Dall’universo al multiverso, dall’infinito al congiuntivo

Articolo pubblicato anche su Ibridamenti.com

vilenkinNo, che non è una recensione. Né la cosmologia né la fisica sono il mio mestiere, e poi figuriamoci se mi metto a fare le pulci a uno che mi racconta fatti che si sono svolti nell’arco di alcune frazioni di secondo la bellezza di quattordici miliardi di anni fa.
Inoltre ho l’impressione che Vilenkin si sia riproposto di scrivere anche per chi non sia un suo collega, ma che sia riuscito a tener fede al proposito a malapena per un terzo del libro (“Un solo mondo o infiniti?”, Raffaello Cortina Editore, 2007). Dopodiché non ce l’ha più fatta. Forse la passione gli ha preso la mano, 0 forse, semplicemente, la materia è quella che è. Per quel che mi riguarda la lettura si è fatta sempre più impegnativa: fortuna che otto ore di treno in due giorni (e, sì, la scrittura sagace e intrigante dell’autore) mi hanno incoraggiato ad arrivare fino alla fine. Ma uno di questi giorni lo riprendo dall’inizio…

Alex Vilenkin, docente alla Tufts University di Boston e direttore del locale Istituto di Cosmologia, torna dalle parti del Big Bang per gettare lo sguardo sugli istanti immediatamente precedenti. Sui successivi qualche nozione l’abbiamo: ma, dice Vilenkin, i fisici hanno sempre guardato con terrore al di là di quel confine infinitesimale, prima del botto insomma. Un po’ perché l’idea di un universo che esiste dall’eterno crea qualche problema con il secondo principio della termodinamica (checché se ne dica guardandosi intorno, no, non siamo ancora allo stato di massima entropia). Ma un po’ anche perché, una volta di là, scivolare nella metafisica è un attimo.

Una delle questioni più sorprendenti che questo libro apre è che le nuove tesi sull’origine del cosmo (quella, in particolare, di un Universo in eterna inflazione, che genera continuamente “universi isola” come quello che io e voi abitiamo in questo momento) rendono legittimo pensare all’esistenza simultanea di mondi paralleli, ciascuno dei quali potrebbe essere (e ospitare) lo scenario di esiti differenti di storie (probabili? reali addirittura?). Come dire che da qualche parte, lì fuori, un altro qualcuno di voi potrebbe aver vinto un Nobel, Bush potrebbe all’ultimo momento aver rinunciato alla guerra in Iraq per dedicarsi alla classificazione dei muschi e l’Italia potrebbe essere governata, che so?, da un ex cantante piduista.

Perché mi è piaciuto questo libro? Perché gli scienziati che lo popolano (a partire da Albert Einstein e da Aleksandr Fridman, straordinario personaggio che risolse alcuni problemi che avevano tolto il sonno al maestro) sono quanto mai distanti dall’idea di infallibile “occhio di Dio”. Anzi, questa storia non sarebbe la stessa senza le loro scombinate, curiose, tragiche, grottesche vicende umane.
E poi perché da tempo la mia disciplina (la psicoterapia) si incuriosisce alla storia dell’universo e alla fisica dei quanti per le stesse ragioni per le quali si avvicina a Borges e Calvino e guarda (o dovrebbe) all’iperromanzo di Michael Joyce o Stuart Moulthrop e a certo cinema. Perché pare proprio che nell’immensamente grande e nell’infinitamente piccolo le cose non stiano mai per forza come le si vede, e quel che ci si mostra non è altro che uno dei tanti modi in cui le cose possono andare. Perché come Borges, Calvino, “Sliding Doors” e “Lola Corre“, la storia dell’universo e la fisica subatomica sono uno straordinario giacimento di metafore sul cambiamento e sulle possibilità, per immaginare una realtà-multiverso in cui le storie possono svolgersi in numerosi modi; in cui, invece che un passato che “determina” il presente, c’è un’intricata rete di storie che interferiscono le une con le altre.
Per esercitarsi, insomma, in un pensiero al congiuntivo.

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