Dopo L’Aquila, parte II: Cornici

Dopo la prima parte, questo post è la cronaca – scritta inizialmente per gli amici su Facebook – del mio secondo viaggio nelle zone del terremoto aquilano. Chi volesse leggere i post della serie “Dopo L’Aquila”, clicchi qui.

*********

Sono di ritorno dall’Abruzzo, e stavolta mi sono trattenuto sulla costa fra gli aquilani sfollati negli alberghi e negli appartamenti delle località di mare. Attendo l’occasione di continuare il necessario viaggio fra i luoghi della mia città d’origine, sventrata dal terremoto: magari appena le autorità permetteranno l’ingresso nelle zone del centro storico che mi sono state precluse la prima volta. Ma chissà quanto ci vorrà ancora.
Intanto, fra parenti e amici che da quattro settimane cercano di riprodurre una quotidianità normale fra quattro mura mai viste prima, ho imparato un’altra cosa sul terremoto.
E cioè che il terremoto fa saltare tutte le cornici.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA
Sulla costa

Vedo di spiegarmi. Voglio dire che le persone, per incontrarsi – per avere un’accettabile vissuto di un incontro – hanno bisogno di sentirsi dentro una stessa cornice. Di sapere che quando dicono “casa”, “terremoto”, “paura”, “spinterogeno”, intendono più o meno cose simili.
Di condividere un senso delle cose, insomma, di capire che significato danno al mondo e che significato si danno reciprocamente. Mettiamola così.
Ma quando succedono piccole cose come quella che è successa a Mario, capisci che le cornici sono saltate.
Mario, che ha trascorso in automobile sotto casa le due notti successive al terremoto, ha ricevuto al terzo giorno una visita di una zia che arrivava da non so dove.
“Ti ho fatto la spesa“, ha detto la zia, “sei contento?”.
È che Mario non aveva più un frigorifero dove mettere la spesa. Anzi, non aveva nemmeno una cucina dove mettere il frigo.
Per dirla tutta, Mario in quel momento non sapeva se avrebbe mai più rivisto la casa che fino ad allora aveva contenuto la sua cucina.
Allora ho capito che Mario era lì, dentro la sua nuova cornice, e quello che mi raccontava era la pena di non riuscire a far entrare gli altri. Di non riuscire a spiegare che tormento si viva dentro quella cornice. Puoi sentirti dannatamente solo, dentro la tua cornice.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA
Sulla costa

*********

Ora, facciamo finta che quando dicono “ti capisco”, oppure “comprendo come ti senti”, non sia un’ingenua illusione (oppure, nei casi peggiori, una perfida bugia). Facciamo che veramente sia possibile fare a metà della tua angoscia, e che qualcuno, che magari ne ha vissuta una simile o ci è andato vicino, possa veramente mettersi – come si dice – nei tuoi panni.
In questi giorni mi hanno spiegato il rombo di un terremoto e quello che succede quando la tua casa prima ti spinge a più riprese, violentemente, dal basso verso l’alto, poi ti sbatte da una parete all’altra sullo sfondo di un boato atroce, e ho capito che è una cosa che non ha parole per essere raccontata e nessun riferimento per essere compresa.
E anche se ti ci approssimassi, comprimere l’immagine di tutto questo in una manciata di secondi non se ne parla nemmeno, se non hai mai visto veramente l’inferno scatenarsi a un palmo dal tuo naso.
Mi hanno raccontato, ancora, di chi ha perso i cari in quella baraonda di pietre, polvere e fragore. Non provarci nemmeno, a fare lo sforzo di immaginare come potrebbe essere.
Ora una cosa che ho capito è che una parte dell’angoscia di tante persone che vedevi sul lungomare è la consapevolezza che quello che hanno visto non potrà mai essere compreso veramente.
Allora capisco perché nelle strade, nelle hall degli alberghi, nelle sale TV delle pensioni, nessuno riusciva a parlare d’altro. E so che non ci riuscirà per parecchio tempo ancora. Non ci riesco nemmeno io, che pure ho saputo solo dalla radio che la città si sfarinava e quella mattina sono stato svegliato dalla solita sveglia delle sei.
Per esempio, tra gli sfollati al mare ho conosciuto un signore cortese di una certa età che va col pc portatile sottobraccio, e quando ti conosce da qualche minuto, ti fa: “a proposito, ti ho fatto vedere le foto che ho scattato in centro la mattina del 6? Era poco prima che chiudessero l’accesso alla città”. E accende il suo portatile, e ti mostra la sua rara collezione di macerie che nessun fotoreporter professionista potrebbe raccontare con lo stesso strazio: perché se fra quelle strade non ci hai camminato una vita, non hai riso, non hai pianto, non ti sei innamorato, non ci sei cresciuto, non ci hai fatto a botte, non ti ci sei ubriacato, non ti ci sei fermato a parlare di musica coi tuoi amici, che ne sai? Il massimo che puoi fare è il telegiornale.
Marisa mi fa: “Quante volte avrà guardato e riguardato quelle foto?”. E a quante persone le avrà mostrate?, aggiungo io.
Dicevo: capisco perché da quella mattina non si riesca a fare altro che riraccontare il terrore di quella notte e l’ansia per il futuro.
Perché fra persone cui è toccato di abitare quella stessa cornice è l’unica speranza di sentirsi meno soli. Ci si riconosce, ci si mostra a vicenda i segni indelebili di chi ha avuto la stessa ventura di un viaggio nel terrore e ritorno. E poi perché la speranza che là fuori sia possibile comprendere, magari lontanamente, come ci si senta dentro quella cornice, è l’unica distanza che ti separa dall’inferno, ancora peggiore, dell’oblio e dell’abbandono.

*********

dla4Al signore che mi mostrava le sue foto ho domandato: “ma è riuscito a vedere la chiesa di San Silvestro? Ci penso da allora, in che condizioni è?”.
Mi fa: “no, guarda, il centro è raso al suolo. Non c’è più niente“.
Dico “ma San Pietro ha retto? Come sta? Si è salvata?”.
Dice: “ascolta… non ci siamo capiti…”.

*********

L’Aquila è una delle città italiane più ricche di bellezza e di cultura, un concentrato di arte e architettura (dal 1200 in poi) da togliere il fiato, ma per qualche ragione che non ho mai compreso (gliel’ho rimproverato finché ci ho vissuto) non ha mai voluto che si sapesse troppo in giro.
Ora, immaginate che domattina, mentre fate colazione, la radio vi dica “questa notte è sparita Firenze“.
Rendo l’idea?
E se arrivasse un tipo che, sorridendo a trentadue denti, vi dicesse “bene, dove la mettiamo la new town?”, in quel caso cosa vi verrebbe da rispondergli? Così, senza pensarci su, dico.

Annunci

7 thoughts on “Dopo L’Aquila, parte II: Cornici

  1. Massimo, mannaggia a te, mi hai fatto piangere.

    Sai che anche la mia amica Clara ha usato la stessa espressione per raccontarmi il terremoto…quella della casa che ti spinge, della tua casa che cerca di schiacciarti e cacciarti. Grazie per il tuo racconto. 🙂

  2. Io c’ero, io sono stato sollevato e sbattuto di qua e di la dalla mia casa, dal rifugio che avevo creato per me ed i miei figli. Lì ho provato il terrore, il terrore di perderli ed è un terrore che non puoi condividire con nessuno che non l’abbia provato insieme a te.
    chi non l’ha provato cerca di capirlo ma io glielo vedo negli occhi che non lo capisce.
    Posso assicurare che è un’esperienza unica, non è la paura di morire : è il sentirsi rifiutati dalla tua stessa terra.

  3. grazie massimo per aver trovato le parole giuste.
    mi unisco alla mia amica maura nella commozione.
    è proprio così per tutti noi… vivere la sensazione che gli altri non possano capire le nostre nuove cornici.

  4. Spero di non arrivare troppo tardi perché chi ha lasciato un commento in questa pagina riesca a leggere la mia risposta.
    Vi dirò francamente che non è stato facile tornare qui a dire la mia, dopo aver letto i vostri interventi.
    Mi scappava un P.S. dopo aver visto le immagini della tesa manifestazione di ieri, a cui hanno partecipato un migliaio di aquilani che chiedevano di riaprire la città ai cittadini.
    Quello che vorrei dire è che trovo incredibile che qualcuno abbia pensato di poter tenere i cittadini fuori dalla città per mesi e mesi. Davvero, il mio auspicio è che si faccia strada in chi gestisce questa terribile situazione una maggiore consapevolezza e considerazione per gli aspetti umani, psicologici, affettivi di un simile lutto, collettivo e personale.

  5. Sto cominciando a scrivere il diario che sai e mi sono ritrovata a leggere sulla bacheca di FB di quei giorni gente che chiedeva: Aquilani, dove siete? A loro dovetti spiegare che gli aquilani non avevano più il computer e i pochi che lo avevano recuperato non avevano la connessione.
    La nostra cornice!

  6. Oh, Giusi! Mi fa piacere che hai ritrovato questo post che scrissi poco dopo il terremoto.
    Vedi, le cornici…?
    Sì, in quelle ore erano fortunati quelli che avevano un palmare o un cellulare con connessione. Ma effettivamente essere senza connessione è una dimensione incomprensibile… 😉

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...