Botteghe del Raval
Non c’entra il razzismo con la proposta leghista di istituire classi scolastiche separate per gli alunni immigrati. C’entra invece una cronica mancanza di fantasia e di creatività in quelli da cui ci aspettiamo che risolvano problemi complessi e che invece non riescono ad affrancarsi dall’ordine lineare e semplice del senso comune. L’ordine del senso comune prevede, ad esempio, che se una cosa fa male alla salute, la si proibisca; che se qualcuno è diverso, lo si metta in un luogo diverso. E così via.

Barcellona è una città straordinaria. C’ero stato parecchi anni fa. Il defunto franchismo faceva ancora sentire i suoi miasmi, la lingua e la cultura catalane erano soffocate e su tutto vigeva un ordine rigido e fasullo.

Il barrio

Dopo tanto tempo ho trovato una città molto diversa. Ho passato una parte della mia estate recente alloggiato in un appartamento di un quartiere affascinante ma dalla fama non rassicurante.

Il Barrio Raval (a un passo dalla Cattedrale e due dalle Ramblas) è un quartiere popolare molto caratteristico: ho scoperto una volta arrivato là che la mia guida lo descriveva come il “quartiere storico di assassini e prostitute”. Folklore a parte, il Raval oggi è zona di immigrazione: maghrebini, pakistani, soprattutto latinoamericani vivono lì, aprono botteghe di generi alimentari, talvolta frequentano i locali per adulti.
Io ero da quelle parti nel periodo in cui in Italia si parlava di mandare l’esercito nelle strade delle nostre città. Notavo che il Raval è il tipico quartiere del centro nel quale da noi sarebbero intervenuti installando strumenti di controllo, magari una sede della Questura, una pattuglia ad ogni angolo.

Al Raval, invece, hanno restaurato la Casa della Caritat per farne il Centro di Cultura Contemporanea (CCCB), uno spazio vivace di incontri e di eventi culturali di rilevanza internazionale. Poco più in là c’è il Museo di Arte Contemporanea (MACBA) e le facoltà di Sociologia e Scienze della Comunicazione.

Barcellona, Museo di Arte Contemporanea

I negozi degli immigrati prosperano perché fra i loro avventori abituali ci sono studenti e turisti (che frequentano negozi e librerie della zona e fanno sosta sulle panchine delle piazzette, tutte accoglienti e restaurate di fresco); sul piazzale del CCCB i ragazzini immigrati del quartiere sfrecciano sugli skateboard; le culture si intrecciano e convivono. Oggi il Raval è un quartiere aperto, colorato e meticcio.
Non so se qualcuno di voi ha esperienze diverse, ma io ero con la mia famiglia e non ci è mai capitato, a nessun’ora del giorno e della sera, di doverci difendere da incontri pericolosi o sgradevoli (a parte qualche innocuo ubriaco).

Barcellona è una testimonianza di come al circolo vizioso del controllo, dell’esclusione e della separazione possa sostituirsi il circolo virtuoso generato da politiche di inclusione.

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3 thoughts on “I bambini immigrati e il senso comune

  1. Oggi ascoltavo un programma sui Rai 3 (Buongiorno Europa) che confrontava la scuola irlandese a quella italiana, sai cosa mi ha colpito di più? Il fatto che i bambini immigrati vengono chiamati “i nuovi irlandesi”, né immigrati, né stranieri, né extraqualchecosa, né “maruchi”..
    Fanno due ore in più di lingua alla settimana per imparare in fretta a parlare inglese e gaelico, ma a nessuno viene in mente di metterli in classi separate.
    Gio

  2. Strano…
    ultimamente mi è capitato di fare un progetto per dei comuni della mia zona sulla multiculturalità. Ho evitato lezioni, insegnamenti, ecc da parte di “personale esperto” verso le famiglie migranti e ho cercato di ideare un luogo di confronto, discussione, riflessione per chi, straniero o italiano, volesse confrontarsi sul tema. Questo “luogo” sarebbe diventato una delle basi per costruire una rete di solidarietà multiculturale.
    Costi bassissimi.
    Il progetto è stato bocciato.
    L’Assistente Sociale che mi ha comunicato la cosa, si arrampicava sugli specchi per motivare la bocciatura. La cosa interessante è che contemporaneamente mi hanno approvato un altro progetto sull’alfabetizzazione decisamente più costoso, ma dove ci si limita ad insegnare la linga italiana senza cercare di costruire nulla di più.
    Mentre scrivevo i progetti, in qualche modo l’avevo previsto, ma mi rimane la bocca amara…

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