Il telegiornale di ieri, 28 luglio 2008, raccontava la devastazione impressionante, ad opera di quattro ragazzini fra i dieci e i tredici anni, della scuola elementare di Tor Tre Teste a Roma. Con una furia che senza il supporto delle immagini è difficile immaginare, quei quattro hanno divelto, sbriciolato, sfondato, allagato e fatto a pezzi lasciando dietro di sé una scia di rottami. Per di più (è l’aspetto cruciale della notizia) si sono ripresi col telefonino per testimoniare su Youtube il frutto di tanta disperata e precoce coglionaggine.
A questo punto del reportage, vi sareste aspettati un commento, uno straccio di riflessione sulle condizioni delle noste periferie e dei minori che le abitano? Niente del genere. Quello che emergeva dal servizio era che sicuramente (“sicuramente”) “hanno emulato cose che hanno visto su internet”: perché in internet, in effetti, “è descritto come si fa a devastare una scuola”. Come se per sfasciare un lavandino a bastonate o gettare un banco contro una finestra fosse necessario un manuale dettagliato.
Questa storia è un altro piccolo esempio di quel curioso riflesso di cui parlavo nel post che segue: era uscito da qualche parte nell’estate del 2007 e lo ripubblico qui (un tantino riveduto).
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Qualche settimana fa ascoltavo alla radio l’ennesima tirata sui giovani che non leggono.
Il problema è importante. Pare che un italiano su due (mi pare che queste fossero le cifre) non abbia letto un libro nel 2006.
Ora sarete d’accordo che è roba da brividi, se consideriamo che per giunta si parla del periodo dell’esplosione “anomala” di alcuni fenomeni letterario-cinematografici che hanno portato in libreria schiere di neolettori che non vi avevano mai messo piede prima e che presumibilmente non ce lo metteranno mai più. Era il periodo della saga di Harry Potter o di quella, riportata in auge dal cinema, del Signore degli Anelli, o di casi come “Il Codice Da Vinci”.
Vuol dire che (anche) nel 2006 una parte cospicua degli italiani ha rinunciato a mescolare le proprie idee con quelle di qualcun altro, ad affacciarsi alla finestra per capire cosa accade intorno.
Chi conduceva quel programma radiofonico sottolineava come i numeri della ricerca diventassero terrificanti se si scorporava la percentuale dei (non) lettori più giovani. Insomma i giovani – per chi non se ne fosse accorto – non leggono. E le ragioni le conosciamo tutti, diceva: la televisione, internet…
Internet.
Ci sono delle “verità” talmente diffuse e condivise che nessuna persona di buon senso dovrebbe sognarsi di metterle in dubbio (come quest’altra: clicca qui): ad esempio, i giovani non leggono “per colpa di” internet. È talmente autoevidente che non vale nemmeno darsi pena di dimostrarlo.
Invece una riflessione seria e non svaccata sul rapporto fra diffusione di internet e fruizione dei libri dovrebbe partire da un presupposto un po’ meno rozzo.
Perché dire “internet” è come dire “carta stampata”: che è una categoria nella quale ci metti i romanzi, i settimanali, gli elenchi telefonici, i saggi, le guide per montare mobili dell’Ikea o per praticare la pesca subacquea; le riviste pornografiche, il bollettino della parrocchia, il catalogo della mostra di Van Gogh e tutto quello che può passare per le presse della tipografia.
Dire che “internet” fa concorrenza ai libri, allo stesso modo, ha poco senso: dalla Rete scarichi suonerie per telefonini e saggi scientifici; narrativa ipertestuale e una mappa stradale se vuoi arrivare a Viterbo; spartiti musicali e barzellette da spedire.
Ad esempio: un giorno sì e l’altro pure arriva dal mondo della ricerca il grido di dolore. Sulle riviste non si pubblica, la stampa specializzata è il muro di gomma delle idee; internet è la salvezza, permette di far conoscere scoperte, idee, ipotesi nuove.
Dunque cosa si intende quando si dice che internet sottrae lettori ai libri? E poi: siamo sicuri che i giovani di dieci anni fa, di prima dell’avvento delle rete, avessero le camerette traboccanti di opere di Emanuele Severino o di Cervantes?
Piuttosto che temere (dopo averla attizzata) la concorrenza fra il libro e internet, e porre il problema come se fosse una competizione, una domanda interessante da porsi potrebbe essere, tanto per dire, quella sul modo in cui libro e internet possano mostrare la loro complementarità: Tanto diverse sono le regole di costruzione del testo – e tanto diverso è il rapporto che ciascuno dei due mezzi chiede al lettore – che immaginare le possibilità di integrazione può essere più appassionante e fruttuoso che organizzare la claque per lo scontro. Almeno, per chi voglia godere del meglio che la cultura ipertestuale può dargli, piuttosto che partire per l’ennesima crociata di cui non si sente il bisogno.
A cosa serve questa paura di internet, cosa protegge?
Nell’internet, si sa, il navigante ha un rapporto col testo diverso da quello che ha con la carta stampata, non è assoggettato a un testo preesistente perché cliccando col mouse sui collegamenti ipertestuali ne costruisce uno totalmente nuovo.
Internet ridisegna i “confini” del testo (che l’invenzione del libro stampato ha sancito e consacrato attraverso la copertina che “apre” e “chiude” il testo), riconsegna al lettore quell’antica “autorità” che egli esercitava con simile grado di libertà soltanto al tempo del testo orale (un testo “aperto”, direbbe Eco, perché sensibile all’intervento del lettore).
Allora perché non lasciarsi incuriosire dal nuovo genere di lettori che esso può produrre? Chi è che si sente minacciato da questo?
Forse che il cinema ha segnato la fine del teatro, la televisione ha ucciso la radio, la fotografia ha decretato la morte della pittura? (L’argomento non è mio, ma di Antonio Zoppetti sul sito linguaggioglobale.com: mi pare decisivo e lo sottoscrivo). Un’altra domanda: è vero che tanti libri pubblicati anche on line non solo non hanno visto crollare le vendite della versione cartacea ma anzi l’hanno incrementata? (È vero: vedi il caso di questo libro).
Se veramente internet diventa un pericolo esiziale per il caro vecchio libro, è soltanto perché ci si ostina a voler creare la competizione dove invece può esserci una complementarità da scoprire e da esplorare.