del linguaggio. Al di là di quel che si nomina, comunque. Ma quando dico questo, ho l’impressione che quel che intende Massimo S. sia qualche passo oltre. Che poi è la principale ragione per non perdere le occasioni di conversare con lui, che ogni volta che arrivi da qualche parte e ti sembra chissà che, lui ti fa venire il dubbio che c’è qualcosa qualche passo più in là.
    E sempre di confini stiamo parlando, e di cosa è bello farci quando li incontri…

  14. Scrive Massimo G.:
    “È quel “chissà dove”, che mi intriga.”
    Beh, c’é anche il “chissà da dove”, soprattutto se consideri il “da dove” né alle spalle né sotto, ma davanti e sopra di noi.
    Insomma, mi affascina come il mondo del particolare e delle cause (naturali, logiche, liguistiche) si interseca con la dimensione non-causale dell’interezza, quella degli attrattori e delle sincronicità.
    Quando S. Agostino parlava della Bellezza “sempre nuova e tanto antica” secondo me faceva molta attenzione ai termini che usava. Tu dirai: mica per niente ha affascinato Bateson. E io aggiungo: ha affascinato pure me e ancora di più. Quando nell’estate del 1974 iniziai la lettura delle “Confessioni” non avevo affatto le idee chiare su cosa avrei voluto fare nella vita. Alla fine del libro invece sì. Mamma mia, a che cosa ti espone un testo, talvolta… molto al di là dei confini, anzi dei contorni del testo stesso.

  15. Ecco, è qui che mi perdo, perché quando si parla del “chissà (da) dove” io non sono molto bravo a distinguere il sopra dal sotto…
    Massimo, approfitto per segnalare il “tuo” S. Agostino. Credo che aiuti a capire quello che intendi.
    Lo si trova qui.

  16. Beh “perdersi”, smarrirsi “disorientarsi”… mi sembrano sensazioni appropriate nel momento in cui l’abituale struttura narrativa della mente viene messa in discussione.
    Credo che ricordi anche tu una coinvolgente conversazione con Enrico Cazzaniga in cui saltò fuori come il “naufragare” leopardiano fosse stato frainteso e squalificato nelle aspre dispute tra “libero pensiero” e ortodossia cattolica.
    In quanto alle confusioni tra sopra e sotto ci si ritrova in ampia e soprattutto buona compagnia. Gli Autori che hanno dato vita al paradigma dell’interezza sono praticamente tutti anglofoni e quando parlano degli ordini di realtà che oltrepassano la sensibilità usano sempre il verbo “to underlie” cioé “soggiacere”, “fare da base a”. Non possiamo sorprenderci di ciò, in quanto di solito sono dei fisici, e man mano che l’investigazione del fisico si approfondisce (prima col micorscopio ottico, poi con quello elettronico, poi con le camere a bolle, poi con dispositivi sempre più raffinati)si ha proprio la sensazione di scendere sempre più in profondo nelle caverne e negli abissi della realtà. Però loro per primi ci avvertono che, man mano che si scende, in realtà da un punto di vasto logico si “ascende” attarverso un caos animato da ordini sempre più sottili e più astratti, dove il mondo delle cause deve confrontarsi un universo di attrattori e perfino di a-causalità, ove ci si trova nella necessità di ipotizzare una fonte sempre meno condizionata, intelligente ed inesauribile, di creatività. Se entri in una prospettiva simile, di tipo metanarrativo, il sotto diventa sopra, e ciò che in un racconto appare dietro può benissimo essere davanti. E noi viviamo, per modo di dire, a cavallo di entrambe le prospettive! Autori non-fisici, come Bergson o Teilhard de Chardin, o Guitton, ci hanno regalato speculazioni su questo con un pensiero molto limpido.
    Recentemente mi ha fatto molto piacere vedere che hai citato Peter Gintz, l’adolescente che dirigeva “Vedem”, il giornalino autogestito nella città-lager di Terezin:
    “Privati delle sorgenti della cultura di sempre, noi vogliamo crearne altre. Isolati dalle antiche sorgenti della gioia, noi vogliamo creare una nuova vita gioiosa e piena di canto.”
    I percorsi, le antiche sorgenti sono una ricchezza, sono la nostra identità. Ma se la vecchia sorgente è stata inquinata, si è esaurita o ne siamo stati separati, o se a quella sorgente non si riesce a bere insieme é necessario, ed è bello, fare qualcosa.
    Ah, a proposito del mio S. Agostino:

  17. Arrivo qui in una mattina piovosa di “non-produzione”. Arrivo seguendo “Altro”.
    Ma forse come l’imponderabilità del dialogo anche un motore di ricerca ti conduce dove vuole quando segui un profilo, un viso, un dolore.
    Bhe, io vorrei poter scrivere qui ogni tanto solo per poter dialogare senza volto, in un terreno in molta parte estraneo, unicamente per esserci.
    Occorre distanza. Dalle cose, dagli altri da quello che si argomenta.
    E se di di-versione si fa schizofrenia, almeno che la cura non sia obbligatoria.
    E chi veramente può inquinare al sorgente?
    La pacatezza del pensiero si siede nel silenzio, immaginandoti dignitoso di fronte all’”Alterità”.
    Ma non sopravvaluta più la dimensione dialogativa, i contorni delle cose. La tentazione affabulativa delle carezze del comprendere.
    L’”Altro” rimane distante, sconosciuto. E davvero parlare di innamorati è un luogo di immagini.
    Parole immagini e canestri di similitudini.
    Allora la “produttività” del pensiero dialogato forse può riconciliarsi con la sua utilità, ma sempre meno del restare muto e allontanato dentro l’attesa del luogo che ancore non si compie.
    Utopia come promessa lacerante e ritorno nel futuro, motore di una compressione del noi in petali di ciliegio, delicati e impalpabili.
    Eppure nel linguaggio ci si scorge, ci si intravede, ci si protegge.
    Eppure il linguaggio è un luogo di solitudine, dove dell’argomentato, del confrontato, del ricercato dentro categorie comuni, rimane tanta parte di fraintendimento e della necessità di migrare.

  18. buongiorno, su questo fraseggio tra dotti io prosaico metto i piedi,ma non e’ per prosopopea,la mia e’ arcana chiarezza, i contorni esistono solo se si vuole che esista lo “status”, altrimenti non esistono, nella vita ordinaria tutto e’ intreccio indestricabile, la vera differenza la fa’ il trasporto affettivo,
    ed e’ nella mancanza di trasporto affettivo che il dotto, o il perfido, erigono i contorni.

  19. A proposito di ipertesto il tema dei contorni, dei confini/limiti si presta a infiniti link, alcuni già indicati nel forum. A mo’di esempio:

    1. Il limite in natura, con l’eccezione degli umani: metafora e mito dello stato di natura; storiche allegorie umane, utilizzate per fondare varie concezioni del diritto (filosofia del diritto e giusnaturalismo).
    2. Il limite come dato ontologico e paradigma dell’uomo, non solo alla luce del concetto di modernità, ma anche come aspetto pedagogico-sociale.
    3. Necessità dei limiti come presupposto per l’incontro con il prossimo nelle terre di mezzo, entro le quali è possibile agli umani il benessere e la convivenza civile. I limiti, quindi, come differenze individuali e al contempo come consapevolezza psicologica delle proprie peculiarità soprattutto in relazione al consorzio sociale.
    4. Il limite come trasgressione tra esigenza umana e miti massmediatici. Limiti e sanzioni : dalla scuola, al carcere, alla pena di morte sulla falsa riga della metafora delle punizioni previste per il superamento dei limiti nei vari e più diffusi sport.
    5. Il limite come presupposto, non necessario, della concezione del divino ed, eventualmente, dell’amore verso il supremo essere : solo per restare nei confinidella dottrina cattolica, da Agostino, ad Anselmo d’Aosta, a Tertulliano fino a GP II e Benedetto XVI.
    6. Il limite come cammino, come linea tracciata: riflessioni sul libero arbitrio sulla scorta di alcune considerazioni circa il furto delle pere di Agostino; il limite come possibilità del superamento delle autolimitazioni individuali nella dimensione del sé percepito soggettivamente e del sé imposto dalle regole umane e divine ( tra nichilismo e superomismo).
    7. Il limite della vita: riflessioni sulla fine della vita ( compresa la buona morte) e sulle varie speranze di vita eterna elaborate dagli umani.
    8. Il limite all’umano parlare, tra la dimensione ed il valore del silenzio e dell’ascolto altrui da un lato e la dimensione della comunicazione verbalmente formalizzata dall’altro.

  20. Grazie! Un bel modo di espandere i confini (appunto!) di questa conversazione.
    Difficile dire qualcosa di sensato su una simile mappa di direzioni possibili, se non che si tratta di altrettanti link per molti altri articoli ancora. E che la rilevanza, in tante aree della nostra vita, della questione del confine chiarisce la ragione per cui questa rivoluzione del web entusiasma tanti di noi e spaventa molti altri.

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