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A vederlo così, appare ragionevole e di buon senso il pressoché unanime sdegno di quelli che puntano il dito contro il glamour esangue delle modelle sempre più secche e diafane. Tanto di buon senso che chi non si associa rischia addirittura di essere guardato con sospetto.
TV, riviste, politici illuminati, puntano il dito contro le indossatrici magre, identificando in quel modo “egemone” d’intendere il corpo femminile il veicolo culturale dell’anoressia e lo scellerato modello cui si ispirerebbero le digiunatrici estreme.

Ora, immagino che si beccherebbe almeno un’occhiata di biasimo chi muovesse l’obiezione, perlomeno ovvia, che, se è vero che il modello della magrezza si è conquistato l’egemonia con la forza della persuasione mediatica, non si spiega come mai un giorno sì e l’altro pure – dagli stessi media che l’hanno imposto – qualcuno invochi l’espulsione dalla tale passerella o dal talaltro defilée delle modelle con massa corporea (chili diviso quadrato della statura) sotto il diciotto.

Nemmeno conta l’argomento, altrettanto ovvio, costituito dal robusto fatturato della chirurgia estetica: alla plastica le clienti donne – non più necessariamente facoltose e di una certa età – ricorrono anche per, diciamo, valorizzare le forme, non solo per piallarle e assottigliarle.

E infine nessuno pare voler contestare che, se pure quel modello di corpo e di femminilità si fosse conquistato il predominio nell’immaginario delle nostre ragazzine, questo non spiegherebbe l’escalation per la quale parecchie giovani, una volta conquistato l’agognato girovita, continuano ad affamarsi fino alle estreme conseguenze. No, i conti non tornano.

Quello che vorrei dire è che per dar luogo a un’escalation bisogna essere almeno in due. È nella sfida fra due comportamenti contrari e ugualmente pervicaci, che l’orgoglio simmetrico (la hybris) spinge un individuo a passeggiare pericolosamente lungo i confini più terribili e poi a spingersi oltre, e poi ancora oltre.

Così mi viene il sospetto che quel modello vituperato sia soltanto uno dei partecipanti a un’ottusa sfida simmetrica fra due modelli culturali: quello recente, delle modelle-fuscello, e quello più tradizionale, “mediterraneo”, della rotondità. Insomma, c’è Kate Moss ma c’è anche la Ferilli! Due modelli, ciascuno tanto normativo quanto l’altro: “la donna deve essere…”, e terminate la frase con l’aggettivo che volete. Magra o rotonda, pallida o rubizza, smorta o florida, e via prescrivendo.

Allora, quando una fazione trova un capro espiatorio nell’altra, e invoca che le si tolga il riflettore, forse quella cui assistiamo non è la ricerca della soluzione: è la chiara, lampante dimostrazione dell’esistenza del problema.

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One thought on “Tutta colpa delle modelle

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