Per un periodo, dunque, ho scritto su questa rivista di musica che si chiama “Late for the Sky”. Un paio d’anni durante i quali firmavo a fianco ad alcuni dei miei giornalisti preferiti, e mi sono tolto lo sfizio di parlare di alcuni dei miei musicisti preferiti.
I Lounge Lizards sono un gruppo che ho amato fortemente, insieme ad altri musicisti che negli anni Ottanta consideravamo “avanguardia” e che insegnavano che i generi sono cornici dalle quali si può saltare fuori.
Negli anni successivi, quando cercavo di capire quella bestia strana che mi dicevano chiamarsi postmoderno, ho pensato spesso a loro e a tutti gli altri.
Questo è quello che scrissi sul numero 43 (1999) della rivista.

Lounge Lizards: “Big Heart – Live in Tokio” (Island, 1986)

Ciò che mi ha sempre affascinato di certe “avanguardie” americane che hanno attraversato gli anni ’80 è quella capacità di essere dentro e fuori i generi musicali. Non è un caso che, identificati spesso come gruppo jazz, i Lizards ci tenessero a render chiaro, per bocca del leader John Lurie, che il loro è nient’al­tro che “fake jazz”, vale a dire jazz finto, posticcio; e si capisce perché i critici si siano sempre sforzati invano di collocare quei suoni (e quelle giacche fresche di stireria, tanto dissonanti con l’ir­ruenza della scena No Wave nella New York degli ultimi ’70) in qualcuna delle categorie note.

L’argomento che dirime definitivamente la questione potrebbe essere che, se il jazz è soprattutto musica di improvvisa­zione, qui il rapporto tra scrittura e improvvisazione è tutto a favore della prima. Ma non è soltanto questo: è che gente come i Lounge Lizards, Bill Frisell, John Zorn si muove in un territorio “altro” rispetto ai generi come noi li intendiamo, in una sorta (lo dico?) di metacontesto (oddìo, l’ho detto!) dove i generi (jazz, free, blues, rock, swing, funky, minimalismo, ma anche il country, le colonne sonore di Morricone, di John Barry e quelle dei cartoon) sono altrettanti elementi cromatici di una complessa tavolozza.

“Big Heart”, dunque. Coccolati dal pubblico giapponese assai più di quanto non siano apprezzati a New York e negli States, i Lounge Lizards registrano a Tokio nel 1986 quest’album che è anche il primo per la Island.

Da un pezzo Arto Lindsay, Anton Fier e Steve Piccolo non sono più della partita. I Lounge Lizards, sempre di più, sono il gruppo di John Lurie, talentuoso narcisista oltre che inquieto genio multimediale approdato quasi per caso dal cinema alla musica, e lo spazio per altre menti creative si è progressivamente ristretto (e inoltre la passione di Lurie per il cinema costringe probabilmente il gruppo ad adeguarsi alla sua caotica agenda). Ma ciò non deve far pensare che Lurie si circondi di devoti mestieranti: accanto al suo sax contralto ci sono ora Evan Lurie al piano, Erik Sanko al basso, Douglas Bowne ai tamburi, Curtis Fowlkes al trombone, Roy Nathanson ai sassofoni e Marc Ribot alla chitarra, noto al popolo rock per alcune incursioni come quella a fianco dell’ultimo Tom Waits.

Il gruppo condivide e asseconda l’irriverenza iconoclasta del leader, e realizza un disco dal suono roccioso e pulsionale, nero fino all’osso, bello e tagliente, cupo e furioso.

Il brano che apre il concerto ed intitola l’album è un furibondo funky, con un assolo blues di Ribot che sferraglia nel finale. Poco dopo “Hair Street” è un blues fiatistico che sembra costruito su un tema di Henry Mancini. “Fat House” è un brano dal ritmo sbilenco ed affascinante, con gli strumenti che si accavallano e si incalzano, con la chitarra di Marc Ribot che porta addosso lo stigma del blues, anche se il risultato è davvero difficilmente definibile ma decisamente mozzafiato.

Il secondo lato è dominato da Evan Lurie, con la lunga “The Punch and Judy Tango” che inizia come un tango pianistico fino all’ingresso del chitarrista (ascoltatelo qui per comprenderne il peso nello stile degli ultimi capitoli waitsiani) e procede attraverso trovate sempre inconsuete ed inaspettate. E ce n’è ancora.

Sei brani in tutto, più un breve frammento di venti secondi: I Lizards combinano tutti gli ingredienti e ciò che ne esce non è una compiacente miscela di generi (mica parliamo di graziosi new agers): assomiglia piuttosto ad un’aggressiva e provocatoria appropriazione.

D’altronde non si pensi a John Lurie come ad un puntiglioso archivista: “Big Heart”, nella sua varietà, non ha nulla di didascalico, ed è quanto di più distante da un catalogo di stili. È un precipitato di umori, modi, colori che ci sono, sono lì da qualche parte. Li trovi agli angoli delle strade, nelle viscere della metropoli, li trovi sparsi nei cassetti della memoria e dell’esperienza, e se li metti insieme, quello che ne vien fuori è uno sfavillante, notturno ed inquietante mosaico post­moderno.

I Lizards (e, a suo modo, “Big Heart”) sono un luogo di quell’Ame­rica (o, perlomeno, di quel modo di raccontarla) che da Tom Waits arriva a Lou Reed e John Zorn, passando per Jim Jarmusch, risalendo fino a Scorsese e deviando per le strade impervie di Monk e Coltrane. Se cercate bene, in fondo a sinistra ci trovate Lurie e le sue Lucertole.

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One thought on “Lucertole a New York

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