Su “Linus” di luglio leggo un articolo di Fabio Geda sulla presa di posizione di Paolo Landi che – lui, direttore della pubblicità di United Colors of Benetton – un bel giorno ha deciso di far sparire il televisore dal soggiorno per proteggere il proprio figlio di quattro anni dall’esposizione continua a morti ammazzati, violenze, veline e altre minacce per la sua giovane coscienza. Oggi di figli ne ha tre e gli ultimi due sono nati in una casa senza tv.
Landi sull’argomento ha scritto anche due libri, “Volevo dirti che è lei che guarda te” (Bompiani, 2006) e “La pubblicità non è una cosa da bambini” (La Scuola, 2009). Per farmi un’idea di prima mano del pensiero di Landi li cercherò, ma quello che del suo pensiero si capisce dall’articolo dapprima mi ha intrigato, poi mi ha suggerito un paio di commenti critici.

Quando Landi dice che l’educazione è – anche – rendere i figli “testimoni della bellezza“, mentre la televisione, al contrario, porta nelle case il brutto del mondo, è suggestivo. E quando penso al brutto, non penso solo alle stragi sul TG e al sangue che scorre nei film: la turpitudine di certi telequiz, di certi dialoghi delle fiction e dei modelli che passano dalla pubblicità non è meno inquinante. Dunque senz’altro faccio mio il suo argomento.

Però capita anche che nell’ozio della scorsa domenica mattina, sono lì che mi riguardo – indirizzando un pensiero grato ai programmisti di La7 – quel capolavoro crudele che è “I mostri” di Dino Risi. Mia figlia maggiore passa davanti al video e si ferma: “Cos’è?” mi domanda.
Allora capisci che se non ci fosse stata la TV mia figlia non avrebbe mai avuto il sospetto che tanti anni fa, prima degli effetti speciali, c’era un cinema senza colori ma, quando a farlo erano certi maestri, non gli mancava proprio niente. Che c’era un cinema che raccontava quello che vedeva intorno con una inconsapevole lucidità profetica. Che c’erano Risi e Gassman e Tognazzi, e Monicelli e Totò e, per andare solo un po’ più lontano, René Clair e Louis Malle. Cito questi perché grazie alla TV – e, sì, al videoregistratore – mia figlia ha potuto conoscere “Accadde domani” e “Ascensore per il patibolo” a un’età assai più precoce di quanto sia toccato a me.

Paradossalmente, se la cultura delle veline ti arriva in casa anche attraverso la scuola e l’oratorio (hai voglia a nascondere il televisore in soffitta!), certe volte è proprio la TV che può aiutarti a trovare gli antidoti. Certo: se sai cercare e se ti va di esercitare un minimo di curiosità anziché beccarti quello che passa il convento unificato.
Allora, per quanto non possa non trovare qualcosa di apprezzabile nella radicalità della posizione di Landi, e per quanto forse nutra per essa un briciolo di invidia, la condanna di qualcosa per il solo fatto di essere “quella cosa lì” – e non dell’immondizia che in molti casi, diciamo pure la maggior parte, essa produce – la trovo ideologica e mi pare persino che si ritorca contro sé stessa: perché alla fine la distinzione fra quel (pochissimo) che c’è di bello e quel (troppo) che c’è di brutto le è praticamente indifferente.

P.S.: poi il discorso si fa complicato assai quando capisci che Landi fa riferimento a una “naturalità” che vorrebbe il mondo pieno di bambini con i ginocchi sbucciati e i nostri tinelli privi dell’infame elettrodomestico. Ma su cosa sia “naturale”, e se quella “naturalità” sia una condizione andata perduta (più o meno ai tempi della nonna) e a cui tornare, o piuttosto un ideale astratto e irrealizzabile, si sono azzuffati fior di cervelli. Lo diceva uno in televisione.

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One thought on “Il brutto, il bello, i bambini e la TV

  1. Sono perfettamente d’accordo.. E’ affascinante pensare a un mondo più bello, dove quando piove e fa freddo accendi la tv e puoi godere di perle di cinema e discorsi sagaci, e quanod è bel tempo andare in mezzo ai prati. Ma non è rifiutando la tv che ci si avvicina a quest’ideale, anzi si rischia di dimenticarsi che attorno a noi il mondo è quello che è… e la televisione non è che uno spaccato, pur quanto importante nella formazione delle opinioni e delle tendenze.

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