La diagnosi di Berlusconi


Foto da Nonciclopedia

Vorrei fare la mia premessa con una certa chiarezza ma nello stesso tempo in modo composto e senza buttarla in politica: non potrei sentirmi più distante dalla cultura di cui è espressione e testimonial il nostro Presidente del Consiglio.

Cerco di resistere alla colonizzazione da parte di quella visione del mondo e di contrastarla come riesco nella vita di tutti i giorni.

Cerco con i mezzi che ho a disposizione di fare resistenza all’aria che tira: ci provo quando scelgo cosa guardare in TV o quando scelgo (sempre più spesso) di spegnerla; quando faccio la spesa; quando entro in libreria; quando pago le tasse; nei rapporti quotidiani e, certo, nella cabina elettorale.

Dopodiché penso si possa assumere una posizione persino intransigente e pure scegliere di combattere con un senso delle regole più consapevole di quello che si rimprovera all’altra parte.

Così non mi piace il gossip che di cui trovo traccia su alcuni giornali circa la psicopatologia di Berlusconi e il suo presunto inquadramento diagnostico.

Due sono le possibilità.

O pensi che il processo diagnostico sia una costruzione che avviene nella sacralità (si, accidenti, nella sacralità) dello spazio della relazione terapeutica fra due soggetti osservatori; e allora il meno che si può dire è che non ha alcun senso formulare d’autorità una diagnosi su un individuo che non hai mai incontrato e che, soprattutto, non ti ha nemmeno chiesto di farla (tempo fa un periodico pubblicò una psicodiagnosi di padre Pio! Morto e sepolto da quarant’anni!).

Oppure, al contrario, pensi che la diagnosi sia un modo oggettivo di conoscere qualcosa che c’è “per davvero” nella testa di una persona, una specie di radiografia oggettiva della sua psiche; e allora mi pare un modo brutto di usare la disciplina che pratico da anni e con la quale ho un rapporto, diciamo così, di “amore critico”. Un modo brutto che mi ricorda alla lontana (ma me lo ricorda) l’orrore dell’uso della psichiatria a fini di battaglia politica. Non lo trovo nemmeno più elegante che suggerire, come faceva proprio Berlusconi con uno stile appena più sbracato, una valutazione psichiatrica obbligatoria per tutti i magistrati.

Ci vedo i segnali sinistri di una pericolosa involuzione, l’accostamento di categorie psicopatologiche al giudizio morale.

(Per favore: non rispondetemi evocando il sospetto, a carico del personaggio, di frequentazione di minorenni; si accerti quella, se si deve).

Quest’uso contundente del sapere psicologico non mi piace non perché penso che danneggi ingiustamente l’avversario (ché quello, figuriamoci!, troverà il modo di fare delle patologie del narcisismo uno status symbol da vendere su Mediashopping), ma perché penso che, sempre, un sapere che venga utilizzato da chi lo possiede contro qualcun altro si squalifichi a odioso esercizio di potere.

Abbiamo strumenti culturali più affilati e intelligenti per promuovere un’altra idea di società e di relazioni umane, e quando arriviamo a pubblicare il valore del colesterolo del nemico (no, peggio: l’autopsia delle sue ferite interiori) come argomento di polemica, avanza il sospetto che abbiamo veramente, definitivamente, gettato la spugna.

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6 thoughts on “La diagnosi di Berlusconi

  1. Capisco e sono abbastanza d’accordo. Credo sia insindacabile un certo narcisismo nel nostro premier, ma 1 se non si è narcisisti non si può pensare di parlare a nome di tante persone e 2 non esiste alcuna legge che leghi il narcisismo ai politici.
    Piuttosto dà veramente l’idea di non avere armi affilate… (certo che di armi ne sono state usate tante, ma per ora nessuna efficace)…
    Diversamente sarebbe se si dimostrasse che ha commesso dei reati (possibilmente prima che li depenalizzi)….
    semrpe e comunque imho

  2. Ciao, Achille, scusa il ritardo…
    È interessante che, avendo disseminato questo post in giro per Facebook allo scopo di raccogliere punti di vista sulla questione, oltre a un commento critico e a molte letture senza feedback, mi sia arrivato un complimento esplicito da parte di un “amico di bit” che ha anche rilanciato sulla sua pagina la frase “…penso che, sempre, un sapere che venga utilizzato da chi lo possiede contro qualcun altro si squalifichi a odioso esercizio di potere”.
    Non è un collega, non è un professionista del settore, fa un altro lavoro ed è titolare di uno dei blog più navigati della rete.
    Segno, penso, che nella cultura di internet la questione del rapporto fra saperi e gerarchie di potere è piuttosto presente.

  3. Leggo con attenzione e interesse ciò che hai scritto, è molto bello sfogarsi e allegerirsi di certi pesi. Lo facciamo tutti. Ma poi, mi chiedo esiste una soluzione? Ne possimo uscire? Per esempio: è possibile pensare ad un’ altra forma di economia o di mercato depurata da modelli indecenti come quelli che abbiamo davanti? Possimo anche solo pensare di illuderci che un mondo nuovo sia possibile o no? Creare condizioni di fattibile controllo della politica da parte dei cittadini potrebbe essere un primo passo. Controllo quotidiano, reale. Si può unire al mondo ideale la pragmatica della concretezza e far entrare in politica chi desidera che il suo operato, dai comuni a Roma, sia soggetto a controlli quotidiani su cosa hai fatto, come, quando, con chi, verificando ogni atto e rendendolo tale, visibile, da tutti.

  4. Bellissimo post. Adoro quando le letture si rivelano serendipiche. Mi aspettavo di leggere un post divertente, anche se non banale, e invece… mi sono imbattuto in un post piacevolmente inaspettato, forse insolito visto l’argomento.
    Bello bello bello.

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