Dagli articoli che scrissi fra il 1999 e il 2000 per Late for the Sky, ecco la cronaca di un gran concerto di Bruce Cockburn. Era la fine del ’99, da poco era uscito “Breakfast in New Orleans, Dinner in Timbuktu”. La ripropongo qui perché Cockburn è uno degli autori e dei chitarristi che amo di più, e quella fu l’unica volta che lo vidi dal vivo.

Bruce Cockburn, Chiari (BS) 13 novembre 1999

Bruce Cockburn è in giro per l’Europa con il suo album “Breakfast in New Orleans, Dinner in Timbuktu”, fascinoso diario di viaggio e gioiello di virtuosismo compositivo ed esecutivo.

Sabato 13 novembre è arrivato a Chiari per la seconda delle sue quattro date italiane. È tutto solo, accompagnato soltanto da due chitarre (una acustica con corde di nylon e una sfavillante resofonica) e un bodhran (quella specie di tamburello largo e basso tanto presente nella musica irlandese).

Dopo un lavoro come l’ultimo, uno si aspetterebbe di trovarlo con il gruppo in grande spolvero: ma partire dal Canada e portarsi dietro una band completa è decisamente oneroso, e pertanto Cockburn ha scelto la soluzione del concerto solo.

La tecnica ce l’ha, e d’altra parte la padronanza dello strumento (cresciuta, e quanto!, nel corso degli anni) e un certo carisma conquistato sul campo gli permettono di occupare la scena senza lasciare vuoti. Cockburn conosce come pochi l’alchimia che tiene insieme i suoni e i silenzi, e tutto ha funzionato alla perfezione.

Ascoltare i pezzi dell’ultimo album (a partire da “When you give it away” passando per “The embers of Eden” fino a “Down to the Delta”) dà l’impressione che l’attualità sia già stata consegnata alla storia: l’incisione di quei pezzi è relativamente recente, eppure le versioni che Bruce porta in tour con una sola chitarra fanno pensare che di strada ne abbiano già fatta, e parecchia.

La scelta del concerto in solitudine non sembra mettere in soggezione il pubblico. Anzi il clima è di piacevole intimità, dalla platea arrivano a gran voce richieste di questo o quel pezzo e il religioso silenzio durante l’esecuzione delle canzoni e degli strumentali si scioglie ogni volta in grandi manifestazioni di gioia e d’affetto. L’ultimo album è passato in rassegna in lungo e in largo, ma non invade lo show.

Dopo quaranta minuti di musica Bruce lascia il palco per una pausa che finisce per protrarsi fino a mezz’ora. Poco male: La seconda parte del concerto è lunga e sostanziosa, e anche lui sembra trovare piano piano il coinvolgimento giusto. Lo spettacolo procede senza soste fino ai due bis, invocati da un pubblico che non aveva neanche per la testa di abbandonare le poltroncine.

Quante cose sono cambiate dagli anni settanta e da “In the falling dark”. Eppure la continuità nella discografia del canadese, così come tra i vari momenti del concerto, si sente, e nasce dalla grande eleganza della scrittura e dalla coerenza dell’impegno, da quella passione – scusate la parolaccia – politica che è attenzione verso le culture altre, verso i terzi mondi lontani e quelli dietro l’angolo, che fa ancora oggi di Cockburn una figura di rara autorevolezza nella nostra musica.

“Breakfast in New Orleans” è uno sviluppo naturale dell’arte di Bruce Cockburn. È un disco che ha la capacità di guardare il mondo da diverse angolature, e la stessa maturazione strumentale non è una scelta narcisistica ma nasce piuttosto dal bisogno di raccontare nuove cose con un linguaggio sempre più complesso.

Ricco tematicamente ed armonicamente, forse l’album soffre alquanto della perfezione e dell’eleganza (e perdìo, se ne ha da vendere!) che ne fa un grande disco, ma che in alcuni momenti rischia di soffocarlo. Ma il Cockburn di oggi è questo: prendere o lasciare. E noi ce lo prendiamo, eccome! Anche se non riesco a liberarmi dall’impressione che la corrente che circolava in sala durante i pezzi di qualche anno fa (quelli del Cockburn, come dire?, meno chitarrista e più folksinger) fosse di tutt’altro genere rispetto ai momenti in cui il pubblico era a bocca aperta in ammirazione della tecnica spettacolosa sciorinata sulle corde della chitarra. Credo che il boato che ha accolto “Lord of the starfields” (esagero: persino più bella della versione live pubblicata su “Circles in the Stream”) non dipendesse soltanto dal fatto che la colonna sonora di “Radiofreccia” ne ha rinverdito la memoria. Semplice nella struttura, forse addirittura ingenua nel testo, ha catturato un’attenzione che era la risposta ad una profonda capacità di parlare all’anima delle persone.

Insieme a “Stolen land” cantata sul bodhran (quella del live del ’90) e “Soul of a man” forse è stata tra i momenti che più di tutti hanno suscitato brividi e qualche lacrima.

Ma quando abbiamo ripreso la strada di casa, ciascuno portandosi dietro un pezzo diverso di questa serata, in fondo anche stavolta avevamo una certezza in comune: che non esserci non sarebbe stata la stessa cosa. E va bene così.

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