È successo che in coda a un mio post una navigatrice lasciasse un commento: “Ehi, ma hai letto “Sardinia Blues” di Flavio Soriga?”. Così l’ho letto durante l’estate, e mi è piaciuto, e anche parecchio. Tre trentenni sardi e la loro estate tenera e disperata (v. qui); uno di loro, Davide, appare come l’alter ego dello scrittore.
soriga1Così, dopo Luca Francioso, il dialogo con la narrativa e la musica continua: complice Facebook, sono riuscito ad avere uno scambio di battute con Flavio Soriga su un libro che ha parecchio a che fare con alcuni dei temi che interessano questo blog.
Perché “Sardinia blues” l’ho visto anche come un libro sull’appartenenza e la molteplicità dei riferimenti culturali, sullo sfondo di un paesaggio sardo che a tratti evoca il Nuovo Messico e il deserto americano insieme a tanta letteratura e tanta musica che portano con sé.

Nelle prime pagine uno dei tre personaggi, Licheri, si definisce il “postmoderno cantore dell’estetica sradicata, impavido sostenitore della destrutturazione delle appartenenze”. Eppure più che non avere appartenenze, i personaggi del libro mi sembrano avere appartenenze problematiche. Davide, il protagonista, ha un rapporto stretto con la sua Sardegna, ma è uno che al suo paese in Sardegna ci è tornato con Londra negli occhi…

M.G.: Come dire, forse non si può non appartenere, ma qui l’appartenenza non è “data”, è problematica, costantemente rimessa in discussione.

F.S.: Non si può non appartenere, ma è importante non farsi soffocare dalle appartenenze. Io sono sardo, italiano (per caso), europeo. Sono di Uta e Londra, Barcellona e Roma. Molto di Roma, ultimamente, e anche un po’ siciliano.

M.G.: In questo senso la talassemia di Davide mi sembra quasi una metafora… Davide sente gli altri talassemici come fratelli, parenti, e dice “Più ancora di avere lo stesso sangue, […] il nostro cambia sempre, di sangue, è un sangue temporaneo che svanisce, eppure è ancora di più che abbiamo in comune, la condivisione di un destino”. C’entra la “destrutturazione delle appartenenze”?

F.S.: Non so. Io non volevo fare metafore. Sono talassemico, e il mio sangue è quello di generosi sconosciuti. E sì: in generale, mi sento fratello di sangue di molti sconosciuti.

M.G.: Davide, talassemico, nel libro incontra le storie di altri talassemici. C’è qualcosa di terapeutico quando ascoltiamo la storia di qualcuno che affronta una prova simile alla nostra? Non sarà mai lo stesso problema, la stessa storia, ma forse proprio per questo c’è una possibilità di scoprirne aspetti nuovi. Può essere? Sto parlando in un certo senso del valore di cura del racconto…

F.S.: Io scrivo storie per mestiere. So che raccontare può essere terapeutico, io però scrivo anche per dovere: quello di fare bene un lavoro, l’unico che so fare. Mi diverto, mi esalto, mi deprimo, come capita a tutti quelli che scrivono, cercano di creare qualcosa di nuovo. Però io devo anche essere concreto, e se possibile bravo. Per stare meglio basta (può bastare) raccontare, per fare lo scrittore devi scrivere meglio che puoi. Cioè, per essere chiari: devi riscrivere moltissimo, fino allo sfinimento. Chi scrive per terapia può accontentarsi, chi lo fa anche come lavoro, no.

M.G.: La storia è punteggiata da canzoni pop, che evocano l’estate e il divertimento che circondano i personaggi. Ma il libro è aperto da una citazione da Manuel Agnelli, e procedendo nella lettura si sente che la vera colonna sonora del libro è il jazz e il blues. Che dischi metteresti, se dovessi sonorizzare “Sardinia Blues”?

F.S.: Capossela, De André, Fresu, Afterhours, Gianna Nannini, Peresson, Pearl Jam, Bach.

M.G.: Paolo Fresu, Enzo Favata, Antonello Salis, tu, una serie di formazioni più giovani che suonano jazz… da cosa nasce questa connessione magica fra la Sardegna e la musica afroamericana?

F.S.: Non ne ho idea. Ma è una cosa molto bella. Viva il meticciato, viva gli incontri tra etnie, culture, storie, musiche e corpi.

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