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Sono tornato a tarda sera da L’Aquila (ultima tappa di un breve viaggio che ha toccato la costa adriatica, fra gli sfollati aquilani, e alcuni piccoli centri della Valle Subequana), e sto pensando allo scarto tragico fra quello che ho visto e sentito raccontare e quello che si capisce dai media.
Ora, scusa se la prendo alla lontana…

Si racconta che anni fa, durante un programma radiofonico, un comico americano annunciò per il giorno dopo una spaventosa penuria di carta igienica.
Era ovviamente una facezia, ma molta gente la prese sul serio e corse a fare scorte della preziosa merce in tutte le rivendite possibili. Il giorno dopo, così, si realizzò la profezia: nemmeno a peso d’oro era possibile acquistare un solo rotolo di carta igienica in tutto lo Stato.
Questa non è soltanto la storia di uno scherzo con un finale imbarazzante (chissà quanto previsto), è un meccanismo che ha ricadute concrete e ingenti sulla nostra vita di tutti i giorni. Ti faccio un esempio.
Prendi la storia del “terremoto d’Abruzzo”, mai abbastanza deplorata. Ovviamente la distruzione ha riguardato non l’Abruzzo nel suo complesso, ma una sua parte ben circoscritta e identificabile: L’Aquila e la sua provincia. Ma questa continua, reiterata confusione fra la parte e il tutto ha un senso. Se ti svaligiano l’appartamento e vai alla più vicina stazione di polizia a sporgere denuncia, probabilmente cercheranno di rassicurarti sul fatto che faranno ogni tentativo utile per scovare i lestofanti. Ma se è stato svaligiato tutto il quartiere, o se i furti negli appartamenti sono frequenti e quotidiani, legittimamente allargheranno le braccia e ti diranno: “che vuole, noi ci proviamo, ma è un fenomeno così diffuso… così incontrollabile… come si fa a correre dietro a tutti i topi d’appartamento?”.
Parlare di “terremoto d’Abruzzo” rende la tragedia estesa e sfumata, e insieme ad essa le responsabilità. Ma è una bugia? Dipende. Se domandi agli abruzzesi della costa, gli albergatori per esempio ti diranno che anche loro hanno avuto il loro “terremoto”: cioè la quantità senza precedenti di prenotazioni disdette in seguito alle notizie sul “terremoto d’Abruzzo”.

Insomma, l’informazione spesso non serve solo per far conoscere alla gente quel che accade: piuttosto, indirizza quel che accadrà. Diciamo che, se ti aspetti che ti racconti il presente, devi andarci cauto. Invece è abbastanza utile per predire il futuro, talvolta per immaginare le intenzioni del manovratore, diciamo, quel che intende provocare attraverso le notizie che divulga. Per lo meno, come vuole che la gente veda quello di cui si parla e come desidera si comporti in relazione a quello.

Prendi la solfa stucchevole, ascoltata sin dalla mattina del 6 aprile, dei terremotati fieri, dignitosi, che sanno soffrire senza scomporsi. Un elogio alla tempra di una popolazione poco conosciuta fino a ieri?
Anche, ma non solo. È anche un modo di dire a decine di migliaia di persone che stanno lottando per il diritto di avere un futuro: non lagnatevi, non rumoreggiate, comportatevi con dignità (che in italiano aulico vuol dire non rompete i coglioni, in sostanza); anche se qualcuno dovesse rimangiarsi le promesse.
Vuol dire che se qualcuno di loro organizzerà una manifestazione davanti a Montecitorio, deve sapere che distribuire volantini nelle tendopoli sarà vietato, perché non è da terremotati dignitosi (quelli perbene protestano in cuor loro, in silenzio). E che quelli che riusciranno ad andare a Roma a chiedere (dignitosamente) di mantenere le promesse saranno accusati il giorno dopo di strumentalizzare i morti e di fare rumore “sul nulla”. Sul nulla.

Di prima mattina, mentre dal mare andavamo verso L’Aquila dove si sarebbe svolto l’evento dell’apertura per poche ore di un tratto di corso Vittorio Emanuele, il GR1 ha dato la notizia pressappoco così: stamane a L’Aquila riapre un pezzo del centro storico, e intanto l’allarme per i pellet radioattivi investe anche l’Abruzzo.
Ora, se ti sei salvato dalle lamiere contorte dell’orrenda collisione fra due notizie che c’entrano come le mele con le pere, non sfuggirai, se proprio non sei addentro a quel che succede lì, all’immaginare aquilani che conversano amabilmente seduti davanti alla loro stufa a pellet.
Eppure credimi, i pellet, in questo momento, sono al centro delle preoccupazioni degli aquilani più o meno come il complesso edipico del bue muschiato. A L’Aquila di giorno ci sono trenta gradi (quaranta sotto le tende). E nelle severe notti di giugno (o quando la grandine si sostituisce al caldo torrido) certamente non saranno i pellet a dar sollievo a chi vive nelle tendopoli.

aq-bertolaso

Più tardi, mentre aspettavamo all’altezza del Grand Hotel il passaggio delle autorità (Bertolaso e Gianni Letta accompagnati dal sindaco Cialente; la presidente della Provincia, Pezzopane, era già nei paraggi) che avrebbero aperto il mesto corteo diretto verso il centro “riaperto”, un signore di Bologna si è fermato davanti a una transenna di quelle che sottraggono anche alla vista la parte più ferita della città. Dice: “non mi aspettavo tanti danni”. Gli rispondiamo: “questo è solo l’aperitivo, più in là è ancora peggio”. Lui sgrana gli occhi e fa: “ma allora cosa raccontano in tv, solo cazzate? Quando torniamo su, dobbiamo raccontarlo!”.
(Credimi, se me lo fossi inventato, il turista bolognese sarebbe stato un pessimo artificio narrativo: troppo scontato). No, non è che raccontino cazzate: è che l’informazione non serve solo a quel che pensa lui. Serve anche a creare una, diciamo, percezione delle cose.
Tanta gente da settimane mi dice “ho sentito che a L’Aquila va meglio, no?”.
aq-chiusoNo. Non va meglio. Se per meglio intendi che le scosse sono cessate, no, non va meglio. Si è persino sparsa la voce che arriverà una scossa più forte di quella letale del 6 aprile. Se per meglio intendi che le persone hanno un tetto sulla testa, anche provvisorio, un riparo dal caldo e dal freddo, beh, no, nemmeno. Non va meglio. Decine di migliaia di persone vivono in tenda coi bambini, coi vecchi e con la prospettiva di viverci ancora parecchi mesi. Se intendi che hanno una ragionevole certezza di contare su aiuti economici adeguati all’entità della tragedia, no, neanche. Va male. Hanno paura e non riescono nemmeno a sperare che la loro disgrazia valga come le analoghe disgrazie dei decenni precedenti, e non riescono nemmeno a fidarsi di quel che viene promesso, che può essere rimangiato non appena altre opportunità lo impongano. Se vuoi dire che qualcuno ha avuto un’idea brillante sul futuro della città e su come permetterle di trovare, un po’ alla volta, una nuova normalità, no. Non va meglio per niente.

Ora gli aquilani saranno forti, gentili, anche dignitosi. Magari persino orgogliosi delle loro stufe a pellet radioattivi. Ma possiamo dire anche che moltissimi di quelli che sono lì sono delusi e arrabbiati? Delusi come chi si sente dimenticato, come chi lotta per sopravvivere e incontra qualcuno che gli lancia una corda e che poi, passate le elezioni, se la riprende. Come chi sente tutti i giorni la terra tremare sotto i piedi (in un giorno anche ottocento volte: per fortuna solo poche abbastanza forti da essere percepite, ma rendo l’idea?) mentre quasi nessuno lo racconta più.

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So che da oggi qualcuno comincerà a domandarmi “ma allora va meglio? Ho sentito che hanno riaperto la città…!”.
Diciamolo chiaro. Tornare a guardare Piazza Duomo per un attimo forse ha permesso a molti di noi di riconnettersi con dei luoghi che hanno un significato e che dal giorno della devastazione ci sono negati alla vista insieme alle loro ferite profonde. Molti hanno anche aspettato a lungo quest’opportunità. Io per esempio sì, l’ho attesa.
Ma, per favore, nessuno parli di città riaperta. La gita di ieri mattina fra ponteggi e puntelli di tutti i generi assomigliava piuttosto a una visita guidata alla necropoli.

P.S.: prima di arrivare nel capoluogo ho incontrato i volontari della Protezione Civile ligure, che presidiavano il piccolo borgo di Santa Maria del Ponte. Ho incontrato gli operatori del C.O.M. 4, a San Demetrio ne’ Vestini. Molti di loro sono giovani. Ho trovato disponibilita e capacità di relazione straordinarie. So che non è così dappertutto, e lo sanno meglio di me tanti sfollati aquilani. Solo, volevo dire che c’è anche tanta gente che lavora sodo e col cuore. L’Aquila ha amato i Vigili del Fuoco che hanno rischiato la pelle per entrare fra le macerie a recuperare le cose della gente. Ecco, penso che la sottovalutazione della tragedia sia ingiusta anche verso chi si sta facendo, scusate il francesismo, il mazzo.

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14 thoughts on “Dopo L’Aquila, parte III: A che serve l’informazione?

  1. Grande Massimo, un articolo eccezionale!
    Con chiunque, sottolineo CHIUNQUE mi trovo a parlare, che sia estraneo al terremoto, cerco sempre di evidenziare che la realtà rappresentata dai principali media non rispecchia minimamente la realtà oggettiva delle condizioni in cui si trova veramente L’Aquila. E’ una città DISTRUTTA, senza mezzi temini.
    Solo noi che stiamo vivendo in prima persona la vicenda recandoci spesso a L’Aquila e aggiornandoci attraverso i pochi mezzi di informazione “liberi” (internet in primis) sappiamo come stanno realmente le cose.
    Se non ci riusciranno gli scandali, da quelli giudiziari a quelli sessuali, a far crollare il governo ci riusciranno gli aquilani. Dovendo dormire in tenda poco cambia a piantarla stabilmente davanti a montecitorio o magari ancora meglio davanti alla residenza di Berlusconi, ed è quello che avverrà a breve.

  2. Paolo e Giorgina sono due vecchi amici di scorribande radiofoniche e musicali ai tempi in cui tutt’e tre vivevamo a L’Aquila (nessuno dei tre è più lì, da un bel po’).

    Grazie per il feedback, che mi ha colpito. Grazie anche a chi mi ha lasciato altri commenti su Facebook, anche quelli mi hanno commosso.

    Paolo, sei ottimista! Dove non è riuscita Villa Certosa, arriverà dunque la Villa comunale… 😉 Ci vuole molta fiducia: non tanto nel fatto che gli aquilani abbiano il potere di far cadere il governo, ma nel fatto che la loro voce possa avere il potere di fare alcunché… Le notizie di oggi pomeriggio sono sconfortanti.

    Giorgina, grazie di aver rilanciato il post. Succede qualcosa che mi fa piacere: questo articolo, uscito anche su Facebook, nelle prime ventiquattro ore dopo l’uscita sul blog è stato più letto di quanto gli altri post fossero stati letti in settimane o mesi. Se non fosse che ogni giorno la terra e la politica infliggono nuove ferite a L’Aquila, ci sarebbe da fermarsi a riflettere su come la rete ha risposto al terremoto e su come ha costruito una vera e propria “informazione dal basso”.

  3. leggendo questo articolo,scritto prima della nuova scossa di 4.6 di ieri alle 22.58,ho sentito un dolore trafiggermi il cuore.rispecchia esattamente la realtà.io abruzzese di nascita,non ho mai creduto a quello che vedevo in tv o leggevo dai media amici del governo.vivendo a roma ho sempre cercato notizie da fonti dirette,avendo la mia mamma e molti dei miei parenti sparsi per l’aquila e dintorni.posso dire che mai avevo visto nei loro occhi la disperazione,la paura per qualcosa che non puoi evitare,un giuda con il volto coperto da un velo,ma quello che più mi spaventa e li spaventa è l’incertezza del domani.torneranno mai a sorridere?il mio paese tornerà ad essere vivo e vissuto?caro massimo,io non ti conosco ma ti ringrazio per questa analisi della realtà vera-

  4. Grazie a te, Maria.
    Quello che a cui assistiamo è nuovo e interessante: attraverso i pc, attraverso i telefonini, tanta gente si connette in internet, coi blog, con Facebook e racconta quello che vede.
    Io provo a usare questo spazio coerentemente col suo spirito originario, che è quello di parlare di comunicazione e relazioni, che in fin dei conti sono il mio mestiere.
    Quel che succede è importante per più ragioni: innanzitutto perché l’informazione che parte dai cittadini, da chi vive questa situazione da casa o dalla tenda, è un utile contrappeso alle semplificazioni mediatiche. E poi perché l’occhio di chi a L’Aquila è cresciuto vede cose diverse, o le vede diversamente, dal reporter mandato a raccontare una realtà che spesso non conosce. (Parlavo di qualcosa di simile anche qui: Dopo L’Aquila II).

    Si va avanti.
    Torna tutte le volte che vuoi,
    mg

  5. Caro Massimo, è chiaro che il terremoto (come altro, del resto), dopo un pò di tempo che se ne parla non fa più notizia! Se ai politici interessano solo le elezioni, i media non sono da meno, corrono semplicemente dietro agli ascolti, alle copie vendute…
    Il problema è che, nell’indifferenza generale, anche per colpa di quello che non si dice, stiamo andando incontro ad un modello di ricostruzione nel quale non vi sarà alcun coinvolgimento degli enti locali, né degli aquilani.
    Altrove la ricostruzione ha generato un potente volano economico, che ha generato benessere ed occupazione per interi decenni.
    Siccome però i soldi sono tanti e la torta fa gola a molti (magari anche grandi, forti, e con amicizie potenti), è forte il rischio che gli aquilani perdano il treno e restino a guardare…
    Un caro saluto a tutti.

  6. Caro Giuliano,
    è vero che la posta in gioco è straordinariamente alta: oltre allo scemare dell’attenzione dei media a mano a mano che passa il tempo, c’è quest’aspetto che è poco compreso e poco raccontato. Ci sono delle ragioni per cui ciò di cui stiamo parlando non è la ricostruzione di una città: è la sua esistenza.
    C’è in rete un articolo [clicca qui] di un intellettuale aquilano che lo dice da un altro punto di vista:

    “In pochi, però, hanno avuto modo di apprendere e comprendere che quel terremoto ha maciullato trecento ettari di città antica, causando la maggior distruzione di un centro storico mai verificatasi nel pianeta dopo il Terremoto di Lisbona del 1755.”.

    Da leggere.
    Ti saluto, grazie di essere passato…

  7. caro massimo,
    grazie di cuore per aver scritto quest’articolo che racconta le nostre verità, che fa capire davvero gli intenti della pseudoinformazione.
    un abbraccio
    stefania

  8. Stefania che risponde al mio post dovrebbe essere la stessa Stefania Pace che in questi mesi è intervenuta spesso in rete (e non solo: guarda il suo intervento a “Chi l’ha visto?” su Youtube) sul terremoto e sulla questione controversa delle previsioni di Gianpaolo Giuliani (sulla quale francamente non ho una mia opinione definitiva, ma la sua testimonianza costringe a pensarci su), ma soprattutto che ha scritto una bella e nobile lettera al Presidente Napolitano.
    Benvenuta.
    Cara Stefania, sai che la mia previsione era sbagliata? in effetti ci hanno messo un po’ di più per dirmi “ho saputo che ma allora va meglio!”. Probabilmente perché poche ore dopo il mio post è arrivata la notizia della nuova scossa…
    Quel che non si può nascondere sono le scosse.
    Non temo che cadrà il silenzio (ammesso che questo sia qualcosa di diverso) dopo il G8. Temo che cadrà il silenzio quando la terra avrà smesso di tremare.
    Cosa augurarsi?

  9. caro Massimo,
    è vero le scosse non si possono nascondere ma molte altre cose si. mi sono fatta un’idea anche se approssimativa e passibile di cambiamenti, non esiste solo la censura classica, quella che non dice…ne esiste una più subdola, più difficile da cogliere che è quella dell’iperinformazione: tante notizie, tantissime, contrastanti tra loro che destabilizzano il lettore tanto da renderlo quasi incapace di capire e distinguere i fatti dalle opinioni…faccio un esempio: 11 giugno, il centro titola così: respinte dalla maggioranza le modifiche presentate da berlusconi (per il decreto ), I SOLDI NON CI SONO.12 giugno, sempre il centro: Bertolaso “ecco cosa faremo, i soldi ci sono. in autunno niente più tende”….e allora il cittadino che cosa deve pensare? chi dice la verità? e soprattutto esiste una verità?
    caro Massimo,
    ho molto apprezzato il passaggio sull’informazione anticipatoria e se tu permetti faccio mia la tua tesi per l’intervento che mi hanno chiesto di preparare per l’8 luglio alla notte bianca romana durante la presentazione del nuovo giornale di marco travaglio il fatto quotidiano”…mi piacerebbe avere uno scambio più fitto di idee con te e magari raccontarti quello che ho intenzione di dire in quella sede.
    grazie
    stefania pace

  10. Cara Stefania, certo che sarei onorato di confrontarmi con te. E mi fa piacere che Travaglio, per il lancio del suo giornale, voglia parlare dell’informazione su L’Aquila.
    Sto cercando in rete, per ora senza successo, registrazioni del Porta a Porta di ieri sera, che mi dicono essere veramente un esempio di come non si può informare su quello che succede a L’Aquila…
    Non so se hai visto questo post, uscito dopo quello che hai commentato, un tentativo di aggregare informazione “dal basso” che sta rimbalzando per la rete raccogliendo commenti che dicono spesso “impressionante”, oppure “quanto siamo ignoranti sull’argomento!”.
    Io ho fiducia: ventiquattro ore dopo l’uscita del post sono stato ospite al TG di Rainews 24 per parlarne, e il conduttore del notiziario ha garantito l’attenzione costante della testata nei confronti dell’Aquila, “non solo per parlare del G8”. Lo sapevamo, d’altra parte: Rainews da tempo vede Corradino Mineo e i suoi collaboratori (fra tutti Paolo Pacitti, che ha avuto l’intuizione di un servizio su questa piccola importante esperienza di informazione realizzata dagli stessi cittadini terremotati) impegnati a informare sul terremoto ascoltando anche le voci “periferiche”.
    Dico questo pensando al caso specifico dell’informazione sul terremoto, ma anche guardando con curiosità a come la Rete modifica i rapporti fra le persone e la circolazione dell’informazione.
    Ti contatto in privato, a presto e grazie a te.

  11. Grazie Massimo per il tuo articolo. Qui a Roma le uniche notizie vere che abbiamo è da amici o parenti aquilani o volontari che ci raccontano la realtà. La rete è un antidoto al cinismo dell’informazione e della politica e sono convinta che se questa rete umana diventa sempre più larga ce la faremo a ricostruire L’Aquila e anche questo sciagurato Paese. Si tratta soprattutto di non mollare, di continuare a fare quello che tu fai e che altri in modi diversi continuano a fare giorno per giorno lì dove sono. Tutto quello che mi sento di dire adesso, superando la tristezza inevitabile, è che non siamo pochi e che se continuiamo a tenere gli occhi aperti e la voce salda costruiremo un futuro migliore. Ti sono vicina, vi sono vicina e ti ringrazio ancora…

  12. Ciao Alessandra, grazie a te!
    Come dicevo nel commento precedente, ho buone ragioni per vedere rosa 😉
    Leggi qui cosa è successo subito dopo questo post.
    Uno dei temi che stanno a cuore a questo blog è che l’informazione “orizzontale” permessa da Internet e dall’ipertestualità sia il vero salto di pensiero che caratterizza questi tempi.
    Come dicevo anche altrove, l’informazione italiana non può riconoscere alla rete il suo valore cruciale nel raccontare l’Italia, se non al prezzo di ammettere i suoi limiti imbarazzanti, o almeno lo stato di salute incerto di un modo datato di comunicare.
    Però, però… però ci sono eccezioni brillanti e confortanti. Rainews 24 è una, e non lo dico perché mi ha coinvolto: il programma al quale sono stato invitato è l’ennesimo di una serie di spazi che la testata dedica alla questione; soprattutto, in stretto contatto con realtà periferiche e osservatori “locali”, nei confronti dei quali si mette in posizione di ascolto e di disponibilità.
    Insomma, l’ho visto come un tentativo alto di cooperazione fra informazione tradizionale e informazione “dal basso” e sono davvero contento di aver partecipato.
    Spero di poter presto mettere on line il video.
    Ti saluto.

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