Il libro “Blues della fine del mondo” di Ian McEwan (Einaudi, 2008) e’ la trascrizione di una lezione tenuta dallo scrittore presso la Stanford University nel gennaio del 2007. L’ho conosciuto grazie a questo post del bel blog di Maddalena Mapelli (il post e’ pubblicato anche su Ibrid@menti in questa pagina).

E’ uno dei libri che ho messo in valigia per le vacanze di quest’anno: infatti vi scrivo da un internet point di Barcellona (sono in una zona della citta’ incredibilmente meticcia e colorata, pertanto ce ne sono parecchi, piu’ o meno come i tabaccai dalle nostre parti…), che e’ la ragione principale per cui sulla tastiera non riesco a trovare le vocali accentate: abbiate pazienza…

Mi aveva colpito il tema, anche pensando a una domanda che avevo formulato in un post precedente: una storia deve avere per forza un inizio e una fine?

Non necessariamente, si direbbe leggendo questo librino: ma e’ certo che qualcosa ci rende necessario pensare che ce l’abbia. Per questa ragione le culture hanno creato numerose narrazioni sulla fine del mondo: e, se ci fate caso, il piu’ delle volte quelli che annunciano con certezza la prossima apocalisse, il prossimo decesso collettivo, l’evento che spazzera’ via l’umanita’, collocano il fatto con una certa precisione nella generazione attuale. Salvo poi correggere i calcoli e spostarlo un pochino in avanti una volta che la paura e’ passata. Come mai?

McEwan suggerisce il proprio punto di vista, che provo a riassumere. Pensare che la fine di tutto coincida piu’ o meno con la nostra, offre una piccola (insana, invero) consolazione: quella di poter ridurre l’angoscioso scarto fra la nostra piccola, circoscritta vita e la vertiginosa immensita’ del tempo e dell’universo.
Insomma, pensare che le cose vadano parecchio (ma parecchio parecchio!) al di la’ di noi ci fa sentire disperatamente soli e piccoli.

La parola “fine”, il libro che si chiude, ci forniscono un debole sollievo dal confronto con la grandezza inimmaginabile nella quale siamo immersi.

Penso all’esperienza, un po’ di tutti, di quando ci raccontavano le favole alla sera: l’atto di chiudere il libro e di spegnere la luce si accompagnava alle parole finali, piu’ o meno sempre quelle: “…e vissero per sempre felici e contenti”. Che non era, no, un’apertura al “dopo”, a quel che accade una volta che, riposto il libro, lasciamo il principe e la principessa alla riservatezza del talamo o alle cure dei figli che arriveranno.
Al contrario: in quel “per sempre” c’e’ la cristallizzazione delle condizioni finali della storia. Il tempo si ferma, la storia pure. Sogni d’oro.

P. S.: succede talvolta che quanti si preparano alla fine prossima ventura coltivino anche la certezza di essere parte di una piccola eletta schiera che si salvera’. Talvolta questo sentimento e’ accompagnato dall’idea che sia lecito, meritorio addirittura, uccidere tutti gli altri. E’ un’idea piu’ diffusa di quanto siamo disposti a immaginare. La lettura del libro di McEwan richiede un’oretta del vostro tempo per spiegare in che modo quest’idea riguarda da vicino le nostre vite quotidiane (e non solo quella di qualche sparuta cerchia di fanatici): sara’ un’oretta spesa bene.

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3 thoughts on “A che ora è la fine del mondo?

  1. ah adesso scopro che hai anche un bel blog 🙂
    siamo in perfetta sintonia sul saggio (breve) di McEwan… credo che lo abbiamo letto e interpretato allo stesso modo.

    Saluta Barcellona, splendida città 🙂

  2. Hola!
    In effetti ho letto il saggio a partire proprio dalla prospettiva che hai proposto tu, che mi ha colpito perche’ (chiedo ancora venia per le vocali accentate, v. sopra) sto lavorando su una questione simile. La faccenda della coerenza delle narrazioni e’ piuttosto rilevante in psicoterapia: ho scritto un articolo due anni fa per “Terapia familiare” [clicca per l’abstract] per cercare di rivedere alla luce della teoria dell’ipertesto tutta la questione della terapia narrativa, e ho in preparazione un libro (col collega Flavio Nascimbene) sul quale magari prima o poi scrivo un post.
    Saluti dal Barri Raval! 😉

  3. Un P.S. “lieve”: tutta questa storia mi fa venire in mente uno striscione che qualcuno – con umorismo nero e geniale – espose nel cimitero di Napoli la sera dello scudetto vinto con Maradona: “Che vi siete persi!”.
    Rendo l’idea?

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