Era da un bel po’ che volevo scrivere di “L’amore a Londra e in altri luoghi” di Flavio Soriga, poi gli eventi degli ultimi mesi hanno occupato le pagine del blog e la mia attenzione e hanno spinto altre letture e altre passioni in un angolo della mia scrivania. Eventi, guardacaso, legati a un luogo e, per quel che mi concerne, al rapporto con esso.
L’anno scorso avevo avuto l’occasione di conoscere Flavio via e-mail per scambiare alcune parole a proposito del precedente “Sardinia Blues”: tempo dopo, per una serie di circostanze e connessioni legate a quell’incontro virtuale, mi ritrovai nella cassetta delle lettere questo suo ultimo suo libro di racconti, che ora salta fuori da quell’angolo della scrivania.

Parla d’amore, questo libro? Sullo sfondo di Islington, di un’isola di fronte all’Africa, del Sudamerica? O parla di luoghi e di città, sullo sfondo dell’amore? Forse, come ti aspetti da un buon libro, “L’amore a Londra” ti permette il tuo personale gioco figura-sfondo. O forse il tema dei luoghi, delle radici e delle appartenenze in questo momento mi risulta una questione particolarmente significativa.
D’altra parte non esistono i personaggi di Soriga senza i posti che fanno da cornice alle storie – e non esistono quei posti se non in confronto e per differenza con altri posti – come non esistono senza le relazioni che li vedono coinvolti, e queste non esistono se non in relazione e sullo sfondo di altre relazioni: su tutte, vedi la storia della hermosìsima Linda, italiana in un paese del Sur del mondo, innamorata di El Presidente, uomo drogato di potere così come lo era stato il padre di lei.
Quello di Soriga è un parlare di luoghi, legami e appartenenze alleggerito della retorica delle radici e dell’identità. Perché, se le metafore che usiamo hanno davvero il potere di strutturare la nostra esperienza, un certo parlare di radici ci impone di pensare a noi stessi come delle piante fisse nel suolo; e un certo modo di pensare all’identità privilegia la condizione dell’essere sempre uguali a sé stessi. Identici, appunto.

Soriga, invece, racconta per differenze, per contrasti di colori, per confronto, per connessioni, ed esalta quel meticciato – della pelle e del pensiero – che, a dispetto di tutti gli sforzi per soffocarlo e negarlo alla vista, è l’inevitabile prodotto della vita e delle relazioni e della conoscenza. A meno, certo, di non volere sterilizzare qualsiasi forma di incontro.
Per come la sento io, è per questo che la prosa di Flavio Soriga è così musicale (Lella Costa dice che “questo è un libro da ballare”): la sua musica non ha solo a che fare col ritmo della narrazione e con il linguaggio, non soltanto. La danza è quella del continuo andirivieni fra differenti identità, fra legami multipli e meticci.

P.S.: io “L’amore a Londra” l’ho letto con la musica di Tom Waits (il primo, eh!), Los Lobos, Branford Marsalis e Willy DeVille. Musica meticcia, insomma. Poi, fate vobis.

P.P.S.: grazie a lei.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...