Foto di Nicola Boschetti (clicca per ingrandire)
Ho scoperto Luca Francioso navigando in internet e ho cominciato a incuriosirmi al suo lavoro dopo aver conosciuto i brani e gli scritti che generosamente mette a disposizione sul suo sito.
Così gli ho scritto per parlare della possibilità di un concerto nel mio studio: in passato avevo esposto i fumetti blues di Stefano Alghisi, poi io e il collega Massimo Schinco, accompagnati dagli strumenti, tenemmo un seminario su terapia, creatività e ipertesto. L’incontro con Luca mi è parso una buona opportunità per confermare il sodalizio fra psicoterapia e arte, già celebrato in quelle occasioni.
Non so bene cos’abbia pensato mentre cercavo di spiegargli in che senso la musica avesse parecchio a che fare col mio lavoro.
Quello che lo rendeva un interlocutore privilegiato per questa ricerca di dialogo e di contaminazione è che Luca è un artista che quando ripone la chitarra scrive racconti; quando non suona e non scrive si appassiona al video, alla danza, alla fotografia e non so a cos’altro.
Nell’attesa che si concretizzi la possibilità di quel concerto, Luca ha accettato di continuare la conversazione per il mio blog. Quello che segue è un dialogo fra un terapeuta e un artista che, via e-mail, hanno parlato di creatività e improvvisazione, di metafore, di relazioni e di meraviglia.
Quello che consiglio a chi leggerà è di andare a fare la conoscenza di Luca nel suo sito www.lucafrancioso.com, dove si trova tutto quel che ci vuole per apprezzare la sua curiosità insaziabile. Si può ascoltare (e, sì, scaricare) molta della sua musica; si possono leggere saggi della sua scrittura e della sua attività (dimenticavo…) pubblicistica; si possono trovare i suoi cd e i suoi libri. Chi, poi, volesse approfondire la conoscenza, lo può ascoltare qua e là per la penisola: spero in un giorno non lontano anche a Manerbio, per continuare dal vivo la conversazione.
Buona lettura.
P.S.: ho messo nel testo alcuni link ad altrettanti brani di Luca (e alcuni brani video da Youtube), per aiutare soprattutto chi non lo conosce ad inquadrare la musica di cui si parla. I brani audio, come le foto, vengono dal suo sito web.
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Francesco Ortes, il protagonista del tuo libro+cd “The show” (musicista e uomo dalla vita sentimentale momentaneamente complicata), ha una sua chiara metafora della vita. Per lui la vita è un palcoscenico. Prova, come in un “camerino della mente”, i dialoghi, le risposte, la luce giusta sotto la quale mostrarsi all’interlocutore. L’”altro” è il suo pubblico. Francesco cerca l’effetto, e non solo sul palco. Un mago del copione, ma anche dell’improvvisazione…

Credo che Francesco Ortes incarni il nostro modo di relazionarci: guardingo e affannato, confuso e metodico, che nel corso del tempo, con una cauta lentezza, ha mutato il nostro linguaggio e il significato di molte parole per la sua stessa sopravvivenza. La conseguente distanza che ci separa è pari, tuttavia, al desiderio smanioso, quasi morboso, che abbiamo di cercarci e di condividere, così – come Francesco fra le pieghe della sua storia – non facciamo che combattere fra queste due forze quotidianamente, in una lotta frustrante e sfinente che ci rende come i denti di una ruota dentata: a volte ci tocchiamo a volte ci allontaniamo. “The show”, oltre ad essere la storia di un musicista, oltre a raccontare un amore ormai sbiadito, è una ricerca tra queste dinamiche misteriose e la ricerca di una via di fuga da questo scenario confuso, perché, sono più che certo, esiste un equilibrio emotivo a cui aspirare.
Cosa intendi quando parli di un modo che “ha mutato il nostro linguaggio e il significato di molte parole per la sua stessa sopravvivenza”?
Intendo che il nostro modo a volte superficiale di parlarci ha trasformato il significato di molte parole. Ti faccio un esempio: la parola “credere”. Significa: “sono certo di…”. Ecco, noi la usiamo con il suo opposto significato: “non sono certo di…”. “Che ore sono?”, “Le tre. Credo…”. E come questa moltissime altre parole. Pensa al significato della parola “artista”. A cosa vuol dire affermare oggi: “Sono un artista”. Lo dico per esperienza, naturalmente. Significa tutto tranne che “artigiano”. E così capita che ci parliamo e magari diciamo le stesse cose, ma non ci capiamo perché attribuiamo alle parole significati diversi, a volte anche pericolosi. Se pensi che “artista” oggi vuol dire “…che ha che fare con tutti gli eccessi!”. Che inganno! E così un ragazzo che “vuol” fare l’artista, se non ha a che fare con tutti gli eccessi non ci si sente. Molto pericoloso. Quante vite che si sono bruciate per questa illusione! Capisci cosa intendo?
Chiaro. Sembri parlare in termini piuttosto pessimistici – se ho capito – della tensione fra bisogno di allontanarsi e bisogno di avvicinarsi. Mi vengono in mente i due porcospini di Schopenauer, che per scaldarsi d’inverno si avvicinano, ma una volta vicini sentono il dolore provocato dagli aculei; così si allontanano, ma sentono freddo… Alla fine trovano una giusta distanza. E se fosse invece che tensioni del genere sono destinate a restare irrisolte, se fosse che proprio quelle ci tengono vivi, ci costringono a improvvisare, ad essere creativi?
No, non sono pessimista. Osservo. E cerco di essere sincero. Io credo, come ti ho scritto, che esiste l’Equilibrio a cui tendere, ed proprio lungo il sentiero di questa ricerca che siamo chiamati ad essere creativi. Per non perdere mai la forza. E il sorriso.
Isadora Duncan è passata alla storia – oltre che per meriti artistici – per la risposta che dette a quel tale che le chiedeva di spiegare quello che voleva dire la sua arte: “Se potessi spiegarlo a parole, non avrei bisogno di danzarlo”, disse. Gregory Bateson sostenne che si trattava di una risposta ingenua: se lo spiegasse a parole sarebbe comunque un’altra cosa! Non si può tradurre con le parole un quadro, o con la danza un’idea. E l’arte non è un modo più elegante o più diretto per dire cose che si potrebbero dire diversamente ma con meno efficacia.
Tu ti muovi fra musica, narrativa, video, componi per la danza, scrivi su giornali…
Come la vedi? Di che genere è la connessione fra tutte le cose che fai? Sei con la Duncan o con Bateson?
Io credo fortemente che il linguaggio artistico non possa essere tradotto e ritengo, con altrettanta forza, che qualsiasi tentativo di farlo sia una leggerezza svilente e poco rispettosa nei confronti della bellezza. Il nostro linguaggio non è abbastanza ricco neppure per la più vicina delle interpretazioni emotive. Quello che l’arte dice con la semplice intuizione di un gesto, di una parola, di un segno o di una nota, il nostro linguaggio lo traduce – e male! – con un intero discorso, intrigato e sgrammaticato. È un’inutile perdita di tempo spiegare quello che è già palese, ciò che si è già manifestato nella forma più pura che può avere. Lo trovo, piuttosto, l’ennesimo tentativo dell’uomo di voler controllare tutto, anche le emozioni.
Per cui, a conti fatti, direi che sono d’accordo con la Duncan, ma anche con Bateson quando afferma che: “L’arte non è un modo più elegante o più diretto per dire cose che si potrebbero dire diversamente ma con meno efficacia”. In effetti lo ritengo l’unico.
Riguardo alla connessione che c’è fra i linguaggi che scelgo di usare per condividere, ti dico che la connessione sono io. Mi muovo dove la curiosità mi porta.
Il tuo ultimo album si chiama “La tutt’altra lontananza”. Dalla tua presentazione, ho inteso quella “lontananza” come la direzione inattesa dalla quale arrivano le cose mentre siamo impegnati a cercarle su altri fronti con la testardaggine di chi è convinto di poter controllare e determinare le cose. Mi fa pensare, insomma, all’atteggiamento strategico e manipolativo che abbiamo talvolta verso la vita e verso gli altri (e ancora una volta a
Francesco Ortes, che passa la vita a provare nel suo “camerino della mente” la battuta ad effetto, la trovata che conquisterà il pubblico: chissà quante cose si perde. E infatti la vita sembra sfuggirgli di mano…).
Sì, come ho già scritto, siamo talentuosi quando si tratta di controllo! Vogliamo controllare tutto, la nostra vita e la vita degli altri. Ma è una pura illusione: niente si può controllare! L’ossessione che nulla ci sfugga invade perfino i nostri desideri, che devono essere puntuali e perfino prevedibili pure nella modalità in cui si dovranno compiere: fissiamo per anni l’orizzonte dal quale abbiamo deciso che ciò a cui aspiriamo debba manifestarsi, perdendoci, quasi sempre, la loro reale direzione. Eccola la tutt’altra lontananza! La direzione che ci beffa. Sempre. Lontananza che scopriamo solo distrattamente, voltandoci per un attimo, e accorgendoci che il nostro desiderio ci aveva già raggiunti da tempo, ma da una strada che non avevamo considerato.
Nonostante il quadro appaia svilente, io sono fiducioso. Come già scritto, c’è un equilibrio emotivo e spirituale al quale bisogna sempre aspirare, anche se non si dovesse raggiungere mai. Bisogna tendere la mano.
Parli di un’altra tensione, quella fra controllo da una parte, incompiutezza e improvvisazione dall’altra, che esiste nella vita, nelle relazioni e nella musica. Quanta importanza ha l’improvvisazione nella tua musica? Quanto improvvisi dal vivo?
Citando Giovanni Allevi, che stimo molto: “Ogni nota è lì per decreto dell’anima”. No, niente di improvvisato, neanche ai concerti. Tutto è rigorosamente cercato e voluto. Capita a volte che durante l’esibizione qualcosa vada storto e, nel tentativo di ritrovare la musica persa, magari per una perdita di concentrazione, mi ritrovi su sentieri inesplorati che mi costringono a improvvisare. Ma poi si finisce sempre col trovare le note e con le note la strada.
A volte l’improvvisazione è utile in fase compositiva.
In che senso?
Mi aiuta a predispormi. A rimanere sveglio. Vedi: io credo che sia la musica a trovarci e non il contrario (restando nell’Allevi-pensiero). Improvvisare è un espediente per aprire la porta ad una melodia, un modo per darle il benvenuto quando aleggia sulla soglia. Una volta fatta entrare, tra la magia e il mistero che c’è dietro l’esercizio delle dita e un’anima predisposta, allora cerco di rispettare la sua bellezza, donandole il vestito più bello che posso. È così.
Ti dico un segreto: l’idea un po’ malata di poter controllare e cambiare le persone si ritrova di frequente anche fra quelli che fanno il mio mestiere. Cito ancora Gregory Bateson, che sosteneva che la posizione “estetica”, quella dell’arte ad esempio, può essere un prezioso antidoto a quest’atteggiamento, al bisogno di controllo, perché è un’attività non finalizzata, non “strategica”. Che ne dici? Ci sono cose che l’atteggiamento artistico può dire sulla vita di tutti i giorni?
Io credo che l’arte, in realtà, un fine ce l’abbia: quello di condividere. Anzi, credo che senza condivisione emotiva l’arte sia un esercizio di stile. Niente di più. Detto questo, penso che il linguaggio artistico sia la cronaca più reale ed efficace del tempo in cui vive. Non lo dico perché vivo di arte, ma vivo di arte perché lo credo. L’arte non è un linguaggio asettico fuori dal contesto, ma è il linguaggio della gente che vive nel mondo e nel tempo, anche se a volte gli artisti si scollegano da mondo e tempo per capirlo e raccontarlo meglio. Per cui l’arte non solo “dice” la vita di tutti i giorni, ma la definisce, oso dire: la contiene. Come potrebbe un linguaggio usato dagli uomini non parlare degli uomini e del loro mondo?
Riguardo alla possibilità che l’arte possa prevenire la volontà di controllo: non lo so, siamo capaci delle cose più strane e folli. Voglio comunque essere ottimista. In fondo l’arte rincorre la bellezza!
Senti, uno dei pallini di questo blog è che la psicoterapia può essere un’attività imparentata con la musica e la letteratura più che con la medicina… La cura come attività creativa e poetica, insomma. E riguardo l’arte come cura, invece, hai qualcosa da dire?
Che altrimenti non potrebbe essere. L’arte cura. A dirlo è la storia! Citando “E venne chiamata due cuori”, di Marlo Morgan: “[…] era medicina tutto ciò che contribuiva al benessere del gruppo”.
Banale ma inevitabile: quali sono gli scrittori e quali i chitarristi che ti hanno formato? C’è qualche artista a cui ti senti vicino nel tuo modo di muoverti da un territorio a un altro?
Beh, in generale tutto quello che leggo e sento mi influenza. Cerco sempre di tenere viva la curiosità, di leggere e a ascoltare anche le cose che non mi piacciano. Aiuta l’anima a rimanere viva e a mettersi in gioco.
Nello specifico (li butto giù di getto) mi piacciono gli scrittori Dick, Baricco, Kundera, De Carlo, Sclavi… E i musicisti Franco Morone, Dave Matthews band (è da poco morto il loro sassofonista in un incidente, Leroi Moore. Mi dispiace davvero molto), Baglioni, Allevi, Hedges, Pink Floyd, Einaudi, Elisa…
Sinceramente non mi sento vicino a nessuno, ma probabilmente sono vicino a tutti. Il tentativo, ad ogni modo, è quello di trovare la mia voce e di essere sempre fedeli a quello che provo. Sempre.
Splendida intervista. Grazie!
Grazie del commento. Vorrei che l’esperienza di dialogo via blog fra terapia e arte continuasse, vediamo se sarà possibile. In effetti Luca è stato di una disponibilità speciale.
mg
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