Ma una storia ha un inizio e una fine? Marc Saporta e Composition n. 1

Cercando in rete notizie di un libro di tanti anni fa, Composition n. 1 di Marc Saporta, mi sono imbattutto nel sito dello scrittore Giulio Mozzi. Mozzi lo commenta in una puntata del corso di scrittura e narrazione che realizzò per “Stilos”, l’allegato settimanale del Giornale di Sicilia, e che fu pubblicato per parecchi mesi qualche anno fa. Fra parentesi il corso è molto bello, non solo per chi coltivi l’ambizione di scrivere, ma per chiunque sia incuriosito dalle tecniche del narrare.

Composition n.1 uscì nel 1962 e ancora oggi se ne parla, non soltanto perché costituisce una curiosità editoriale, ma anche perché rappresenta in qualche modo una sorta di iper-romanzo ante litteram: cinque anni prima che Calvino coniasse il termine; tre anni prima che Theodore Nelson parlasse di ipertesto; assai prima che le tecnologie elettroniche e il linguaggio html permettessero la creazione di ipertesti da leggere sul monitor di un pc. Composizione n. 1 consta di 140 – più o meno – pagine non rilegate: vuol dire che il lettore ha la facoltà di ordinarle come crede e di ricavarne di volta in volta una storia diversa.

Mozzi ci torna su per dire che Saporta non gli piace. Lo dice con argomenti appassionati a cui è difficile opporre qualunque obiezione:

di questa libertà, della libertà di mescolare le pagine, non so che cosa farmene; io voglio una storia con un inizio e una fine…

Vale a dire: io mi aspetto da un libro – da un autore – che mi rapisca, che mi guidi dentro un percorso con un inizio e una fine, che mi dia una buona ragione per “sospendere l’incredulità”: lo so che la sua è una storia inventata, ma mi aspetto di crederci: di credere che “la storia è andata proprio così“. Non di sentirmi dire “facciamo che…”.

Mozzi ha ragione.

Però io guardo le cose, e guardo lo strano libro di Saporta, da un’altra angolazione. Non sono uno scrittore, e il mio mestiere non è la letteratura. Il mio mestiere è quello della psicoterapia: e qualche volta mi interessa sapere che “la storia è andata proprio così“, ma mi interessa perchè da lì si parte per esplorare in quali altri modi sarebbe potuta andare. Bruner parlava della “realtà al congiuntivo”: non solo come sono andate le cose, ma anche come avrebbero potuto andare, come potrebbero andare, oggi, diversamente da come vanno. Se avessimo fatto questo, se facessimo quello, se prendessimo quell’iniziativa, se guardassimo a quella persona sotto un’altra luce, se provassimo a pensare che eccetera eccetera.

Insomma, a volte abbiamo proprio bisogno del congiuntivo.

Certo, quello che chiediamo allo scrittore è di convincerci della sua storia; e però quello che cerchiamo quando la nostra non ci piace, è un modo diverso di raccontarla, una prospettiva diversa da cui guardarla, un modo diverso (non condizionato dal “destino”, dalla “patologia”: quelle divinità potenti e tiranniche per ordine delle quali le storie “vanno proprio così”) di ordinare le pagine.

Non so se Mozzi sarebbe d’accordo, ma ecco come la vedo io. Lo scrittore non dice “facciamo che…”: però il patto è che, quando apri il suo libro, sai che fra la copertina e la retrocopertina vive un’altra dimensione, la dimensione del “facciamo che”. Non lo dice, semplicemente perché è nei patti. Deve restare sottinteso fra me e lui. Quella copertina – davanti e dietro – significa qualcosa del tipo “ti chiedo di credere a tutto quello che c’è scritto qui in mezzo, ma in un modo diverso da come crederesti al teorema di Pitagora o da come io crederei al tuo racconto di cosa hai mangiato a colazione”.

È di questo che parla Composizione n. 1: non delle vicissitudini di X, o di Dagmar, ma delle vicissitudini del raccontare. Un po’ come Quentin Tarantino non parla di The Bride, o dello stralunato Vincent Vega, ma di tutti i film che ha visto da quando era bambino.

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6 thoughts on “Ma una storia ha un inizio e una fine? Marc Saporta e Composition n. 1

  1. Lo sforzo che richiede una lettura senza parametri spazio-temporali evidenti può farlo solo un lettore esperto, oppure (paradossalmente) un ragazzino digiuno di letteratura. Il lettore medio cerca dei punti di riferimento in una storia, cerca sicurezze di Proppiana memoria (protagonista, antagonista, situazione iniziale, sviluppo, fine, tanto per semplificare). Egli si muove su parametri noti, “parla la stessa lingua” che ha imparato sulle favole ascoltate da bambino, sui libri letti da adolescente. Ed è una lingua in cui tutto ruota intorno alla fabula, anche l’intreccio. Il lettore esperto, al contrario, è stanco di storie impostate tutte nello stesso modo, cerca nuovi punti di vista, parla altre lingue. Idem il ragazzino inesperto, che sa vivere dimensioni a noi sconosciute apprese nei videogiochi più avveniristici (non quelli rudimentali “a livelli”, per intenderci), o su film come Matrix. Loro hanno il gusto della narrazione in sé. Non cercano “la trama”, non leggono per vedere “come va a finire”, non hanno bisogno di sovrasensi o metafore, si godono lo spettacolo e basta. Forse. E comunque.. ragazzi… che invidia! 🙂

  2. > Lo sforzo che richiede una lettura senza parametri spazio-temporali evidenti può farlo solo un lettore esperto

    Non sono sicuro… a parte Matrix, esiste tanto cinema, anche piuttosto popolare, che gira intorno a questa questione della “realtà al congiuntivo” (Sliding Doors, Lola Corre, ma anche Resnais e, di recente, Woody Allen…). v. qui e qui.
    Ben ritrovata Luisa!
    mg

  3. Mumble mumble..io nella querelle, sono di parte.
    Anzi sono delle due parti..datochè oggi sono psicologo e (QUASI) psicoterapeuta e tanti anni fa, in quel di Padova, feci un corso di scrittura creativa con Mozzi. Ebbene si!! Alla faccia di “chissà se avessi scelto di girare quell’angolo invece di quell’altro un pò più in penombra..”.
    Coincidenze (ma esistono?!) a parte, credo poco ai diktat sull’approccio all’arte (la scrittura è tale, no?) e quindi mi piacciono anche esperimenti (ma il libro si trova ancora?) che sembrano essere “metanarrazione”. Forse bisognerebbe solo coniare nuovi termini (lettura e libro, forse lettore, rischiano di ingabbiarci!), per riuscire a passare dal fatidico o/o al e/e.
    Un abbraccio e buona estate!

  4. Ti faccio notare, Massimo, che “Sliding doors”, “Lola corre” e Resnais non sono esattamente “cinema piuttosto popolare”.

    Un libro come quello di Saporta può funzionare in due casi. O se in ciascuna delle “schede” che lo compongono avviene qualcosa di “narrativo” (di “proppiana memoria”, come dice Luisa). O se in nessuna delle “schede” che lo compongono avviene qualcosa di narrativo (e ne risulta un romanzo senza azione come il “Tristram Shandy” o “L’uomo senza qualità”).

    Detto così, al volo.

  5. Giulio! Felice di ritrovarti qui.
    È vero: in “Composizione n. 1” non “avviene” molto. Dal momento che le “pagine” non rilegate devono poter essere lette in ogni combinazione possibile, è come se ciascuna di esse dovessere essere abbastanza “vaga” da non vincolarne troppo il senso.
    Però, circa il “funziona” o “non funziona”, mi viene da domandare “funziona per cosa?”.
    Secondo me l’esperimento di Saporta esalta qualcosa che accade nel rapporto con ogni (buon?) libro: il contributo attivo del lettore nel costruire un senso. “Funziona” nel senso che lo rende evidente e ineludibile. (Non solo perché mescoli le pagine come vuoi, ma anche perché, avendo esse una connessione “debole”, in qualche modo i vuoti li colmi tu).
    “Non funziona” nel senso che forse, se ce l’hai sul comodino, non ti viene da aprirlo (a rischio di fare tardi al lavoro) per sapere come continua la pagina che hai letto prima di addormentarti. È persino macchinoso da leggere e da maneggiare e, come dicevi l’altro giorno, forse la potenzialità di questa letteratura ipertestuale (in senso ampio) la si conoscerà soltanto quando potremo goderla in un formato davvero tascabile e maneggevole. Se ho capito quello che intendevi.
    A Luisa e Diego: non vale!
    Rischia di passare come “Massimo Giuliani vs. il Giulio Mozzi fan club” 😉
    Per vostra norma e regola, in questo momento ho sul comodino “Questo è il giardino” (e funziona!).
    P.S.: però, dai, Giulio, “Sliding doors” è “piuttosto popolare”. E tutto sommato, “Melinda & Melinda” non è Kieslowski. E anche “Stefano quantestorie” di Nichetti (che poi sia scomparso dalla circolazione è un’altro problema). E anche…

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